Che cos’è la massoneria: il problema delle origini e le origini del problema

Alleanza Cattolica 6 anni fa
Prima pagina  /  Articoli  /  Che cos’è la massoneria: il problema delle origini e le origini del problema

Saggio tratto da: CESNUR. CENTRO STUDI SULLE NUOVE RELIGIONI, Massoneria e religioni, a cura di Massimo Introvigne, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1994, (pubblicato per gentile concessione dell’Editore).

 

Massimo Introvigne

 

I. Il problema delle origini

“Le origini della massoneria – secondo la storica inglese Frances Yates – sono uno dei problemi più discussi e discutibili in tutto il campo della ricerca storica” (1). Tuttavia, se si vuole comprendere esattamente da una parte che cos’è la massoneria, dall’altra perché la massoneria “fa problema” per le Chiese e comunità cristiane, la questione delle origini non può non essere affrontata. Possiamo distinguere tra un’origine sociologica e una storica della massoneria: anche se si tratta di due problemi – e di due origini – che si richiamano a vicenda.

 

1. L’origine sociologica

Il problema della massoneria non può che essere compreso nell’ambito di una più generale indagine sul problema della modernità. La caratteristica più essenziale della modernità è il pluralismo non solo sociale, ma dottrinale: la presenza – considerata normale, e perfino promossa – di gruppi socialmente significativi portatori di idee diverse e inconciliabili sull’origine e sul destino del mondo e dell’uomo, portatori – cioè – di diverse visioni del mondo, di diverse filosofie, di diverse religioni. Il Medioevo, da questo punto di vista, non era una società pluralista nel senso moderno del termine: le comunità ebraiche e musulmane, pure presenti, non erano considerate parte integrante della società; i vari gruppi ereticali erano corpi estranei, di rado socialmente significativi; l’unità e l’integrità della fede erano considerate un bene da perseguire e la presenza di visioni del mondo contraddittorie all’interno del popolo cristiano un male da combattere. La società pluralista moderna nasce dopo la Riforma e le guerre di religione, il cui esito è la presenza in diverse nazioni europee – e in ogni caso in Europa, se la si considera nel suo insieme – di gruppi religiosi diversi portatori di idee tra loro inconciliabili. Questa situazione di pluralismo non farà che accrescersi dal Cinquecento in poi: se all’inizio coesistono cattolici e protestanti, ben presto i protestanti si frammentano in decine di denominazioni rivali (mentre le scoperte geografiche rendono evidente a tutto il pubblico colto l’esistenza nel mondo di centinaia di religioni diverse); più tardi – con l’illuminismo – diventano socialmente significativi anche il razionalismo e la miscredenza, e a partire dall’Ottocento acquista spazio sempre maggiore anche la presenza in Occidente di religioni non cristiane e nuovi movimenti religiosi.

Di fronte al pluralismo dottrinale nasce – tanto più nei paesi dove questo viene importato tardivamente e quasi improvvisamente – un disagio sociale diffuso, che si manifesta tuttavia in due modi diversi. Da una parte c’è chi tenta la fuga dal pluralismo, che appare intellettualmente incomprensibile, rifugiandosi in “piccoli mondi” dove il pluralismo viene negato e dove la pluralità di messaggi contraddittori viene ridotta all’ascolto selettivo di un solo messaggio. È il caso delle “sette” che, fisicamente o almeno psicologicamente, si separano dalla società pluralista per costruire micro-società non più pluraliste dove si ascolta un’unica “verità” e si riducono i contatti (almeno intellettuali) con il mondo esterno. Dall’altra parte, vi è anche chi – anziché fuggire dal pluralismo – ne cerca una chiave di lettura che lo renda ragionevole e che permetta psicologicamente di adattarvisi. All’estremo opposto delle “sette” – per cui, nel senso più rigido, c’è un’unica verità, quella della “setta” e dei suoi capi – nascono così gruppi caratterizzati dal sincretismo e dal relativismo, per cui tutti i messaggi contraddittori in circolazione nella società pluralista sono contemporaneamente (anche se solo relativamente) veri, ed è possibile vivere tra le pieghe delle loro contraddizioni purché si trovi una chiave che permetta di disporre e ordinare le diverse visioni del mondo in una costruzione in qualche modo logica. Benché i relativismi e i sincretismi siano molteplici, molti comportano un elemento esoterico: si afferma, cioè, che a livello superficiale (essoterico, con due “s”) le diverse religioni, visioni del mondo, filosofie sono contraddittorie, ma che ciascuna comporta anche una parte più profonda e segreta (esoterica, appunto), e che i nuclei segreti delle diverse religioni e filosofie non solo non si contraddicono ma anzi coincidono fra loro (2).

