“Charles Manson, la coda del diavolo nella controcultura sessantottina”

Marco Respinti 8 mesi fa
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Da La bianca Torre di Ecthelion del 21/11/2017. Foto da articolo

Charles Manson è morto domenica sera alle 20,13 (ora locale) al Kern County Hospital di Bakersfield, in California, dov’era ricoverato per emorragia intestinale. Aveva 83 anni. Nel 1969 aveva massacrato senza una ragione apparente otto persone (anche se tutti ne contano sette perché una era ancora nel grembo di sua madre). Nel 1971 è stato condannato a morte, ma l’anno dopo lo ha graziato l’abolizione della pena capitale in California. Il resto dei suoi giorni li ha passati nella prigione statale di Corcoran. Chi è stato davvero Charles Manson? Un guru pop. Lo spiega bene la sua storia.

Nel 1934 nasce a Cincinnati, in Ohio. Il padre non sa chi sia, la madre invece sì: una prostituta alcolizzata. Viene su a furti e rapine, diventa un habitué del carcere e in cella inganna il tempo leggendo di occultismo e ipnosi. Intanto, fuori, scoppia il Sessantotto. In realtà il calendario dice che il 1968 è ancora di là da venire, ma negli Stati Uniti quella data fatidica è lunga almeno un decennio di sex and drugs and rock and roll. C’è di più, molto di più nei “Sixties” americani, ma quel motto dello sballo, reso canonico dal cantante punkinglese Ian Dury (1942-2000) con un hit single omonimo del 1977, rende bene il concetto. Sono gli anni della rivoluzione sessuale, del delirio di onnipotenza cheap regalato dalla pillola contraccettiva, della famiglia che inizia a scoppiare, delle autorità contestate per principio a monte di qualsiasi fatto, delle tonache alle ortiche e delle droghe che surrogano la religione. Quella chiamata, cioè, controcultura, che il rock and roll, un termine-magazzino dove ci s’infila di tutto, socializza in uno stile di vita. Manson vive nel luogo adatto, la California dell’utopia psichedelica che rende possibile tutto e leggero il nulla.

Quando il 21 marzo 1967 esce di prigione ha passato più di metà dei suoi 32 anni di allora dietro le sbarre (o in istituti para-carcerari), ma soprattutto è un “alternativo”. Vanno di moda le comuni, i “Macondo”, le ammucchiate e così anche Manson progetta il proprio quarto d’ora di promiscuità psicotropa. A San Francisco fonda “The Family”, una setta. Una setta vera perché ha pressoché nulla a che fare con la religione e tutto invece con l’ideologia: l’ideologia, ovvio, di quegli anni un po’ hipster, un po’ beatnick e un po’ compagni, cioè più pensiero debole che altro, e più pensiero sciatto che pensiero debole. “The Family” è sostanzialmente un gineceo prostrato ai piedi di Manson e sennò una banda. Tirano avanti a rapine, filosofeggiano a botte di droga e contestano i borghesi con sessioni gimnosofistiche e terapeutiche di sesso di gruppo. Manson è il “santone”. A volte si definisce “dio”, altre una reincarnazione di Gesù. E scrive, scrive canzoni “diverse” come fa ogni buon figlio della controcultura, canzoni che però nessuno fila.

Cosa scatti poi nella sua testa forse non lo saprà mai nessuno. Fatto sta che nel 1969 precipita nell’abisso. La sua gang di lestofanti porno-allucinati alza il tiro. La scena del crimine sono le ville dei paraggi della Los Angeles ricca. Il 31 luglio la setta ammazza Gary Hinman, un insegnante di musica, quindi, il 9 agosto l’attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, il bambino di otto mesi che ella porta in grembo e quattro amici della coppia. Il giorno dopo tocca a un imprenditore e a sua moglie. Dietro a tutto c’è Manson, organizzatore, regista, demiurgo. Perché? Appunto. Manson vaneggia di trionfo del caos, di guerra razziale (vuol fare incolpare i neri di un massacro di bianchi), di Helter Skelter. La banda scrive queste e altre parole d’ingiuria sui muri e su uno specchio di villa Polanski, col sangue. Helter Skelter è un brano del “White Album” dei Beatles, anno 1968, scritto da Paul McCartney. Brano brutto e confusionario. Manson ci legge la sua “imminente” guerra razziale, il disordine totale (anche se il titolo fa riferimento agli scivoli a tortiglione dei Luna Park) e per lui i “Fab Four” non sono che i quattro cavalieri dell’Apocalisse. La Beatlemania di Manson è del resto una telenovela delirante che non finisce lì.

