“Corpus Domini”, ermeneutica della storia

San Tommaso lo canta in un inno sublime. Le strofe di “O salutaris Hostia” declinano il tempo sacro: adorazione, lode e riconoscenza per la vittima immolata che spalanca le porte del Cielo. «Le armate nemiche incalzano», ma è di Cristo la vittoria finale.
Maurizio Brunetti 4 mesi fa
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Di Maurizio Brunetti

La Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, che, nel calendario liturgico del rito romano, in Italia si festeggia domani, domenica 18 giugno, si celebra annualmente in tutto il mondo cattolico dal 1264. In quell’anno, Papa Urbano IV (1255-1264), probabilmente sulla scia del santo entusiasmo suscitato dal Miracolo eucaristico di Bolsena, estese all’intera Cristianità occidentale la festa liturgica che, qualche anno prima, la diocesi di Liegi aveva istituito «ad confutandam haereticorum insaniam» . Si onorava il Corpus Domini, cioè la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, reagendo – anche con spirito di riparazione – alle tesi di coloro secondo i quali quella presenza era, invece, solo simbolica.

Per la stesura dell’ufficio liturgico, Papa Urbano interpellò san Tommaso d’Aquino (1225-1274); ed è, infatti, alla sapienza teologica e all’ispirazione poetica di quest’ultimo che si deve la sequenza Lauda Sion e altri quattro inni eucaristici. Al termine dell’inno Verbum supernum prodiens, incluso nelle Lodi Mattutine della festa del Corpus Domini, si trovano le due strofe di O Salutaris Hostia, spesso intonate in occasione delle Benedizioni eucaristiche solenni, magari sulle note dell’originaria melodia gregoriana.

A partire dai franco-fiamminghi Josquin Des Prez (1450-1521) e Pierre de la Rue (1452-1518), il testo ha ispirato compositori di epoche e latitudini geografiche disparate.

All’attenzione del lettore propongo una versione di O Salutaris Hostia composta nel nostro secolo. Non tanto perché si voglia anteporla a quelle del passato per valore estetico o di aderenza al testo, quanto per la sua esemplarità: essa dimostra come, anche nel secolo XXI, si possa comporre della musica liturgica d’impatto, senza pedissequamente riproporre stili del passato e, soprattutto, tenendosi lontani dal simil-pop che – quaranta anni fa in nome di una moda giovanilista, oggi probabilmente per inerzia – viene ancora proposto in non poche parrocchie nostrane.

Risale al 2015 la prima esecuzione di O Salutaris Hostia di Ambrož Čopi, per soprano solista e coro misto a cappella. Ambrož Čopi è nato nel 1973 a Bovec, cittadina slovena dell’alta Valle Isonzo, ed è attivo specialmente nella conduzione e nella composizione di musica corale.

Il suo pezzo si apre con l’andamento Calmo ma non troppo lento giustamente caratterizzato da una certa staticità: l’Eucaristia, del resto, è l’atto di amore cosmico nel quale si sfiorano tempo ed eternità. Qui le armonie proposte dal compositore sloveno evocano quelle già esplorate con successo dall’autore statunitense di musica sacra contemporanea Morten Lauridsen.

Segue, poi un Cantabile espressivo quando si tratta di esprimere lode e riconoscenza, giacché l’Ostia – che, non dimentichiamolo, significa “vittima” – si è immolata per aprire le porte del Cielo.

L’andamento si fa più concitato in corrispondenza del verso «bella premunt hostilia», «le armate nemiche incalzano». Le voci si rincorrono in uno stile fugato a ricordarci che, nella storia, non mancherà mai chi, con minore o maggiore consapevolezza, s’industrierà per combattere contro Cristo, perseguitando i suoi discepoli.

Il brano termina “pacificato” e nuovamente contemplativo sul verso d’esordio O salutaris Hostia. Del resto è a Cristo, Signore della Storia, cui spetta, per quanto copioso sia il sangue sparso dei martiri, la vittoria finale.

Di seguito il testo latino di O Salutaris Hostia e una traduzione in italiano redazionale.

 

O salutaris Hostia

quae caeli pandis ostium,

bella premunt hostilia:

da robur, fer auxilium.

 

Uni trinoque Domino

sit sempiterna gloria,

qui vitam sine termino

nobis donet in patria.

 

Ostia di salvezza,

che apri la porta del cielo,

le armate nemiche incalzano:

donaci forza, recaci soccorso.

 

Al Signore Uno e Trino,

sia sempiterna gloria,

che la vita senza fine,

Egli ci doni in patria.

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 Maurizio Brunetti

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