Questo itinerario sociologico dimostra, paradossalmente, il bisogno di verità degli uomini e il disagio di vivere in un mondo di contraddizioni. Quando nella società pluralista moderna le contraddizioni si manifestano gli uomini sentono il bisogno di risolverle, o fuggendo verso il settarismo o facendosi una ragione delle contraddizioni con il relativismo e il sincretismo (3).

 

2. L’origine storica

 

a) In generale

La risposta sincretistica ed esoterica al bisogno di risolvere le contraddizioni della società pluralista nascente si rivela nel modo più caratteristico nella nascita della leggenda dei Rosacroce, secondo cui il “nucleo segreto” che sta dietro alle diverse religioni (e le unifica) sarebbe stato noto fin dal Medioevo a una confraternita di iniziati fondata da un certo Christian Rosenkreutz (o Cristiano Rosacroce) la cui tomba, nascosta in una foresta tedesca, conterrebbe appunto la chiave per pervenire al segreto. La leggenda venne messa in circolazione già nel Cinquecento, ma acquistò larghissima diffusione nel Seicento grazie alla pubblicazione di tre testi: la Fama fraternitatis (1614), la Confessio (1615), le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz (1616). Questi testi furono presi estremamente sul serio: perfino un personaggio come Cartesio dedicò più di un anno della sua vita a cercare i misteriosi Rosacroce in Germania. Oggi gli storici sanno con certezza che era impossibile trovare i Rosacroce per una buona ragione: non esistevano. Non era esistita nel Medioevo nessuna confraternita dei Rosacroce; la leggenda era appunto una leggenda, creata – con altri – dal pastore luterano tedesco Johann Valentin Andreae (1586-1654) che, dietro la storia dei Rosacroce, proponeva il tema relativista dell’unità fra i nuclei segreti delle religioni (nella versione esoterica) e insieme un programma politico di coalizione fra tutte le forze protestanti e “illuminate” d’Europa contro la Chiesa cattolica, il Papato e gli Asburgo (4). Il tema filosofico e il tema politico non erano del resto eterogenei: Johann Valentin Andreae e i suoi amici percepivano correttamente come la Chiesa cattolica fosse irriducibile a qualunque schema di unità – più o meno esoterica – fra le religioni e le Chiese fondato su premesse di tipo relativistico e sincretistico.

I Rosacroce, dunque, non si trovavano; ma – per tutto il Seicento e fino al Settecento – cresceva il numero di coloro che li cercavano (5). Tra i numerosi luoghi dove si cercavano i Rosacroce c’erano anche – specie in Inghilterra e in Scozia – le antiche corporazioni di arti e mestieri, che stavano perdendo la loro importanza economica ma conservavano un ricco corpus di simboli e di leggende. La corporazione dei liberi muratori (free masons in inglese, franc maçons in francese, da cui poi gli italiani frammassoni e massoni), che comprendeva i lavoratori della costruzione dai muratori agli architetti, aveva un leggendario abbastanza rigoglioso ispirato a costruzioni famose dell’antichità, dall’arca di Noè al tempio di Salomone. Non potevano trovarsi in questa corporazione – si chiedeva qualcuno – i segreti dei Rosacroce? La risposta, naturalmente, era negativa (sempre per il buon motivo che i Rosacroce non erano mai esistiti); ma questo non impedì a nobili e borghesi appassionati di esoterismo e di misteri rosicruciani di farsi ricevere, pagando il dovuto, nelle “logge” (ma questa espressione è tardiva) della corporazione dei “liberi muratori”, pur non essendo né architetti né muratori. Il fenomeno – che secondo studi recenti di David Stevenson sarebbe iniziato in Scozia negli ultimi anni del Cinquecento (6) – alla fine del Seicento era così diffuso che ormai in Gran Bretagna non era più sufficiente parlare di freemasons o masons: occorreva specificare se si trattava di massoni “operativi” (cioè lavoratori della vecchia corporazione) oppure “accettati” (cioè esoteristi che erano entrati nelle logge alla ricerca di segreti rosicruciani, ovvero curiosi che si facevano “accettare” per ragioni sociali o passione antiquaria per le tradizioni corporative). L’espressione “speculativi” si affermerà nei primi decenni del Settecento per indicare i non “operativi” che avevano aderito alle logge per ragioni esoteriche e filosofiche culturalmente impegnative e distinguerli dagli “accettati” che erano mossi da semplici motivi di curiosità o sociali (7).

