Colombia, «facciamo il primo passo»

Papa Francesco traccia il bilancio del recente viaggio in America Latina nel solco del beato Paolo VI e di san Giovanni Paolo II. I ragazzi di ieri oggi sono le donne e gli uomini maturi che, dopo essersi a lungo combattuti, hanno finalmente aderito all’invito di pace. Inzia un mondo nuovo
Silvia Scaranari 1 mese fa
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di Silvia Scaranari

Il Santo Padre ha ricordato il viaggio in Colombia il 13 settembre, durante l’udienza del mercoledì, riprendendo il motto «Demos el primer paso», cioè «Facciamo il primo passo». Questo lo slogan del viaggio con cui il Papa ha invitato i colombiani, tormentati da decenni da una cruenta guerra civile, a ricominciare perché solo così si potranno superare sofferenze e inimicizie difficili da rimarginare.

Il Papa ritorna idealmente ai viaggi dei propri predecessori, il beato Paolo VI (1897-1978) nel 1968 e san Giovanni Paolo II (1920-2005) nel 1986, sentendosi in sintonia con i loro interventi.

Nel 1968 Paolo VI era stato a Bogotà per inaugura la neonata sede del CELAM (Conferenza episcopale latino-americana) e per incontrare l’allora presidente della repubblica Carlos Lleras Restrepo (1908-1994). La situazione della Colombia non era certo rosea: la maggioranza della popolazione versava in condizioni economiche di vera povertà.  Il Santo Padre, durante l’omelia della santa Messa del 23 agosto di quell’anno, aveva invitato proprio i campesinos a non lasciarsi trascinare dalle sirene della rivoluzione e della violenza per risollevare la propria condizione: «Lasciate […] che vi esortiamo a non mettere la vostra fiducia nella violenza e nella rivoluzione; ciò è contrario allo spirito cristiano, e ciò può anche ritardare, e non favorire, quell’elevazione sociale a cui legittimamente aspirate». Ma contemporaneamente aveva assicurato loro il proprio costante interessamento: «Noi non abbiamo, voi lo sapete, diretta competenza nelle cose temporali, e nemmeno abbiamo mezzi, né autorità per intervenire praticamente sulla questione. Tuttavia […] Noi continueremo a difendere la vostra causa. Noi possiamo affermare e riaffermare i principi, dai quali poi dipendono le soluzioni pratiche. Continueremo a proclamare la vostra dignità umana e cristiana».

Atteggiamento consono alla tradizione della Chiesa, il suo, che non ha mai smesso di guardare ai piccoli e ai poveri come a un’icona di Cristo, tanto che Paolo VI, sempre nella stessa omelia, aveva affermato: «[…] voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine sacra del Signore fra noi, come un riflesso rappresentativo, ma non nascosto, della sua faccia umana e divina. Ci ricordiamo ciò che disse un tempo un grande e sapiente Vescovo, Bossuet, sulla “eminente dignità dei poveri”. E tutta la tradizione della Chiesa riconosce nei poveri il sacramento di Cristo, non certo identico alla realtà dell’Eucaristia, ma in perfetta corrispondenza analogica e mistica con essa».

Qualche anno dopo, Giovanni Paolo II, nel discorso ai giovani nello stadio Nemesio Camacho, aveva ricordato che «la missione della Chiesa è contemporaneamente missione di giustizia, di impegno per l’uomo, di difesa dei suoi diritti e della sua dignità, perché l’uomo è immagine di Dio. La missione evangelizzatrice della Chiesa si proietta verso la vita degli uomini in tutte le dimensioni, poiché “l’amore che spinge la Chiesa a comunicare a tutti la partecipazione gratuita alla volontà divina, le fa anche perseguire, mediante l’efficace azione dei suoi membri, il vero bene temporale degli uomini, sovvenire alle loro necessità, provvedere alla loro cultura e promuovere una liberazione integrale da tutto ciò che ostacola lo sviluppo delle persone” (Istruzione sulla libertà cristiana e liberazione, n. 63 )». Ma allo stesso tempo il Pontefice aveva invitato i giovani a essere accorti nel discernere perché «c’è l’attrazione che può esercitare l’arricchimento facile e rapido, per vie contrarie alla legge ed alla morale cristiana; la tentazione dell’evasione che può giungere a sprofondare nell’alienazione della droga, dell’alcolismo, del sesso e di altri deplorevoli vizi». E ancora: «Vi sono alcuni che pretendono di sedurvi con atteggiamenti di conformismo, di indifferenza passiva e di scetticismo, sradicando dalla vostra gioventù i più nobili ideali umani e cristiani. E non mancano coloro che proclamano, quale soluzione ultima e disperata, il ricorso alla violenza armata nella guerriglia, nella quale sono caduti numerosi vostri compagni; a volte anche contro la loro volontà; altri offuscati da ideologie ispirate al principio della violenza come unico rimedio ai mali sociali. In molti casi si è arrivati all’assurdo di lottare fratelli contro fratelli, giovani contro giovani, attratti da questa violenza cieca che non rispetta né la legge di Dio né i principi più elementari della convivenza umana».

Quei ragazzi che nel 1986 avevano 20-25 anni oggi sono le donne e gli uomini maturi che, dopo essersi a lungo combattuti, hanno finalmente aderito all’invito di pace e ora, davanti a Papa Francesco, hanno accolto l’invito a non ricadere nella tentazione della violenza.

L’àncora a cui aggrapparsi è la forte radice cristiana che fonda il popolo colombiano. Papa Francesco dice che la Colombia, «come la maggior parte dei Paesi latinoamericani», è un Paese in cui sono «[…] fortissime le radici cristiane. E se questo fatto rende ancora più acuto il dolore per la tragedia della guerra che l’ha lacerato, al tempo stesso costituisce la garanzia della pace, il saldo fondamento della sua ricostruzione, la linfa della sua invincibile speranza».

Identità cristiana che è stata percepita forte durante la celebrazione per la beatificazione dei martiri Jesús Emilio Jaramillo Monsalve (1916-1989), vescovo, e Pedro María Ramírez Ramos (1899-1948), sacerdote, tanto da far sottolinea al Papa che «quando i cristiani si impegnano fino in fondo nel cammino di sequela di Gesù Cristo, diventano veramente sale, luce e lievito nel mondo, e i frutti si vedono abbondanti. Uno di questi frutti sono gli Hogares, cioè le Case dove i bambini e i ragazzi feriti dalla vita possono trovare una nuova famiglia dove sono amati, accolti, protetti e accompagnati. E altri frutti, abbondanti come grappoli, sono le vocazioni alla vita sacerdotale e consacrata».

A Cartagena c’è un altro grande esempio di servizio tanto che nella «[…] città di san Pietro Claver, apostolo degli schiavi, il “focus” è andato sulla promozione della persona umana e dei suoi diritti fondamentali. San Pietro Claver, come più recentemente santa Maria Bernarda Bütler, hanno dato la vita per i più poveri ed emarginati e così hanno mostrato la via della vera rivoluzione, quella evangelica, non ideologica, che libera veramente le persone e le società dalle schiavitù di ieri e, purtroppo, anche di oggi».

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