“C’è un giudice alle Hawaii (che però fa il politico)”

Marco Respinti 5 mesi fa
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Da “La bianca torre di Ecthelion” del 17 marzo 2017. Foto da Capital Gazette

Mercoledì 15 marzo il giudice Derrick K. Watson, del Tribunale federale distrettuale delle Hawaii, si è pronunciato sulla causa intentata contro la Casa Bianca dal Procuratore generale delle Hawaii Douglas S. Chin, decretando la sospensione anche della seconda versione dell’ordine esecutivo emesso dal presidente Donald J. Trump per chiudere temporaneamente, parzialmente e a certe condizioni le frontiere degli Stati Uniti. Lo stesso giorno gli ha fatto eco il giudice Theodore D. Chuang, del Tribunale federale distrettuale del Maryland, pronunciatosi sulla causa intentata contro la Casa Bianca da alcune organizzazione no-profit che lavorano con profughi e immigrati. Due decisioni ancora più gravi di quella con cui il 9 febbraio la Corte d’appello del Nono circuito bloccò la prima versione dell’ordine esecutivo  per almeno tre ragioni.

La prima è che tra la versione originaria dell’ordine esecutivo del 27 febbraio e quella riveduta del 6 marzo, il testo è cambiato proprio sul casus belli. Nella seconda versione, il presidente ha messo esplicitamente per iscritto ciò che nella prima era ovviamente implicito ma cui qualcuno ha pensato bene di aggrapparsi: il blocco degl’ingressi da sei Paesi (sette nella versione di gennaio) non riguarda retroattivamente gli stranieri legalmente residenti in modo permanente negli Stati Uniti, ovvero i possessori delle famose “green card”. Che la questione fosse pacifica già nel primo decreto lo dimostra il fatto che, a domanda dei dubbiosi, l’autorità competente aveva ribadito con precise linee guida. Fine cioè dei pretesti (il casus belli era quello perché nulla né nella prima né nella seconda versione del testo giustifica le accuse di violazione della Costituzione o di discriminazione religiosa, culturale, etnica).

La seconda ragione è che le motivazioni delle sentenze emesse dai giudici Watson e Chuang non riguardano il testo dell’ordine esecutivo, ma considerazioni, affermazioni e impressioni esterne. Scrive il giudice Watson che «[…] un osservatore oggettivo e ragionevole ‒ illuminato dallo specifico contesto storico, dalle odierne affermazioni pubbliche e dalla particolare sequenza di eventi che ha condotto alla sua emanazione ‒ potrebbe solo concludere che l’Ordine Esecutivo è stato emanato con il proposito di sfavorire una determinata religione malgrado si proclami neutrale sul piano religioso». Non è il testo dell’ordine esecutivo, cioè, che viola la legge fondamentale del Paese, ma “il clima”; un processo politico alle intenzioni dei più classici. Concediamo pure al giudice Watson, infatti, il punto. Mettiamo cioè che Trump pensi sciocchezze sull’islam e che pure le abbia dette. Nel suo ordine esecutivo però quelle sciocchezze non ci sono. Perché si dovrebbe dunque sospendere il decreto? Per il semplice motivo che il giudice Watson va ben oltre il proprio mandato, pretendendo di giudicare un pensiero, una cultura, forse una società intera. Il giudice Watson fa addirittura politica attraverso le carte bollate, le aule giudiziarie, domani magari persino le forze dell’ordine. Anzi, il giudice Watson legge tra le righe dell’ordine esecutivo motivazioni che qualora soggettivamente pure albergassero nel cuore dei suoi estensori, oggettivamente non sono contenute del decreto legge. Serve ricordare che un atto mostruoso come la legalizzazione dell’aborto americano, costato milioni e milioni di vite umane innocenti, si basò su una sentenza del 1973 che, pronunciandosi su un delitto di stupro inventato di sana pianta, stabilì che nella Costituzione federale degli Stati Uniti sono “scritti” dei diritti che nel suo testo non compaiono semplicemente perché si annidano “tra le righe”?

La terza ragione la esplicita il giudice Chuang clonando il parere del giudice Watson (e analogamente sconfessando di fatto pure lui i colleghi della Corte d’appello del Nono circuito). Richiamando alla memoria alcune uscite caciarone di Trump contro l’immigrazione dai Paesi a maggioranza musulmana usate durante la campagna elettorale, nella sentenza il giudice Chuang scrive che «[…] laddove il blocco degl’ingressi non assomiglia ad alcuna delle misure con cui nella storia recente si è risposto alle minacce alla sicurezza nazionale, esso assomiglia invece chiaramente alla specifica azione descritta dal presidente Trump nell’implementare il blocco dei musulmani. È dunque molto più verosimile che il proposito principale del blocco degl’ingressi fosse basato sulla religione, e quantunque il secondo Ordine Esecutivo affermi di mirare solo alla sicurezza nazionale, è verosimile che il suo proposito principale resti l’implementazione del blocco dei musulmani. Di conseguenza, è probabile che il blocco degl’ingressi violi» il divieto d’interferire con la religione che la Costituzione americana impone al governo. «Assomiglia», «verosimile», «probabile»: il diritto non è più una certezza, ma il profumo di un giudice. Al di là dei meriti o dei demeriti specifici dell’ordine esecutivo sulla chiusura delle frontiere emesso da Trump, il delitto peggiore compiuto dai tribunali americani oggi è la creatività.Pur politicizzando indebitamente anche il proprio giudizio, la Corte d’appello del Nono circuito che sospese la prima versione del decreto non osò impugnare una corbelleria come l’inesistente discriminazione religiosa. Il giudice Watson (sconfessando di fatto i colleghi della Corte d’appello del Nono circuito) ha rimesso al centro della questione la non-motivazione religiosa. Trump ha migliorato l’ordine esecutivo, le sentenze sono però peggiorate.

Marco Respinti

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