200 anni di condanna del comunismo

Il Magistero infallibile della Chiesa Cattolica non ha mai smesso di denunciare l’inconsistenza, la  fallacia, la menzogna e gli orrori dell’ideologia marxista e delle sue molte incarnazioni storiche. Anzi, ha cominciato addirittura prima che il marxismo venisse compiutamente formulato
Paolo Martinucci 3 mesi fa
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di Paolo Martinucci

La ricorrenza del centenario della Rivoluzione cosiddetta d’ottobre (1917-2017) offre l’occasione per richiamare alla memoria, in forma breve e alquanto schematica, i principali documenti del Magistero, soprattutto le encicliche, che hanno approfondito la natura del comunismo, condannandone i postulati fondativi e le conseguenze politico-sociali. Essendo numerosissimi i pronunciamenti pontifici su questo tema ‒ nell’ordine delle centinaia ‒, segnalo i più significativi, attraverso citazioni esemplari, testimonianze di un insegnamento costante e diffuso.

Prima ancora della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, nel 1848, la lettera enciclica Qui pluribus  (1846) del beato Papa Pio IX (1846-1878) condanna la «[…] nefanda dottrina» (n. 16) del comunismo, che seduce «[…] l’incauta gioventù, propinandole il fiele del drago nel calice di Babilonia» (n. 15). Lo stesso pontefice, nella seconda metà del secolo XIX, depreca nuovamente il «[…] funestissimo errore del Comunismo e del Socialismo» con la lettera enciclica Quanta cura del 1864 (n. 4), errore che in realtà sono errori e che vengono poi definiti, nel Sillabo, allegato alla medesima enciclica, «[…] pestilenze» (n. IV). Pure il magistero sociale di Papa Leone XIII (1878-1903) mette in guardia «[…] contro la peste del Socialismo» e la «[…] setta di coloro che quasi barbari si chiamano Socialisti, Comunisti e Nichilisti» (lettera enciclica Quod apostolici muneris del 1878, n. 4), asserendo successivamente che «[…] la comunanza dei beni» ‒ uno dei fulcri del economico-filosofici comunismo, da cui appunto il nome ‒ «[…] offende i diritti naturali di ciascuno» (lettera enciclica Rerum Novarum del 1891, n. 12).

All’inizio del Novecento, Papa san Pio X (1903-1914) individua, nelle correnti modernistiche inclini ad assecondare le istanze di un socialismo moderato, alcuni princìpi che avrebbero agevolato l’ascesa sociale del comunismo e li stigmatizza nella lettera agli arcivescovi e vescovi francesi Notre charge apostolique del 1910 (cfr. n. 38). Poco dopo, Papa Benedetto XV (1914-1922), raccomandando la devozione a san Giuseppe, patrono della Chiesa, motu proprio Bonum sane del 1920, esorta i governanti a preservare gli uomini «[…] immuni dal contagio del socialismo, il nemico acerrimo dei princìpi cristiani» (n. 5).

Dunque, a cavallo delle due guerre mondiali, l’analisi dell’ideologia marxista viene magistralmente sviluppata in due lettere encicliche di Papa Pio XI (1922-1939), la Quadragesimo anno del 1931 e la Divini Redemptoris del 1937. Nella prima, il comunismo viene descritto avere una «[…] natura empia e ingiusta» (n. 112) e, quindi, nella seconda, viene definito «[…] intrinsecamente perverso» (n. 58). Scoppiata la Seconda guerra mondiale (1939-1945), nel Radiomessaggio della Pentecoste  del 1941 il venerabile Papa Pio XII (1939-1958) addita «[…] alla coscienza cristiana gli errori e i pericoli della concezione di un socialismo materialista» (n. 3), invitando i cattolici a non lasciarsi ingannare dai «[…] fabbricatori di errori e di malsane teorie, tristi correnti» (n. 26).