Che cosa trovavano nelle logge della corporazione muratoria gli “accettati” e gli “speculativi”? Forse trovavano meno di quello che si aspettavano. In Inghilterra le organizzazioni locali “operative” erano chiamate nel Medioevo misteres, parola che più tardi – trascritta in mystery, “mistero” – comprensibilmente emozionava gli esoteristi. Purtroppo i filologi moderni hanno accertato che la parola inglese arcaica mistere era una semplice corruzione dell’italiano “mestiere” (è nota l’importanza dell’Italia per l’attività dei costruttori), e dunque non faceva allusione a nessun “mistero” occulto (8). Gli elementi decisivi per la formazione del successivo rituale “speculativo” che si trovavano nella massoneria “operativa” britannica erano sostanzialmente due. Da una parte vi era un corpus di leggende contenuto nelle cosiddette “Costituzioni manoscritte della massoneria”, i cui testi principali sono due manoscritti, Regius e Cooke, che risalgono agli anni 1390-1410 (9). Questi manoscritti contengono due diverse leggende sulle origini della muratoria: una più antica – che è stata chiamata la “storia antica breve” – e una più recente, la “storia nuova lunga”. La “storia antica breve” parte da un mitico viaggio in Egitto di Euclide, che ivi avrebbe fondato una scuola dell’arte della geometria e della costruzione, trasmessa poi a numerosi popoli e in particolare agli inglesi all’epoca del re Athelstan, che avrebbe dato ai liberi muratori i loro regolamenti e costituzioni. La “storia nuova lunga” parte invece da prima del Diluvio e menziona vari personaggi biblici – tra cui Jabal, che sarebbe stato un maestro costruttore impiegato da Caino, ed Enoch – che avrebbero trasmesso i segreti dell’arte muratoria in lamine d’oro o colonne nascoste (più tardi confuse con le colonne Jachin e Boaz del tempio di Salomone, con cui all’origine non si identificavano). Successivamente questi segreti sarebbero stati rivelati ad Abramo, di cui sarebbe stato allievo Euclide il quale avrebbe insegnato l’arte agli Egizi. Dagli Egizi l’arte sarebbe stata ritrasmessa agli Ebrei, e avrebbe trovato il suo culmine con Salomone e il suo tempio. Dopo la distruzione del tempio l’arte sarebbe passata ai cristiani – fra cui quattro martiri europei, costruttori di professione, i santi Quattro Coronati -, sarebbe stata protetta in Inghilterra da sant’Albano e codificata da Athelstan. Il materiale dei manoscritti Regius e Cooke – che risale a prima della Riforma, ed è quindi il corpus di leggende di una corporazione cattolica – sarà poi rielaborato in decine di altri manoscritti, che aggiungeranno il tema dell’arca di Noé e si diffonderanno sul tempio di Salomone e sul suo architetto Hiram Abiff. Douglas Knoop e G.P. Jones fanno notare che la leggenda di Hiram Abiff così come i massoni di oggi la conoscono – che comprende la sua uccisione da parte di tre traditori a cui non voleva rivelare la “parola del Maestro” – appare solo in manoscritti settecenteschi (10). Alexander Horne in uno studio molto dettagliato sul tema pubblicato nel 1972 rintraccia precedenti più arcaici per il ciclo del tempio di Salomone e anche per Hiram Abiff – sostenendo inoltre che temi antichi relativi all’arca di Noé avevano potuto essere trasposti e riferiti al tempio di Salomone (11) – ma ben pochi di questi precedenti hanno a che fare con le corporazioni muratorie. È pertanto possibile che in gran parte la leggenda di Hiram non sia stata trovata ma portata dagli “accettati” e dagli “speculativi” all’interno della massoneria “operativa”.

