8 marzo e Mulieris dignitatem

Valentina Caminiti 3 settimane fa
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Oggi è stata una giornata triste, soprattutto per le donne. Invece di celebrarne la specifica bellezza, il mondo ne ha esaltato la lotta per affermare diritti che nessuno nega, almeno a parole. E così abbiamo assistito ad una ulteriore diffusione di contrapposizione dialettica, di cui avremmo volentieri fatto a meno.

Il mondo di oggi ha certamente bisogno della donna, in un modo assolutamente particolare: ha bisogno del suo genio specifico, della sua femminilità, della sua pazienza e determinazione, soprattutto della sua esclusiva capacità di essere madre. In Italia, in modo particolare, si avverte l’assurda contrapposizione fra chi, anche a livello istituzionale, esalta la festa dell’8 marzo senza mettere al centro delle priorità politiche il suicidio demografico che ha investito il Paese anche nel 2016, anno che ha confermato una ulteriore diminuzione delle nascite.

Noi possiamo poco, umanamente parlando. Siamo una piccola associazione cattolica che invita gli uomini (e le donne) a seguire il Magistero per costruire un mondo migliore sulle ceneri del nostro tempo, che muore perché ha perduto e non ha intenzione di coltivare la speranza. Il Magistero tutto, senza contrapporre un Papa ai suoi predecessori, come qualcuno fa senza rendersi conto del male che provoca al corpo di Cristo, ma anche senza staccare un Papa da chi lo ha preceduto, tra l’altro contro la sua volontà continuamente espressa.

Per questo, alla fine di questa triste giornata, pubblichiamo un piccolo contributo al tema della donna, invitando a rileggere la Lettera apostolica Mulieris dignitatem di San Giovanni Paolo II, che nel 1988 celebrò la bellezza dell’essere donna nel piano salvifico di Dio. Sono passati tanti anni, ma il Magistero non invecchia. E se è vero che da soli non possiamo invertire la rotta triste e sbagliata del nostro tempo, possiamo però invocare, per mezzo della preghiera, un intervento divino che illumini chi invece avrebbe questo potere.

La Redazione


 

Ogni anno, l’8 marzo offre l’opportunità di riflettere sulla femminilità, sul senso di essere donna e sul modo in cui la nostra cultura ne pensa e la tratta. Stretta tra gli eccessi della cultura consumistica, che sfrutta il corpo ed esalta la sensualità, e l’inganno di una cultura relativistica ed ideologica che nega la realtà biologica a favore della fluidità del gender, la donna moderna rischia di perdere la consapevolezza di sé.

Contraccezione e aborto non sono più gli unici campi di rivendicazione femminista: ora il nuovo diritto è compendiato nella maternità on demand, che giunge a realizzare entrambi nella pratica della fecondazione artificiale. Sembra che le donne non sappiano nemmeno più solidarizzare e commuoversi per le ingiustizie perpetrate verso altre donne: subire stimolazioni ormonali per far maturare tanti ovuli da ‘regalare’ (dietro nominale rimborso spese), portare in grembo un figlio per vederlo sparire tra le braccia di altri, persino abortire in solitudine tra crampi ed emorragie per via di una ‘pillolina’ ingoiata da sole… nulla sembra troppo per l’immagine della donna emancipata e liberata dai cosiddetti ‘stereotipi’.