Nella seconda metà del cosiddetto “secolo breve”, Papa san Giovanni XXIII (1958-1963) afferma, nelle lettera enciclica Mater et magistra de 1961, che il comunismo è «[…] contro natura e [contrario] alla concezione cristiana della vita» (n. 15). La stessa censura viene rinnovata dal beato Papa Paolo VI (1963-1978) nella lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971 che chiarisce «[…] l’intimo legame» tra l’ideologia e «[…] il tipo di società totalitaria e violenta alla quale [essa] conduce» (n. 34).

Ancora, Papa san Giovanni Paolo II (1978-2005), forte della propria esperienza di vita sotto un regime comunista, quello polacco, ne ripresenta la condanna. Nella lettera enciclica Laborem exercens  del 1981 critica sia l’economicismo sia il materialismo tanto pratico e quanto dialettico del marxismo (cfr. n. 13). Nella lettera enciclica Sollicitudo rei socialis del 1987 ne disapprova «[…] la negazione o la limitazione dei diritti umani quali, ad esempio, il diritto alla libertà religiosa […] o di prendere iniziative in materia economica» (n. 15), ribadendo al contempo il concetto della destinazione universale dei beni che non annulla il diritto di proprietà (cfr. n. 42). Nella lettera enciclica Centesimus annus del 1991 ne denuncia il «[…] conflitto [sociale] che non è limitato da considerazioni di carattere etico o giuridico» (n. 14) e «[…] la statalizzazione degli strumenti di produzione [che] può ridurre praticamente in schiavitù» (n. 15).

Di grande rilievo, per profondità di pensiero filosofico e teologico, sono infine i documenti promulgati da Papa Benedetto XVI. Già da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede egli aveva processato l’ideologia marxista attraverso l’istruzione Libertatis nuntius su alcuni aspetti della teologia della liberazione promulgata nel 1984, ideologia i cui contenuti ‒ scriveva l’allora cardinale Joseph Ratzinger ‒ minacciano «[…] direttamente le verità di fede sul destino eterno delle persone» (n. 9). Poi, da Pontefice, nella lettera enciclica Spe salvi  del 2007, Benedetto XVI colpisce nel marxismo l’errore di fondo, ovvero il materialismo, affermando: «[…] l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli» (n. 21).

Il Magistero degli ultimi due secoli ha insomma puntualmente condannato l’ateismo dell’ideologia marxista ‒ un materialismo negatore della dimensione spirituale, della libertà, dei diritti e della dignità delle persone ‒ e le sue implementazioni sociali. Non è infatti possibile separare il materialismo dialettico (la concezione atea del mondo) da quello storico (l’analisi economico-sociale), adottando solo quest’ultimo, come invece proclama di voler fare la teologia della liberazione d’ispirazione appunto marxista. Il comunismo è infatti un corpus ‒ dottrinale, metodologico e pratico ‒ unico: la sua ideologia, la disamina socio-economica e i catastrofici risultati sociali sono consequenziali e inscindibili. Si tratta di una prospettiva, che, lungi dal voler porre rimedio alle ingiustizie sociali, fa leva strumentale su oggettive situazioni di sofferenza dei lavoratori esclusivamente per realizzare la Rivoluzione, ovvero la distruzione della civiltà cristiana occidentale così come essa è stata plasmata nei secoli dalla sintesi felice ‒ come ha spiegato Benedetto XVI nel discorso pronunciato nell’aula magna dell’Università di Ratisbona (Regensburg), in Germania, il 12 settembre 2006 ‒ tra fede e ragione, una sintesi frutto dell’incontro fra monoteismo ebraico, pensiero filosofico greco ed eredità romano-germanica propiziato e sublimato dalla e nella fede cristiana.

 

Le implicanze sociali, morali e politiche della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica sono delineate da Giovanni Cantoni in La dottrina sociale della Chiesa: princìpi, criteri e direttive; La dottrina sociale della Chiesa: natura e storia; Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della “Laborem exercens”, in Cristianità, n. 78-79 (1981), pp. 1-20; Cattolici, politica e dottrina sociale della Chiesa, in Quaderni di “Cristianità”, anno II, n. 4 (1986), pp. 68-76; nonché L’«Anno della Dottrina sociale della Chiesa», in Cristianità, n. 189 (1991), pp. 3-6.

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