Il secondo elemento rilevante per i successivi sviluppi “speculativi” che gli “accettati” trovavano nelle logge della muratoria è la “parola massonica”, una parola o segno di riconoscimento segreto su cui si leggono spesso imprecisioni notevoli. Lo scopo della “parola massonica” – nata in Scozia nel Cinquecento, ignota nel Medioevo e ignota tra gli “operativi” in Inghilterra (12) – era di carattere pratico: “venne in esistenza perché era utile”. Ma “è sufficiente una rapida riflessione per rendersi conto che la parola massonica sarebbe servita a poco o a nulla semplicemente per distinguere i maestri costruttori abili e capaci dagli altri”. Per questo scopo c’era da sempre un metodo più sicuro: “una prova pratica”. In realtà la “parola massonica” rispondeva a un problema nuovo: la presenza in Scozia di lavoratori dell’industria della costruzione – chiamati cowan – che erano tecnicamente capaci di svolgere il loro lavoro (e di superare una prova) ma non erano passati attraverso il regolare apprendistato corporativo ovvero lavoravano al di fuori della corporazione, qualche volta accettando salari minori di quelli corporativi. La “parola massonica” permetteva ai capimastri e agli imprenditori legati alla corporazione di riconoscere i lavoratori che a loro volta appartenevano alla corporazione massonica e di proteggere il sistema corporativo – che ormai scricchiolava in tutta Europa – cercando di assumere soltanto “liberi muratori” e non cowan abusivi (13). Tuttavia la “parola massonica” è una innovazione cinquecentesca, e alla fine del Cinquecento iniziano ad affacciarsi nelle logge gli “accettati” e gli esoteristi. Intorno alla “parola massonica” cominciano così – quasi fin dalle sue origini – a nascere leggende, come quella secondo cui si sarebbe trattato di una parola magica capace di rendere invisibili. Per la diffusione di queste leggende gioca un ruolo decisivo il reverendo Robert Kirk (1644-1692) (14). Questo pastore presbiteriano scozzese è soprattutto noto per la sua opera di divulgazione della credenza nelle fate: anche se il suo Regno Segreto sarà pubblicato solo nell’Ottocento, era già una figura molto nota durante la sua vita, e quando morì circolò la leggenda che non fosse veramente morto ma fosse stato rapito dalle fate nel loro regno. Robert Kirk si interessava a tutti i misteri della Scozia, tra cui elencava “la parola massonica” di cui affermava che “è come una tradizione rabbinica a guisa di commento su Jachin e Boaz, le due colonne erette nel tempio di Salomone (I Re 7, 21), con l’aggiunta di qualche segno trasmesso da mano a mano, per mezzo del quale conoscono e diventano famigliari l’uno con l’altro” (15). Nel 1652 le autorità presbiteriane avevano dichiarato che nella “parola massonica” non c’era nulla di peccaminoso, ed è possibile che il reverendo Kirk fosse un massone “accettato” nella loggia di Scone e Perth n. 3 (16). Robert Kirk scriveva tra il 1680 e il 1691 e il riferimento a “qualche segno” potrebbe indicare già i five points of fellowship (“cinque punti di fratellanza”: piede con piede, ginocchio con ginocchio, cuore con cuore, mano con mano, orecchio con orecchio), descritti senza riferimento alle loro origini in un manoscritto del 1696 (17) e spiegati in manoscritti successivi con tentativi piuttosto macabri di rimettere insieme, togliendoli dalla tomba, i corpi di Noé o di Hiram Abiff per estrarre da questi corpi i loro segreti (a queste leggende si collegherebbe l’espressione “c’è ancora del midollo in quest’osso” – here is yet mar[r]ow in this bone – formula promessa a una carriera nei rituali “speculativi”) (18). In ogni caso troviamo qui un elemento di origine corporativa e pratica – la “parola massonica” – nato, a differenza delle leggende sulle origini dell’arte, in ambiente protestante e non cattolico (in quest’ultimo, infatti, l’idea del segreto in genere era certamente vista con maggiore sospetto) che si arricchisce di un significato occulto grazie all’opera di esoteristi come Robert Kirk i quali erano probabilmente massoni “accettati”. Ed è per opera di questo tipo di personaggi che le leggende sulla storia antica dell’arte e la “parola massonica” – le cui origini rispettive erano diverse – si saldano fra loro, e la “parola massonica” viene riferita a una “tradizione rabbinica” e al tempio di Salomone.

