L’aborto procurato o IVG, Interruzione Volontaria della Gravidanza: tecnica ed etica

Alleanza Cattolica 12 anni fa
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Diletta Rossi, Cristianità n. 330-331 (2005)

 

  1. Definizione

La medicina definisce “aborto” ogni interruzione di gravidanza che avvenga entro i primi sei mesi (1): tempo in cui il nascituro non è ancora capace di vita extrauterina (2).

L’aborto procurato o IVG, Interruzione Volontaria della Gravidanza, è una pratica che interrompe la gravidanza direttamente e intenzionalmente attraverso la soppressione della vita del nascituro.

  1. Tecniche

Attualmente, nei paesi in cui non è perseguibile penalmente, l’aborto procurato viene eseguito attraverso le tecniche dell’isterosuzione — frammentazione e aspirazione del prodotto del concepimento attraverso il canale cervicale della madre mediante cannule aspiranti (3) — e del raschiamento — svuotamento della cavità uterina con pinza ad anelli — in un intervento medico ambulatoriale (4). L’aborto può anche essere indotto da farmaci contragestativi in grado di provocare il distacco, la morte e l’eliminazione dell’embrione già annidatosi (5). L’aborto viene eseguito da personale medico su richiesta della donna incinta nei tempi e nei modi previsti dalle leggi vigenti in ogni Stato. L’aborto chimico o farmacologico può, in determinate situazioni, non prevedere un intervento medico: è il caso di contragestativi quali la RU486 o mifepristone, detta anche “pillola del mese dopo”, che, assunta in caso di ritardo mestruale, si lega ai recettori del progesterone, ormone essenziale per la gravidanza, interrompendone l’azione e provocando lo sfaldamento dell’endometrio uterino e il distacco e la morte dell’embrione (6). Il farmaco potrebbe essere usato anche come antinidatorio, ma viene proposto come contragestativo perché pare aver efficacia fino al quarantanovesimo giorno di amenorrea — pari al primo mese di vita dell’embrione — anche se la sua percentuale di successo diminuisce con l’avanzamento della gravidanza.

Sono abortivi anche i farmaci o i dispositivi che hanno un effetto intercettivo o antinidatorio, che cioè alterano la fisiologia del trasporto dell’embrione già formato nella tuba di Falloppio, e ne provocano la morte impedendone l’impianto in utero (7). Questi farmaci o dispositivi sono molto diffusi. Appartengono a questa categoria i cosiddetti “contraccettivi d’emergenza” e gran parte della contraccezione ormonale, il cui effetto è solo in parte contraccettivo, cioè teso a evitare l’incontro dell’ovocita maturo con uno spermatozoo. Sono intercettivi i dispositivi intrauterini — IUD o spirale —, la “pillola del giorno dopo”, gli analoghi del GnRH, i progestinici, la pillola estroprogestinica e la minipillola; sono sia intercettivi sia contragestativi il vaccino anti-gonadotropina corionica — vaccino anti-hCG — e il vaccino anti-trofoblasto, vaccino anti-TBA (8).

  1. Aborto e gravidanza

Gli antinidatori, agendo prima dell’impianto in utero, non vengono considerati abortivi da chi ritiene che la gravidanza inizi solo con questo evento, cioè circa 14 giorni dopo la fecondazione (9): anche l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 1985 ha dato una definizione ufficiale di gravidanza, ne ha fissato l’inizio all’impianto (10). Questa definizione però nulla toglie a quanto realmente si persegue attraverso l’utilizzo degli antinidatori: la morte del nascituro che già esiste anche se non si è ancora impiantato in utero. Evidentemente non è l’annidamento che fa dell’embrione il suo essere embrione, anche se, senza questo evento, la sua sorte è segnata: infatti, non può essere una relazione a determinare l’esistenza di un soggetto, semmai la sua esistenza a porsi come condizione della relazione. In aggiunta non è l’impianto a stabilire la relazione biologica fra la madre e il figlio; infatti quest’ultimo, oltre a essere di per sé geneticamente legato alla madre, stabilisce fin dal concepimento un intenso dialogo biologico con lei. Perciò la definizione di gravidanza dell’OMS è solo strumentale alla deresponsabilizzazione della madre di fronte al figlio nelle fasi di vita che precedono il momento dell’impianto, con l’obiettivo di rendere l’aborto precoce una pratica priva di rilevanza etica.