Nel 1988, non a caso il 15 agosto, solennità della Assunzione al Cielo di Maria Santissima in corpo e anima, il santo papa Giovanni Paolo II pubblica la lettera apostolica Mulieris dignitatem. L’appassionata e documentata difesa della dignità e preziosità femminile non trova uguali in alcuna letteratura di rivendicazione. È dunque profetica, già nell’introduzione, l’esigenza suggerita: è urgente “ l’approfondimento dei fondamenti antropologici e teologici necessari a risolvere i problemi relativi al significato e alla dignità dell’essere donna e dell’essere uomo. Si tratta di comprendere la ragione e le conseguenze della decisione del Creatore che l’essere umano esista sempre e solo come femmina e come maschio. Solo partendo da questi fondamenti, che consentono di cogliere la profondità della dignità e della vocazione della donna, è possibile parlare della sua presenza attiva nella Chiesa e nella società”. “Questa eterna verità sull’uomo, uomo e donna – verità che è anche immutabilmente fissata nell’esperienza di tutti – costituisce contemporaneamente il mistero che soltanto nel «Verbo incarnato trova vera luce (…). Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione», come insegna il Concilio Vaticano II” (n.1). Il Papa difende la specificità femminile e mette in evidenza il fondamento biblico dell’uguale dignità dell’uomo e della donna, poiché la dignità della persona consiste nell’elevazione soprannaturale all’unione con Dio in Gesù Cristo, che determina la profondissima finalità dell’esistenza di ogni uomo sia sulla terra che nell’eternità» (n. 4). Nel racconto della creazione troviamo le basi fondanti della dignità dell’essere umano, uomo e donna, che vengono creati da Dio a Sua immagine e somiglianza. La donna viene creata «dalla costola» dell’uomo e viene posta accanto a lui come un altro io; l’uomo, nel mondo, tra tutte le creature è solo, non trova in nessuna di queste un aiuto adatto a sé. La donna, chiamata con lui all’esistenza, è immediatamente riconosciuta dall’uomo (n. 6) «carne della sua carne e osso delle sue ossa» (Gn 2,23). Questa è la storia di ciascuno.

E poiché il peccato – provocando le tre grandi fratture: nel rapporto con Dio, tra l’uomo e la donna e dunque con “l’altro” e nella responsabilità verso la creazione – guasta la capacità di costruire una società giusta, la riflessione antropologica e teologica sulla donna costituisce un solido fondamento per una prospettiva sociale: “Umanità significa chiamata alla comunione interpersonale. Il testo di Genesi 2, 18-25 indica che il matrimonio è la prima e, in un certo senso, la fondamentale dimensione di questa chiamata. Però non è l’unica. Tutta la storia dell’uomo sulla terra si realizza nell’ambito di questa chiamata. In base al principio del reciproco essere «per» l’altro, nella «comunione» interpersonale, si sviluppa in questa storia l’integrazione nell’umanità stessa, voluta da Dio, di ciò che è «maschile» e di ciò che è «femminile». I testi biblici, a cominciare dalla Genesi, ci permettono costantemente di ritrovare il terreno in cui si radica la verità sull’uomo, il terreno solido ed inviolabile in mezzo ai tanti mutamenti dell’esistenza umana”. Il giusto rapporto tra l’uomo e la donna, infatti, è basato sulla reciprocità che non significa «vivere l’uno accanto l’altro, ma essere dono l’uno per l’altro» (n. 7).

«Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri» (Ef 5,21), è questa la novità evangelica ricordata dalla Lettera apostolica. In questa condizione di reciprocità si supera il regime di dominazione maschile, ovvero di quello stato discriminatorio della donna che il peccato aveva provocato. E in questa prospettiva si comprende anche il senso dell’espressione «capo della moglie» (Ef 5,23) che in autenticità, secondo l’insegnamento di Cristo, vuol dire donare se stesso per la propria moglie (n. 14; Ef 5,25). Questa unità e uguaglianza, che si manifesta nel dono, non solo «non annienta le diversità» fra uomo e donna (n. 16), ma riesce anche ad armonizzarle e a completarle. Solo in questa prospettiva possono essere superate tutte le profonde ingiustizie, violenze, angherie e mistificazioni di cui ancora sono vittime le donne in tante parti del mondo.

La donna ha delle risorse insite nella sua femminilità che non sono di minore importanza di quelle maschili;  deve intendere «la sua ‘realizzazione’ come persona, la sua dignità e vocazione sulla base di queste risorse» (n. 10), che ha ricevuto al momento della creazione e che eredita come espressione peculiare dell’immagine e somiglianza con Dio.

Ma senza questa prospettiva e questa dinamica di analisi razionale della realtà, non eviteremo la strumentalizzazione nella rivendicazione di immaginari ‘diritti’ che, lungi dall’assicurare rispetto e valorizzazione, rendono le donne ancora meno consapevoli della loro preziosità: per la Chiesa, per il mondo, per se stesse.

Valentina Caminiti

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