Comunque sia, i segreti propriamente esoterici non erano certamente numerosi quando i primi “accettati” si fecero ricevere nelle logge “operative” alla fine del Cinquecento. Dopo un secolo, alla fine del Seicento, un certo numero di segreti esoterici nelle logge massoniche britanniche invece c’erano davvero: non, però, perché ci fossero già prima (c’erano, come si è visto, solo alcuni elementi), ma perché li avevano portati nelle logge gli “accettati” di tendenze più esoteriche che in gran numero si erano fatti ricevere nella corporazione. La data del 24 giugno 1717, comunemente assunta come data di fondazione della massoneria moderna, costituisce la presa d’atto (in origine limitata alla città di Londra) di una nuova situazione, in cui le logge dei liberi muratori sono ormai composte quasi esclusivamente di “accettati”, in maggioranza ormai veri e propri “speculativi”. La massoneria “speculativa” moderna nasce a Londra, anche se i primi “accettati” erano stati ammessi nella corporazione in Scozia, perché in Scozia ancora ai primi del Settecento “operativi” e “accettati” convivevano nelle stesse logge, mentre in Inghilterra vi erano ormai logge separate composte esclusivamente di non “operativi” (e poteva perfino capitare che un costruttore appassionato di esoterismo appartenesse a due logge: una “operativa”, dove discuteva i problemi della sua professione, e una “accettata”, dove coltivava interessi filosofico-esoterici) (19). Gli ultimi “operativi” puri – ormai quasi degli estranei – vennero a poco a poco relegati alla periferia delle logge londinesi, e queste decisero di darsi nuove costituzioni, necessarie perché la realtà delle logge era mutata: da corporazioni di arti e mestieri a circoli filosofico-esoterici ormai completamente privi di qualunque funzione corporativa.

Le logge londinesi affidano così al pastore presbiteriano James Anderson (1680 o 1684-1739) – massone “speculativo”, ma anche scrittore di professione disposto a preparare libri d’occasione a pagamento – la redazione delle loro nuove Costituzioni. Il testo, pronto nel 1721, venne rivisto da un comitato di massoni, di cui era magna pars il pastore anglicano Jean-Théophile Desaguliers (1683-1744), figlio di un profugo ugonotto francese e terzo Gran Maestro della Gran Loggia di Londra dopo Antony Sayer (1672-1752) e George Payne (1675-1757), e pubblicato nel 1723. Le Costituzioni di Anderson comportano quattro parti: una storia leggendaria dell’ordine e dell'”arte” massonica (che rimonterebbe ad Adamo, Noè, Salomone e all’architetto del tempio di quest’ultimo, Hiram); i “doveri” o charges; un regolamento per le logge; una serie di canti per i tre gradi di apprendista, compagno e maestro. La parte più importante è quella dei “doveri”, ancora considerata vincolante da diverse massonerie contemporanee e fonte di numerosi scismi nella storia, relativi soprattutto al primo e al secondo “dovere”. Il primo prevede che un massone “se comprende correttamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso”; non si tratta peraltro di seguire le stesse “denominazioni o credenze religiose” ma solo “quella religione su cui tutti gli uomini sono d’accordo”. Il secondo dovere chiede al massone la lealtà nei confronti dei poteri politici costituiti e vieta alle logge qualunque attività politica diretta. Qualche controversia hanno causato anche il terzo “dovere” (che esclude tra l’altro dalla massoneria le donne) e il sesto, dove – pur senza usare la parola “segreto” – si raccomanda di essere “prudenti” perché neppure “l’estraneo più acuto sia capace di scoprire o di trovare quel che non conviene neppure suggerire” (20).