  1. Aborto terapeutico

Si parla di “aborto terapeutico” quando l’interruzione volontaria della gravidanza viene realizzata intenzionalmente per salvaguardare la vita o la salute materna (11). Il pericolo di vita o di salute per la madre può però comprendere uno spettro di situazioni molto diverse fra loro per gravità: si apre la possibilità che, in assenza di più precise regolamentazioni, l’aborto terapeutico venga esteso anche a situazioni che poco hanno a che fare con la salute materna. Come afferma mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, “sotto il nome di “aborto terapeutico” vengono a ricondursi i casi di aborto eugenetico (malformazione o malattia del feto), della motivazione contraccettiva (figlio non desiderato), delle motivazioni socioeconomiche” (12), e la salute viene intesa come uno stato di completo — e generico — benessere fisico, psicologico ed emozionale (13).

L’aborto terapeutico viene praticato quasi sempre a seguito d’indagini diagnostiche sulla salute del nascituro. Secondo il neonatologo Carlo Valerio Bellieni, docente di Terapia Neonatale alla Scuola di Specializzazione in Pediatria dell’università di Siena, è in crescita l’accanimento diagnostico prenatale, motivato dalla ricerca di “un altro” a misura delle proprie paure (14). Sempre più si mette a rischio la vita del nascituro pur di “sapere”, e la minima anomalia o sospetto sulle qualità del bambino induce nei genitori una reazione di rigetto. Ne conseguono ansia o depressione materna, e spesso l’aborto terapeutico (15).

In alcuni Stati vi è la possibilità di praticare tali aborti fino agli ultimi mesi di gravidanza realizzando così l’uccisione di neonati che potrebbero già vivere autonomamente. È nota la pratica del Partial-Birth Abortion: il forcipe entra in utero, afferra la gamba del bambino e ne trascina fuori attraverso il canale cervicale tutto il corpo, eccetto la testa che viene deliberatamente lasciata all’interno del corpo della madre. Il medico quindi conficca un paio di forbici nella nuca del bambino e poi le apre per allargare la ferita. Dopo aver tolto le forbici viene inserito un catetere nella nuca e il cervello viene aspirato. Anche la testa così collassata viene quindi estratta dal corpo della madre (16).

Un’altra tecnica — che viene praticata a partire dalla sedicesima settimana — è quella dell’avvelenamento con soluzione salina: un lungo ago viene introdotto nel sacco amniotico passando per la parete addominale della madre. L’ago inietta nel liquido amniotico una soluzione salina concentrata che il feto respira e inghiotte, avvelenandosi. Il feto si dibatte a lungo ed ha delle convulsioni. L’effetto corrosivo dei sali spesso brucia e asporta lo strato esterno della pelle del bambino, mettendo a nudo lo strato sottocutaneo. Dopo circa ventiquattro ore la madre entra in travaglio ed espelle un bambino morto (17).

Aborti tardivi vengono praticati anche attraverso l’isterotomia: l’addome e l’utero della madre vengono aperti chirurgicamente in maniera simile a quanto avviene durante un parto cesareo. Il feto viene estratto insieme alla placenta e poi eliminato con questa (18).

Tutti questi aborti vengono generalmente effettuati senza analgesia anche se fin dalla metà degli anni 1980 è noto che il feto è in grado di provare dolore già dopo i quattro mesi di gestazione (19).

L’aborto terapeutico è definibile come aborto diretto in quanto, in filosofia morale, è propriamente oggetto diretto della volontà: ciò in vista del quale la volontà passa all’atto di volere, a un’azione. È direttamente voluto tutto quanto è voluto e attuato come fine o come mezzo, sebbene in diversa forma, poiché il primo interessa in sé stesso, mentre il secondo interessa in ragione di un’altra cosa.

Diverso è l’aborto indiretto, cioè, sempre secondo la filosofia morale, indirettamente voluto, che si presenta come una conseguenza di un’azione: esso non è attuato in modo alcuno né come fine né come mezzo, ma è previsto e permesso in quanto si trova inevitabilmente legato a quanto si vuole e si attua direttamente (20). Non è un’azione abortiva diretta sul feto, ma è un’azione necessaria alla salvaguardia della vita della madre ed è rivolta a qualche parte del suo corpo. È un atto che provoca l’aborto come effetto collaterale, che quindi non è oggetto diretto né della volontà né dell’azione concreta. Se si afferma che una delle condizioni perché si possa parlare di atto terapeutico è che l’intervento medico-chirurgico sia direttamente rivolto a curare o a togliere la parte malata del fisico (21), allora si può dire che l’aborto indiretto è conseguenza di un tale atto.