A confessare Manson non ci ha mai pensato. Lo hanno inchiodato come mandante. In aula arriva con una X che si è scarnificato in mezzo agli occhi; in cella la trasformerà in una svastica. Nel suo monumentale e onnicomprensivo Satanism: A Social History (Brill, Leida 2016), il sociologo Massimo Introvigne recensisce anche la sua raccapricciante vicenda per concludere che qui il satanismo non c’entra. Se ne parla sempre perché quando gli ammazzano la moglie e il figlio Polanski ha appena finito di girare Rosemary’s Baby, una storia di stregoneria e California in cui una donna partorisce il figlio di Satana, e sua moglie è appunto incinta (la notte dell’omicidio di Sharon lui è a Londra per lavoro). Poi per via di quell’Helter Skelter e per il fatto che alcuni elementi di The Family hanno avuto contatti con Anton LaVey (1930-1997) la cui Chiesa di Satana è però un caso tipico di “satanismo acido”, più che altro, ancora una volta, LSD e orge.

Sociologicamente, infatti, Manson è il prodotto di una famiglia sbalestrata, della droga e del carcere. Storicamente, è l’esito parossistico della controcultura che ha fatto dell’infrazione di ogni norma la regola. Tirare in ballo il satanismo, impedisce cioè di vedere che quella stessa controcultura, una volta scaricato sul “parafulmine Manson” ogni biasimo, è diventata l’industria che ha normalizzato nella quotidianità più banale tutti i capisaldi di sesso, droga e rock and roll dei Sixties, che ha reso unisex il pensiero, che ha transgenderizzato le generazioni (lo spettacolo frusto di giovani vecchi mescolati a vecchi giovanilistici), che ha massificato gl’individui assoluti e che ha socializzato il nichilismo (sempre «nichilismo gaio», come diceva Augusto del Noce).

Manson stesso è un’industria pop: è diventato copertina di Rolling Stone, romanzo, film, commedia, serial tivù, cartone animato, opera teatrale e musical. Le sue canzonacce sono il trionfo vintage del trash, ripescate da discografici e band di oggi. Il cantante dei Guns’n’Roses sfoggiava il famoso sguardo allucinato di Manson sulle t-shirt; il nome d’arte del cantante americano Brian Warner è Marylin Manson, mix tra il fu ergastolano e la Monroe, altra icona della lubricità Sixties; e i Kasabian, beniamini dei teen-ager, si chiamano così in omaggio a Linda Kasabian, una della banda di Manson, il cui cognome, armeno, significa “macellaio”. E poi c’è la storia strombazzata dai media di Matthew Roberts, dee-jay di Los Angeles che nel 2009 scopre di essere figlio di Manson e Manson che in prigione quasi convola a nozze a 80 anni con l’allora 26enne Afton Elaine Burton. O Quentin Tarantino che su di lui sta ultimando le riprese della sua nona pellicola.

Mario A. Iannaccone ha scritto Meglio regnare all’inferno. Perché i serial killer popolano il cinema, la letteratura e la televisione (Lindau, Torino 2017) per raccontare la trasformazione del maligno in eroico di culto con cui si sta dando il colpo di grazia a quel che resta di famiglia, società e ordine naturale. L’anno venturo ricorre mezzo secolo dal Sessantotto, 50 anni di controcultura in cui la rivoluzione ha sfasciato e il riflusso ha messo sotto contratto e serializzato lo sballo. Manson lo spiega certamente più Andy Warhol che un esorcista. Certo, poi il diavolo la coda la mette dove vuole.

 Marco Respinti

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