Nelle Costituzioni il riferimento all’esoterismo e al segreto coesiste con il deismo illuminista della “religione su cui tutti gli uomini sono d’accordo”. Come abbiamo visto, relativismo ed esoterismo erano già presenti nelle prime formulazioni della leggenda rosicruciana. Questo non significa che l’esoterismo cristianeggiante (seicentesco) e l’illuminismo razionalista (settecentesco) siano riusciti subito a coesistere perfettamente nelle logge massoniche. Al contrario una reazione contro le Costituzioni di Anderson, considerate troppo inclini al razionalismo e all’illuminismo, determinò lo scisma degli Antients (“Antichi”), con centro nella città di York (e con un quarto grado, quello dell’Arco Reale, di intonazione cabalistica, più tardi accolto da tutta la massoneria), che terminò con la riunione con i Moderns di Londra solo nel 1813. Un elemento di sincretismo – che ha dato origine a notevoli controversie – è peraltro presente anche nell’Arco Reale, dove viene rivelato (accanto al nome Jehovah) anche un altro nome di Dio, Jahbulon o Jah-Bul-On, sintesi dei nomi semitico (Jah o Jahveh), caldeo (Baal) e egiziano (On) della Divinità. Per quanto riguarda “On” sembra che i primi ritualisti dell’Arco Reale siano caduti in errore a proposito del biblico Putifarre “sacerdote di On” (Genesi 41, 45), interpretando On come se fosse una divinità (forse Osiride) mentre invece si trattava di una città (21). A prescindere dall’errore, la letteratura anti-massonica cristiana ha spesso protestato vivacemente per l’uso di un nome “pagano” di Dio nell’Arco Reale. Un comitato incaricato di studiare la massoneria dallo stesso Sinodo Generale della Chiesa d’Inghilterra (una comunità tradizionalmente filo-massonica ma che dal 1987 ha cominciato a sollevare serie obiezioni sulla massoneria) ha dichiarato che “Jahbulon (che si tratti di un nome o di una descrizione), che appare in tutti i rituali [dell’Arco Reale], deve essere considerato blasfemo: nella teologia cristiana il nome di Dio (…) non deve essere nominato invano, né può diventare parte di un amalgama con i nomi di divinità pagane” (22). In realtà sembra che non si tratti tanto di istillare sottilmente il paganesimo ma – attraverso un nome che vuole sintetizzare le divinità di popoli diversi – si voglia indicare l’unità delle religioni se le si considera a un livello più profondo o esoterico. A questa interpretazione, difendendosi dalle accuse della Chiesa d’Inghilterra, si erano avvicinati gli stessi responsabili dell’Arco Reale, i quali però insistevano che l’unità viene ricercata intorno a un “codice morale” comune piuttosto che a una dottrina teologica (23). In seguito alle polemiche sollevate dalla pubblicazione del best seller anti-massonico del giornalista Stephen Knight The Brotherhood – che insiste sul significato “segreto” della parola Jah-Bul-On (24) – dirigenti dell’Arco Reale hanno insistito che le tre sillabe Jah-Bul-On hanno tutte e tre un significato biblico, giacché la sillaba “Bul” o “Bel” può essere intesa come composta dalla lettera B (Beth, che significa anche “casa”) e dalla parola El (“Altissimo”, cioè Dio, in ebraico) – con il significato complessivo, quindi, di “Casa dell’Altissimo” – e la sillaba “On”, riferendosi precisamente alla città egiziana di cui era sacerdote Putifarre, la cui figlia sposò Giuseppe, intende appunto onorare quest’ultimo personaggio biblico (25). Lo sforzo filologico è pregevole, ma l’interpretazione è capziosa dal momento che – qualunque cosa ne pensino esponenti dell’Arco Reale di oggi – non c’è dubbio che per i primi ritualisti del grado “Jah-Bul-On” era una parola che intendeva contenere il riferimento a tre diverse divinità.