Diversamente non si può parlare di reale terapia nel caso di un aborto diretto, anche se chiamato terapeutico, poiché non si tratta di agire su una malattia in atto, ma, piuttosto, si attua la soppressione del feto per evitare l’aggravamento della salute o il pericolo della vita della madre. Il passaggio non è dall’azione terapeutica sulla malattia — della madre — per raggiungere la salute, ma si configura, piuttosto, un’azione su quanto è sano — sul feto che può essere anche sano —, per prevenire una malattia o il rischio di morte (22). In caso poi il malato fosse il figlio, non si può in nessun modo parlare di terapia perché attraverso l’aborto non si elimina la malattia bensì il malato: questo si configura a pieno titolo come un atto eugenetico, che subordina la vita di alcune persone al vantaggio — inteso in senso lato — della specie e, in ogni caso, di altre persone.

  1. Giustificazioni all’aborto procurato

L’aborto procurato viene giustificato in vari modi: si sostiene che l’embrione fino a un certo stadio di sviluppo non sia ancora una persona umana, o che — comunque — i suoi diritti siano inferiori e subordinati alla volontà della madre — o comunque di chi è già nato —, o ancora che la sua vita e la sua morte siano indifferenti in quanto egli non avrebbe ancora interessi propri o autonomia decisionale (23).

  1. Argomenti contrari all’aborto procurato

 

  • La vita di ogni essere umano inizia al concepimento

Dal punto di vista biologico la descrizione del processo di fertilizzazione — concepimento — indica, come scrivono Angelo Serra S.J., professore emerito di Genetica Umana presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma nonché membro della Pontificia Accademia per la Vita, e don Roberto Colombo, professore di Biologia Generale e di Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia nonché membro della Pontificia Accademia per la Vita, che […] alla fusione dei gameti incomincia a operare come una unità una nuova cellula umana, dotata di una nuova ed esclusiva struttura informazionale che costituisce la base del suo ulteriore sviluppo” (24). Infatti, attraverso il processo di fertilizzazione due sistemi a sé stanti ma ordinati l’uno all’altro — i gameti — iniziano a interagire non più come due enti separati, bensì come le parti di un tutto, dando così origine a un nuovo sistema, una nuova cellula, detta zigote, che ha due caratteristiche fondamentali: è dotata di una precisa identità e di un proprio orientamento (25). Essa, infatti, esiste e opera fin da subito come un essere unitario e ben identificato, ed è intrinsecamente orientata e determinata a un definito sviluppo (26). Questa nuova identità organistica, attraverso uno sviluppo coordinato continuo e graduale, mantiene la propria identità biologica e genetica nel tempo, senza soluzioni di continuità, fino al momento della sua morte. È un nuovo essere che si autocostituisce imponendo a sé stesso la direzione, le strutture differenziate e la qualità dell’accrescimento, secondo il disegno iscritto nel genoma fin dal momento della fertilizzazione; questo indica che è un individuo dotato di vita propria, con una propria identità conferitagli da un unico principio sostanziale unificante. Il salto qualitativo essenziale avviene alla fecondazione, nel passaggio da due sostanze — i gameti — a un’unica sostanza: lo zigote. Questo rivela nel suo sviluppo biologico una continuità sostanziale, perché il principio del mutamento è interno alla sostanza stessa. In ogni fase successiva di questo sviluppo il nuovo organismo mantiene unità ontologica con la fase precedente, senza soluzioni di continuità. Fin dall’inizio del suo ciclo vitale è un uomo, e continua a essere quel determinato uomo sino al termine di questo ciclo (27).

  • Tutti gli uomini hanno un uguale diritto a vivere

Esiste un diritto alla vita? Ci si chiede: con quale diritto il nascituro esigerà che un altro lo risparmi? E si risponde che questo diritto gli deriva dal suo stesso atto di esistere: è un diritto dipendente dal piano ontologico e non un diritto assoluto (28), cioè il diritto di chi si pone come fonte di verità di fronte alle cose negando un loro significato intrinseco. L’individuo umano concepito, poiché esiste quale individuo sostanziale e soggetto di natura razionale, ha diritto in quanto tale a essere rispettato nella sua integrità fisica, che è per lui condizione di vitalità: è un essere umano e per questo ha il diritto che la sua vita venga rispettata.

