Clemens August von Galen (1878-1946)

Oscar Sanguinetti 4 settimane fa
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Oscar Sanguinetti, Clemens August von Galen (1878-1946)

 

1. Dall’aristocrazia del sangue a quella dello spirito

Clemens August Joseph Pius Emanuel Antonius von Galen nasce, undicesimo di tredici figli, il 16 marzo 1878 nel palazzo (Schloβ) di famiglia di Dinklage, nella Bassa Sassonia, nel nord-est della Germania, da un’antica famiglia nobiliare di tradizioni cattoliche. Il padre, Ferdinand Heribert (1831-1906) — quarto di tredici figli —, è deputato al Reichstag, il parlamento federale, nel partito cattolico del Zentrum, il Centro. Sua madre, contessa imperiale Elisabeth Friederike von Spee (1842-1920), appartiene anch’ella a una nota famiglia dell’aristocrazia germanica: fratello della nonna paterna di Clemens era mons. Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), vescovo di Magonza, uno dei pionieri del movimento sociale cattolico.

La vocazione ecclesiastica di Clemens August matura fin dal­l’adolescenza e nel 1898, dopo una udienza concessagli da Papa Leone XIII (1878-1903), decide di entrare in seminario. La sua formazione si svolge ordinatamente e senza che il giovane evidenzi doti particolari. Il 28 maggio 1904 a Münster — grande città dell’attuale Renania Settentrionale-Westfalia — viene ordinato sacerdote e per due anni svolge il ministero di vicario del duomo nonché di cappellano e di segretario, di suo zio, il vescovo ausiliare di Münster Maximilian Gereon von Galen (1832-1908). Poi, il 23 aprile 1906, viene trasferito a Berlino-Schöneberg presso la parrocchia di San Mattia, dove rimarrà fino al 1911. Sempre a Berlino, sarà quindi coadiutore nella nuova parrocchia di San Clemente Maria Hofbauer e, infine, dal 1919, tornerà come parroco a San Mattia. Negli anni berlinesi, densi di avvenimenti politici, don von Galen si segnala per la sua attività in campo sociale, divenendo presidente dell’Associazione dei Giovani Artigiani. La nobile nascita, una visione della fede e della Chiesa quanto mai rigorosa, una mentalità assai lega­ta alle forme, l’influenza delle tradizioni politiche familiari portano quasi fatalmente il parroco berlinese a schierarsi con i catto­lici conservatori e nazionali, divenendo anche membro del consiglio di amministrazione del quotidiano cattolico Ger­ma­nia, di cui era presidente l’uomo politico e futuro cancelliere Franz von Papen (1879-1969). Nel­l’o­puscolo Die Pest des Laizismus (La peste del laicismo), del 1932, egli lamenta la crescente secolarizzazione della vita pubblica e l’a­vanzata delle idee liberali e socialiste. Le sue radi­ci culturali gli consentono di cogliere meglio di altri nell’ideo­logia pseudo-tradizionale, neo-pagana e razzista del nazionalsocialismo il carattere di perversa contraffazione dell’au­tentico retaggio cristiano e “prus­sia­no”. Ma, se il suo giudizio su tale ideologia sarà sempre assai severo, egli si dimostrerà sempre un fedele servitore della patria germanica e in più di una occasione non mancherà di commentare positivamente singole iniziative poli­tiche e militari del governo o, quantomeno, non se ne dissocerà, vedendo talora ampiamente legate a esse le sorti dell’intero Paese.

2. Di fronte al regime nazionalsocialista

Nel 1929 don von Galen torna a Münster come parroco di San Lamberto e il 5 settembre 1933 viene inaspettatamente eletto vescovo al posto del canonico berlinese monsignor Heinrich Heufers (1880-1945), il quale — benché scelto in una terna — rinuncia alla nomina.

