Caravaggio tridentino

L’irrompere dell’inatteso nella “Vocazione di san Matteo”
Michele Canali 3 mesi fa
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di Michele Canali

Da sempre artisti di tutti i generi sono affascinati dall’evento che Gesù Cristo ha introdotto nella storia: la conversione dei cuori. La storia si trasforma, così, nel luogo dell’imprevedibile, dell’inatteso che entra con forza nella vita, che la salva e che la redime. Nel Vangelo uno spunto è dato dalla conversione di san Matteo, così narrato da lui stesso: «Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì» (Mt 9, 9). L’evento è tanto inatteso quanto fulmineo.

Il celebre pittore lombardo Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio (1571-1610), rimase così colpito dall’immediatezza della decisione dell’apostolo da decidere d’immortalarla in un quadro, la Vocazioen di san Matteo. L’opera appartiene a una importante commissione per la cappella Contarelli ‒ così detta dal nome del

cardinale francese Matthieu Cointerel (o Cointrel, o Cointereau, 1519-1585), italianizzato in Matteo Contarelli, che l’acquisto nel 1565 ‒ nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, dipinta tra il 1599 e il 1600.

Recentemente, e in contrasto con la lettura tradizionale, san Matteo è stato indicato ‒ per esempio dalla storica dell’arte Sara Magister‒come il giovane gabelliere in fondo al tavolo, all’estrema sinistra, ancora piegato sui soldi e avidamente intento a contarli. Questa interpretazione accentua la forza repentina della chiamata rappresentata dal dito puntato di Gesù, posto nella parte destra del dipinto e coperto da san Pietro. Tutti i personaggi sono voltati verso i due sconosciuti. Il vecchio, ritto in piedi alla sinistra del giovane Matteo, sembra essersi appena rimesso gli occhiali dopo un breve e svogliato cenno verso i due. In pratica, solo il giovane appare totalmente disinteressato alla scena. È raffigurato con il volto curvo, gli occhi bassi, concentrato solo sul denaro. Ciò che oggi colpisce di questa scena pittorica è soprattutto l’effetto cinematografico. L’autore dimostra una straordinaria capacità di cogliere l’istante preciso, quello di maggior pathos in cui coinvolgere lo spettatore. Non a caso Caravaggio è definito il “pittore del fotogramma”, capace di bloccare l’immagine nell’attimo di maggior enfasi e significato. Secondo la felice interpretazione che vuole, nel quadro, un Matteo giovane, il gabelliere è colto nell’ultimo momento della sua vecchia vita, quello più oscuro e tenebroso, in cui è piegato solo sulle vanità mondane e Gesù è ‒ apparentemente ‒ lontano dal suo sguardo. In realtà, il dito di Gesù è puntato, la Sua chiamata squarcia il buio della stanza, il giovane è colpito nel profondo del cuore. E allora viene naturale immaginare il fotogramma successivo, quando il ragazzo repentinamente si alza e senza indugio prende a seguire quello “Sconosciuto”.

Ma c’è di più. Il pittore lombardo oggi piace molto perché comunemente descritto come un artista inquieto e maledetto, quasi un antesignano dei moderni bohemien. Difatti ebbe un’esistenza difficile e persino problemi con la legge. Ma questo quadro dice altro. È un esempio stilistico dell’importante rinnovamento che la fede cattolica vive nel periodo storico in cui viene dipinto, rinnovamento espresso in modo esplicito nel Concilio di Trento (1545-1563). Il Merisi visse tra Milano e Caravaggio ai tempi in cui nella prima città era vescovo san Carlo Borromeo (1538- 1584), la cui diocesi fu modello di attuazione dei decreti conciliari. Il cardinale e arcivescovo di Milano verrà del resto canonizzato perché, com’è stato acutamente osservato, «[…] ha avuto la grazia di guardare la realtà ed intervenire nei vari ambiti della Chiesa e della società» [link: https://it.zenit.org/articles/carlo-borromeo-la-vita-di-un-santo-tra-dottrina-riforma-e-carita/]. Ebbene, questi insegnamenti rivivono nel quadro dedicato a san Matteo. Gesù è raffigurato dentro un tipico locale seicentesco e san Matteo, con gli altri personaggi, vestono abiti eleganti di quella stessa epoca. L’evento evangelico è insomma inserito nella realtà quotidiana, dando vita a una scelta che trasforma profondamente gli schemi narrativi del tempo. La conversione dell’apostolo diventa così la chiamata rivolta a tutti gli uomini di quel mondo, esortati a seguire Cristo sulla spinta profusa dalla rinnovata forza della Chiesa tridentina ricca di grande fervore religioso. Caravaggio esprime pittoricamente questa chiamata attraverso la forte presenza della luce, che non penetra dalla finestra ma che promana dalla figura di Cristo il quale va a cercare gli uomini là dove essi si trovano. Questa luce, che esprime la bellezza della chiamata poiché essere chiamati significa essere amati, la si può però accogliere solo con il cuore aperto a Cristo e alla Sua Chiesa, posta inequivocabilmente in primo piano dalla possente presenza, nel quadro, di san Pietro.

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