Ci si chiede poi: esistono interessi superiori o situazioni particolari — come l’oggettiva difficoltà e sofferenza di una madre — che giustifichino la soppressione deliberata di una vita umana? Si risponde che nulla sembra eguagliare o superare quella che è la condizione, il sostrato di possibilità di ogni azione umana e di ogni atto razionale e libero. Quindi, il rispetto per la vita biologica di ogni essere umano — indipendentemente dal suo livello di sviluppo e dalle sue qualità — è la condizione di possibilità di ogni altro rispetto che gli si deve accordare. Inoltre, poiché tutti gli uomini hanno una comune e uguale natura, devono essere accordati a tutti i medesimi diritti fondamentali, fra i quali svetta, appunto, il diritto a non essere uccisi, che viene comunemente definito “diritto alla vita”.

L’aborto, alla luce di quanto evidenziato, è una pratica omicida, e la sua legittimazione diventa anche un atto profondamente discriminatorio nei confronti di una categoria di persone umane. Mario Palmaro, docente di Bioetica nell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, a tal proposito ripropone l’analogia — istituita negli anni 1970 dai coniugi statunitensi Barbara e John C. “Jack” Willke (29), lei laureata in Scienze Infermieristiche e lui medico — fra due sentenze pronunciate dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America rispettivamente nel 1857 e nel 1973. Entrambe, infatti, non riconoscono diritti a una determinata categoria di uomini poiché a essi viene negata la personalità giuridica (30).

La sentenza della Dred Scott cause vs. Sandford, una causa intentata da uno schiavo nero per la sua liberazione, stabilì infatti che i neri non avevano alcun diritto o privilegio che l’uomo bianco fosse tenuto a rispettare, tranne quelli che i detentori del potere e del governo avessero voluto concedere loro (31). Gli schiavi, perciò, come proprietà del padrone potevano essere acquistati o venduti, usati e persino uccisi (32). Non è difficile riconoscere nella sentenza del caso statunitense Roe vs. Wade, che ha sancito la legalizzazione dell’aborto negli USA, la medesima cultura giuridica di fondo, discriminatoria e dominativa, secondo la quale alcuni uomini — per motivi più o meno gravi — si ritengono “padroni” di altri e vogliono decidere della loro vita e della loro morte.

  1. Ragione e fede

Il giudizio etico dato sulla pratica dell’aborto procurato è fondato esclusivamente su dati riconosciuti ed elaborati dalla ragione umana, e in quanto tale va sostenuto. In tal modo esso dev’essere anche assunto dalla legge giuridica positiva, pena l’accettazione di un ordine sociale che ammetta la legge del più forte e, quindi, la negazione di un reale diritto.

La fede completa i dati di ragione e permette di evidenziare la gravità della pratica dell’aborto procurato: un delitto contro l’uomo che è “il termine personalissimo dell’amorosa e paterna provvidenza di Dio”, come afferma Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) nell’enciclica sul valore e l’inviolabilità della vita umana Evangelium Vitae, del 1995 (33).  Egli scrive: […] l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita” (34) e che ragioni anche gravi e drammatiche “non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente” (35).

  1. “Perché non bisogna rassegnarsi”

Il card. Joseph Ratzinger intitola Perché non bisogna rassegnarsi un decisivo capitolo della sua opera L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture (36) — l’ultima edita prima dell’elezione a Pontefice con il nome di Benedetto XVI — e in esso invita a dar voce pubblica al dramma dell’aborto che si consuma ogni giorno nel silenzio delle sale operatorie. Inoltre invita a non restare alla superficie delle cose, dalla cui osservazione potrebbe sembrare che, in fondo, l’approvazione legale dell’aborto abbia cambiato poco nella nostra vita privata e nella vita delle nostre società. Invece afferma che la piaga dell’aborto sta minando in radice la possibilità di una vita sociale e mette in pericolo la stessa identità dell’uomo, la cui vita è peculiare possesso del suo Creatore e che rimane sotto la sua diretta e immediata protezione: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Gn. 9, 5).