Dal momento della consacrazione l’ansia pastorale e il cavalleresco amore del vescovo von Galen per la verità e per la giustizia sembrano trovare ulteriore impulso e, dinanzi all’ag­gres­sione ai principi cattolici e umani perpetrata dal nuovo regime na­zionalsocialista, egli leva subito la voce per difendere il proprio gregge e tutti gli uomini di buona volontà. Il motto episcopale che si sceglie, “Nec laudibus, nec timore” (“Né per lodi, né per paura”), rispecchia fedelmente il suo carattere di uo­mo e il suo stile di pastore. Già nel luglio del 1933, non ancora vescovo, a­veva protestato con vigore contro l’assorbimento delle organizzazioni giovanili cattoliche nella Hitler Jugend, la “Gioventù hitleriana”. Poi sarà un crescendo. Nel marzo dell’anno seguente, in una lettera pastorale per la Quaresima, premesso che «[…] con sor­presa bisogna pure constatare che una serie di pensieri e di concezioni che sono state elaborate dal movimento ateistico bolscevico, ora vengono riprese sotto il segno del movimento nazionale», ammonisce che la teoria dell’asserita supremazia razziale germanica mette in discussione le radici stesse della fede e della morale cristiane. I locali gerarchi hitleriani commenteranno nei suoi riguardi: «Ogni frase è dettata dall’odio contro il Nazionalsocialismo». Il popolo cattolico della diocesi, colpito dalla statura morale del nuovo vescovo — che sembra riverberare quella fisica: un metro e novantanove di altezza… —, non gli lesina massicce dimostrazioni pubbliche di aperto consenso e di riconoscente sostegno, anche a rischio di scatenare la rea­zione delle squadre nazionalsocialiste. Nell’ottobre del 1934 mons. von Ga­len fa pubblicare una raccolta di Studi sul “Mito del XX secolo”, che costituisce una confutazione qualificata e puntuale de Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg (1893-1946), una delle “bibbie” dei nazionalsocialisti. Ancora, nell’omelia tenuta il 9 febbraio 1936 nella parrocchia di San Vittore di Xanten, 117 chilometri a sud-ovest di Münster, prendendo spunto dalla figura del santo locale, soldato e martire del IV secolo, egli non esita a denunciare che «[…] nella terra tedesca ci sono tombe allestite recentemente. In esse riposano le ceneri di persone che il popolo cattolico considera martiri della fede, perché hanno dato la loro vita come testimonianza fedelissima dell’a­dem­pi­mento del dovere per Dio, la patria, il popolo e la Chiesa». Le intimidazioni patite dalla Chiesa nel Terzo Reich in questi anni sono pressoché ininterrotte. Il 24 agosto 1938, dopo alcune manifestazioni “popolari”, mons. Johannes Baptist Sproll (1870-1949), vescovo di Rottenburg nel Baden-Württemberg, viene espulso dal­la sua diocesi; l’8 ottobre 1938 viene dato l’assalto al palazzo arcivescovile del card. Theodor Innitzer (1875-1955), arcivescovo di Vienna, da pochi mesi inglobata nel Reich; l’11 novembre 1938 è devastato il palazzo del card. Michael Faulhaber (1869-1952) a Monaco di Baviera; il 10 dicembre 1938 sono frantumati i vetri delle finestre che danno sul cortile della curia arcivescovile a Münster. 

Mons. von Galen, tuttavia, non è solo: altri vescovi tedeschi, con toni di­versi, iniziano a schierarsi contro gli eccessi del regime: fra di essi mons. Konrad von Preysing (1880-1950), dal 1935 arcivescovo di Berlino, e mons. von Faulhaber, arcivescovo di Monaco. La Santa Sede si pone costantemente al fianco dei pastori della Chiesa tedesca e il 14 marzo 1937 Papa Pio XI (1922-1939) stesso prende solennemente posizione contro il nazionalsocialismo con l’enci­cli­ca Mit brennender Sorge (Con ardente preoccupazione), la cui diffusione viene proibita dal regime.

Le violenze contro la comunità ebraica tedesca — che hanno inizio con la Kristallennacht, la “Notte dei cristalli”, nel novembre del 1938 — angustiano il presule, che, pur disponibile a intervenire, viene pregato dai dirigenti israeliti di astenersene, per non inasprire le misure anti-ebraiche. E la prudenza di tale decisione sarà confermata da quanto accadrà poco dopo nell’Olanda occupata, dove una pastorale dei vescovi in difesa degli ebrei deportati avrà quale effetto la deportazione anche dei convertiti al cattolicesimo, fra i quali saranno pure la carmelitana suor Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein (1891-1942) — beatificata nel 1987 da Papa san Giovanni Paolo II (1978-2005) — e sua sorella Rosa (1883-1942).