 

b) Origini degli “alti gradi”

L’origine degli “alti gradi” della massoneria (che inizialmente contava solo i tre gradi di apprendista, compagno e maestro) è in relazione alla sua introduzione e diffusione in Francia, in cui giocò un ruolo prominente il cavaliere scozzese André Michel de Ramsay (1686-1743), legato alla spiritualità quietista di Madame Jeanne-Marie Guyon (1648-1717). Il suo Discours (pronunciato nel 1736 e che avrebbe dovuto essere ripetuto a una grande riunione delle logge di Francia prevista per il 24 marzo 1737, poi vietata dalle autorità) (26) mira a propagandare la massoneria fra i nobili francesi, dissipando l’impressione che si tratti di una realtà nata fra semplici artigiani e muratori e sostituendo all’origine storica muratoria un’origine leggendaria cavalleresca. Secondo André Michel de Ramsay cavalieri della più alta nobiltà europea si sarebbero infiltrati nella corporazione massonica fin dai tempi delle Crociate per perseguirvi al riparo da occhi indiscreti i loro interessi esoterici. Da molti secoli la massoneria sarebbe dunque, più che una realtà corporativa, una realtà cavalleresca. Sulla base di questa leggenda – creata consapevolmente a tavolino da Ramsay, senza basi storiche – vennero elaborati interi sistemi di “alti gradi” a simbologia cavalleresca, che si aggiungevano ai primi tre detti della massoneria “azzurra” che rimanevano comunque alla base del sistema (e che erano di origine invece effettivamente corporativa). In Germania il Discours di Ramsay venne letto con grande interesse e collegato alle speculazioni, a loro volta prive di consistenza storica, che fervevano nel Settecento su una prosecuzione segreta dei Templari – in un clima ricco di segreti esoterici e di misteri – dopo la loro soppressione nel 1312. I “cavalieri” di cui Ramsay non aveva precisato l’identità venivano così identificati con i Templari, arricchendo ulteriormente la leggenda e dando origine a un gran numero di sistemi di “alti gradi” in concorrenza fra loro (27). Non tutti i massoni europei si entusiasmarono per le nuove leggende cavalleresche e templari: in particolare i più legati all’illuminismo e al razionalismo temevano che gli “alti gradi” fossero veicolo per la prevalenza degli elementi più inclini all’esoterismo e all’occultismo. I sostenitori degli “alti gradi” sconfissero i razionalisti su scala francese al Convento delle Gallie (tenuto a Lione nel 1778 e dove giocò un ruolo importante Jean-Baptiste Willermoz, 1730-1824, fondatore di un sistema massonico-esoterico desunto dalle dottrine occulte di Jacques Martinez de Pasqually, 1727-1774, ma insieme alla ricerca di una difficile conciliazione con il cattolicesimo), e su scala europea al convento di Wilhelmsbad nel 1782; pochi anni dopo, la “corrente fredda” razionalista si prese tuttavia una rivincita con la Rivoluzione francese (tra i cui protagonisti figuravano importanti massoni della “corrente fredda” e nel corso della quale i massoni della “corrente calda” più esoterica furono invece perseguitati). Sul piano massonico internazionale, la massoneria arrivò negli Stati Uniti – paese che in seguito avrebbe acquistato una grande importanza massonica – corredata degli “alti gradi”, e appunto negli Stati Uniti – a Charleston, nel 1801 – fu fondata la versione oggi più nota del sistema in 33 gradi detto Rito scozzese antico e accettato (28), più tardi diffusa in tutto il mondo grazie all’opera di una figura controversa ma influente, Albert Pike (1809-1891) (29).

Categoria:
  Articoli
Autore

 Alleanza Cattolica

  (1495 Articoli)