“Il sangue dell’uomo che viene versato — scrive con forza e sinteticamente — grida a Lui (cfr. Gn 4, 10), perché l’uomo è fatto a Sua immagine e somiglianza. L’autorità della società e nella società è da lui istituita precisamente allo scopo di garantire il rispetto di questo diritto fondamentale, messo in pericolo dal cuore cattivo dell’uomo. Il riconoscimento della sacralità della vita umana e della sua inviolabilità senza eccezioni non è dunque un piccolo problema […]: 1) non esistono”piccoli omicidi”: il rispetto di ogni vita umana è condizione essenziale perché sia possibile una vita sociale degna di questo nome; 2) quando nella sua coscienza l’uomo perde il rispetto per la vita come cosa sacra, inevitabilmente egli finisce per smarrire anche la sua stessa identità” (37).

Dunque, non ci si deve rassegnare ma si deve continuamente operare nella vita sociale affinché sempre meno venga sparso sangue innocente.

Diletta Rossi

 

 

Note:
(1) Cfr. Anton Spartaco Roversi, Diagnostica e Terapia, Edizioni Mediche Italiane, Pavia 1994, p. 825.

(2) Cfr. Henri de Tourris, Roger Henrion e Michele Delecour, Manuale di ginecologia e ostetricia, ed. it. a cura di Giuseppe Benagiano e Brunello Cozza, Masson, Milano 1996, pp. 213-214.

(3) Cfr. Maurizio Mori, Aborto e morale. Un manuale per capire, un saggio per riflettere, Il Saggiatore, Milano 1996, p. 114.

(4) Cfr. H. de Tourris, R. Henrion e M. Delecour, op. cit., p. 110.

(5) Cfr. Maria Luisa Di Pietro e Roberta Minacori, Sull’abortività della pillola estroprogestinica e di altri “contraccettivi”, in Medicina e Morale. Rivista internazionale bimestrale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, nuova serie, anno XLVI, n. 5, Roma settembre-ottobre 1996, pp. 863-899 (p. 864).

(6) Cfr. M. L. Di Pietro e mons. Elio Sgreccia, La contragestazione ovvero l’aborto nascosto, in Medicina e Morale. Rivista internazionale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, nuova serie, anno XXXVIII, n. 1, Roma gennaio-febbraio 1988, pp. 5-34; e M. L. Di Pietro e R. Minacori, art. cit.; cfr. pure Rudolf Ehmann, Il composto RU 486 e il mito della “pillola”, intervista a cura di Ermanno Pavesi, in Cristianità, anno XVII, n. 169, maggio 1989, pp. 8-9; e M. L. Di Pietro, “Come frutti di una medesima pianta”: la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, ibid., anno XXVII, n. 290-291, giugno-luglio 1999, pp. 8-10.

(7) Cfr. M. L. Di Pietro e R. Minacori, art. cit., p. 864.

(8) Cfr. ibidem.

(9) Cfr. M. L. Di Pietro e R. Minacori, “Contraccezione d’emergenza”: problema medico, etico e giuridico, in Vita e Pensiero. Rivista culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, anno LXXX, n. 5, Milano settembre-ottobre 1997, pp. 353-361 (p. 357).

(10) “Nel 1985 un comitato della Federazione Internazionale dei Ginecologi, istituito su iniziativa della Organizzazione Mondiale della Sanità, ha formulato una definizione di gravidanza che ne fissa l’inizio al momento dell’impianto dell’embrione nella parete uterina” (Carlo Casalone, La “pillola del giorno dopo” tra contraccezione e aborto, in Aggiornamenti Sociali, anno LI, n. 12, Milano dicembre 2000, pp. 851-858 [p. 854]).

(11) Cfr. Adriano Bompiani, Indicazioni all’aborto “terapeutico”: stato attuale del problema, in Angelo Fiori e mons. E. Sgreccia (a cura di), Aborto. Riflessioni di studiosi cattolici, Vita e Pensiero, Milano 1975, pp. 191-218 (p. 191).

(12) Mons. E. Sgreccia, Manuale di bioetica, vol. I, Fondamenti ed etica biomedica, Vita e Pensiero, Milano 2002, p. 468.

(13) Cfr. ibidem.

(14) Cfr. Carlo Valerio Bellieni, L’alba dell’”io”. Dolore, desideri, sogno,memoria del feto, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2004, pp. 28, 29 e 50-51.

(15) Cfr. ibid., pp. 50-51.