3. Durante la seconda guerra mondiale, con il popolo tedesco

Con lo scoppio della guerra mondiale l’atteggiamento di resistenza del pre­sule si fa ancor più intransigente, in quanto vede il partito hitleriano proce­dere imperterrito nell’attuazione del suo programma bellicista, razzista e totalitario, senza tenere in alcuna considerazione i sacrifici delle famiglie tedesche. Due cose in particolare mons. von Galen non perdona: l’esproprio delle case religiose e la politica eugenetica.

A questi due temi dedicherà il ciclo delle cosiddette “grandi prediche” dell’estate del 1941, che segna l’apogeo della potenza del Terzo Reich, ma anche l’inizio delle incursioni aeree alleate sul suolo tedesco. Nel­la prima predica, quella del 13 luglio, mons. von Galen condanna le violenze perpetrate ai danni dei religiosi, ricorda come la violazione della giustizia da parte dello Stato faccia venir meno la sua ragion d’essere e riget­ta l’accusa che l’opposizione al regime indebolisca il “fronte interno”, ritenendone viceversa responsabili quanti privavano parte della popolazione del tetto e della libertà. Un suo intervento presso il capo della Cancelleria del Reich, colonnello delle SS — le SchutzStaffeln, le “staffette di difesa”, ossia le formazioni armate del partito al potere — Hans-Hein­rich Lammers (1879-1962), non varrà ad arrestare i provvedimenti contro i cattolici, sì che il sabato successivo, 20 luglio, nella chiesa della Madonna di überwasser a Münster, mons. von Galen tornerà a sfidare il regime. Si tratta della famosa predica detta “dell’incudine e del mar­tello”, immagine usata dal vescovo per far meglio capire qual era la condizione dei cattolici tedeschi di allora, sottoposti ai duri colpi del pesante martello totalitario del regime. L’intervento del 3 agosto successivo nella chiesa di san Lamberto ha invece come tema la politica nei confronti della cosiddetta vita “inutile” o “impro­dut­tiva”, ossia il programma di “discreta” soppressione fisica dei minorati e dei folli ritenuti un mero peso per la società. Fra l’altro, il vescovo farà riflettere i fedeli sul fatto che sarebbe stato impossibile, alla lunga, evitare di non includere nelle categorie colpite anche la vita del­l’anziano o, addirittura, del soldato che fosse tornato mutilato o inabile dal fronte. Queste tre omelie avranno una grande eco nel Paese.

I nazionalsocialisti, temendo che l’aggressione alla Chiesa della Westfalia possa generare la reazione o il minor impegno dei cattolici al fronte, si limitano per il momento a coprire il vescovo di insulti, rimandando la loro vendetta a dopo “la vittoria finale”: in tal senso si espressero i massimi gerarchi del regime, come Josef Goebbels (1897-1945), e Adolf Hitler (1889-1945) stesso. Ma, nello stesso tempo, il furore del regime si scatena invece contro il basso clero, i sacerdoti e i religiosi, ventiquattro e tredici dei quali, rispettivamente, vengono subito deportati. Altre decine li seguiranno e molti di loro non faranno più ritorno dai Lager.

Nel 1942 lo attacca addirittura il maresciallo del Reich Hermann Göring (1893-1946), ma mons. von Galen non esita a replicargli, respingendo e ritorcendo con forza sul governo l’accusa di tradimento, precisando di parlare «[…] con tutto il rispetto che nutro per la sua persona e per il rango che lei riveste, ma anche con tutto il coraggio e tutta la risolutezza a cui mi obbligano la mia coscienza, il mio ufficio episcopale e la mia dignità personale».