(16) Cfr. Partial-Birth Abortion, <www.nrlc. org/abortion/pba> (visitato il 30-10-2005). Nell’ultimo decennio si è anche discusso molto di eutanasia postnatale, soprattutto in Olanda, dove sei pediatri hanno proposto d’inserire nel loro codice deontologico la facoltà di sopprimere i difettosi appena nati: cfr. Mario Palmaro, Ma questo è un uomo. Indagine storica, politica, etica, giuridica sul concepito, con Prefazione di Eugenio Corti, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1996, p. 17.

(17) Cfr. Barbara e John C. “Jack” Willke, Manuale sull’aborto, 1971, ed. it. a cura di Domenico Pecorari e Piero Pirovano, Movimento per la Vita, Milano 1978, pp. 198-199.

(18) Cfr. M. Palmaro, op. cit., p. 17.

(19) Cfr. C. V. Bellieni, op. cit., pp. 37 e 38.

(20) Cfr. monsignor Angel Rodríguez Luño, La valutazione teologico-morale dell’aborto, in mons. E. Sgreccia e Ramón Lucas Lucas L.C. (a cura di), Commento interdisciplinare alla “Evangelium vitae”. Direzione e coordinamento di Ramón Lucas Lucas, L.C., ed. it., con Prefazione di Juan de Dios Vial Correa e Conclusione di mons. E. Sgreccia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1997, pp. 419-434 (pp. 421-423).

(21) Cfr. mons. E. Sgreccia, Manuale di bioetica, vol. I, cit., p. 467.

(22) Ibidem.

(23) Cfr. queste posizioni, in Norman Ford, Quando comincio io? Il concepimento nella storia, nella filosofia e nella scienza, 1988, trad. it. a cura di Rodolfo Rini, Baldini & Castoldi, Milano 1997; M. Mori, op. cit.; Peter Singer, Ripensare la vita, 1994, trad. it., il Saggiatore, Milano 1996; Hugo Tristam Engelhardt jr., Manuale di Bioetica, 1986, trad. it., il Saggiatore, Milano 1999; e Ronald Dworkin, Il dominio della vita. Aborto, eutanasia e libertà individuale, 1993, ed. it. a cura di Sebastiano Maffettone, Edizioni di Comunità, Milano 1994.

(24) Angelo Serra S.J. e don Roberto Colombo, Identità e statuto dell’embrione umano: il contributo della biologia, in Pontificia Academia pro Vita, Identità e Statuto dell’embrione umano, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, pp. 106-158 (p. 133).

(25) Cfr. Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Identità e statuto dell’embrione umano, del 22-6-1989, in Medicina e Morale. Rivista internazionale bimestrale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, nuova serie, anno XXXIX, n. 4, Roma luglio-agosto 1989, pp. 663-676 (pp. 664-667); e mons. E. Sgreccia, Manuale di bioetica, vol. I, Fondamenti ed etica biomedica, cit., pp. 440-442.

(26) Cfr. A. Serra S.J. e don R. Colombo, op. cit., pp. 133 e 141.

(27) Cfr. Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, doc. cit., pp. 668-671.

(28) Cfr. Luigi Lombardi Vallauri, Bioetica, potere, diritto, in Idem, Terre. Terra del nulla, Terra degli uomini, Terra dell’oltre, Vita e Pensiero, Milano 1989, pp. 111-147 (pp. 112-115); e Idem, Il soggetto assoluto e i suoi diritti nell’universo sadista, ibid., pp. 91-110 (pp. 103-110).

(29) Cfr. J. C. e B. Willke, Manuale sull’aborto, 1973, ed. it. a cura di Domenico Pecorari e Piero Pirovano, Movimento per la Vita, Milano 1978, pp. 198-199.

(30) Cfr. M. Palmaro, op. cit., pp. 101-103.

(31) Cfr. ibid., p. 102, nota 13.

(32) Cfr. J. C. e B. Willke, op. cit., p. 198; cfr. pure M. Palmaro, op. cit., pp. 102-103.

(33) Giovanni Paolo II, Enciclica “Evangelium vitae” sul valore e l’inviolabilità della vita umana, del 25-3-1995, n. 61.

(34) Ibid., n. 58.

(35) Ibidem.

(36) Cfr. card. Joseph Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, con Introduzione di Marcello Pera, Libreria Editrice Vaticana ed Edizioni Cantagalli, Roma-Siena 2005, pp. 69-73.

(37) Ibid., pp. 72-73.

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