4. Nel dopoguerra, sempre con il popolo tedesco

Il nazionalsocialismo, travolto dalle macerie della guerra mondiale, infine crolla e, liberata dalla crosta della tirannia totalitaria, riaffiora la Germania di sempre, ancorché alle prese con gli immani problemi della guerra perduta: l’occupazione militare alleata; le tremende violenze del­l’Ar­mata Rossa contro la popolazione civile; l’internamento dei soldati sconfitti in campi ai limiti dell’annien­tamento fisico; la grave mutilazione territoriale; le spaventose distruzioni del­le città; la crisi economica; le epurazioni e il programma di “denazificazione” di massa. Davanti a questa condizione drammatica, il “Leone di Münster” — che ha, da tedesco e da aristocratico, appoggiato disciplinatamente lo sforzo bellico sino alla fine — non vacilla. Anzi, il suo altissimo senso della giustizia, offeso dal comportamento degli occupanti, lo spinge a ergersi nuovamente in tutta la sua statura morale contro l’inusitata durezza dell’oc­cu­pa­zione e le razzie e le violenze delle truppe alleate. Non accetterà, in totale sintonia con il pensiero di Papa Pio XII (1939-1958), il concetto di colpa collettiva del popolo tedesco — ricordando le migliaia di tedeschi inviati a morire nei Lager —, né tacerà sulla tragedia dei tedeschi orientali, esiliati, massacrati dall’Armata Rossa, ridotti alla fame o costretti poi a subire un regime politico ancora più ingiusto e spietato di quello nazionalsocialista.

Nel marzo del 1946 mons. von Galen viene chiamato a Roma per ricevere il cardinalato — con il titolo di San Bernardo alle Terme — e Papa Pio XII può final­mente abbracciare il valoroso confratello nell’episcopato. Dopo un breve soggiorno in Italia, il 16 marzo fa ritorno nella sua diocesi, accolto da una folla di cinquantamila persone. Pochi giorni dopo, però, il 22 marzo 1946, il Signore chiama a sé il discepolo che ha «com­battuto la buona battaglia» (2Tm. 4, 7). Le spoglie mortali del “Leone di Münster” riposano nella “sua” cattedrale. 

Nel 1996, a cinquan­t’anni dalla morte di Clemens August von Galen, aristocratico tedesco e vescovo, strenuo confessore e martire incru­ento della fede, si è conclusa la fase diocesana del suo processo di beatificazione. Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) lo ha dichiarato venerabile il 20 dicembre 2003 e il 9 ottobre 2005, con una solenne cerimonia in piazza San Pietro a Roma, è stato proclamato beato da papa Benedetto XVI (2005-2013). Il miracolo necessario per la beatificazione era stato compiuto nel 1995 ed era consistito nella guarigione di Hendrikus Nahak, un sedicenne indonesiano in punto di morte per una forma particolarmente acuta di appendicite: l’infermiera che lo accudiva si era rivolta al cardinale perché intercedesse per il giovane.

Oscar Sanguinetti

Per approfondire: Mons. Reinhard Lettmann(1933-2013); Rudolf Morsey; monsignor Erwin Iserloh (1915-1996), Joachim Kuropka e mons. Heinrich Mussinghoff, Il Leone di Münster e Hitler. Clemens August Cardinale von Galen. La sua attività episcopale nel periodo della dittatura Nazionalsocialista in Germania, a cura di mons. R. Lettmann [vescovo di Münster] e mons. H. Mussinghoff [vescovo di Aquisgrana], con ill., trad. it., Herder, Roma-Friburgo-Vienna 1996, con il testo delle tre “grandi prediche” del 1941, pp. 165-204 (per una migliore traduzione di esse cfr. Clemens August Graf von Galen, Un vescovo indesiderabile. Le Grandi Prediche di sfida al nazismo, trad. it., a cura di Rosario Federico Esposito S.S.P. (1921-2007), Edizioni Messaggero, Padova 1985, pp. 115-135 e pp. 141-152); in generale, vedi anche Mario Bendiscioli (1903-1998), Germania religiosa nel Terzo Reich. Conflitti religiosi e culturali nella Germa­nia nazista, 2a ed. riveduta e aumen­tata, Morcelliana, Brescia 1977; cfr.  pure Danilo Veneruso, Osò combattere a viso aperto i princìpi su cui si basava il nazionalsocialismo, in L’Osser­va­to­re Romano, 3-8-1996; e Paolo Vicentin, Verso gli altari il “leone di Münster”, in Jesus, anno XIX, Milano aprile 1997, pp. 102-103.

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