«Dai luce alla mia lucerna, Signore»

Il Sommo Pontefice, la parabola delle vergine sagge e delle vergine stolte, il nichilismo a buon mercato della società in cui viviamo. Prepariamoci perché non sappiamo né l’ora né il giorno, ma senz’angoscia
Michele Brambilla 1 settimana fa
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di Michele Brambilla

Le settimane che precedono la Solennità di Cristo Re sono caratterizzate, nella liturgia romana, dalla lettura dell’Apocalisse e dall’intensificarsi della predicazione sui temi escatologici o Novissimi (dal latino novus, “cosa straordinaria”). In particolare la XXXII domenica del Tempo ordinario presenta la parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (cfr. Mt 25,1-13). Era così pure in antico, quando la XXIII domenica dopo Pentecoste creava un parallelismo tra la risurrezione della figlia di Giairo (cfr. Mt 9,18-26) e quella dell’intera umanità professata nel Credo niceno («[…] et expecto resurrectionem mortuorum»), trattata con maggiore forza nel lungo brano di Vangelo della domenica XXIV (cfr. Mt 24,15-35) che questo 12 novembre risuona, con una scelta di versetti differente, nelle chiese ambrosiane, per le quali comincia l’Avvento.

Il messaggio di Mt 25,1-13 è sostanzialmente un «estote parati», poiché «[…] non sapete né il giorno né l’ora» (v. 13) in cui il Signore verrà, che si tratti sia del Giudizio universale sia della morte del singolo (giudizio particolare). All’Angelus , Papa Francesco mostra la diversità della preparazione delle vergini all’incontro con lo Sposo per invitare tutti i fedeli alla vigilanza interiore. «La parabola dice che cinque di queste vergini sono sagge e cinque stolte: infatti le sagge hanno portato con sé l’olio per le lampade, mentre le stolte non l’hanno portato. Lo sposo tarda ad arrivare e tutte si addormentano. A mezzanotte viene annunciato l’arrivo dello sposo; allora le vergini stolte si accorgono di non avere l’olio per le lampade, e lo chiedono a quelle sagge. Ma queste rispondono che non possono darlo, perché non basterebbe per tutte. Mentre dunque le stolte vanno in cerca dell’olio, arriva lo sposo; le vergini sagge entrano con lui nella sala del banchetto e la porta viene chiusa. Le cinque stolte ritornano troppo tardi».

Non sia così per il cattolico: «la lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede. La condizione per essere pronti all’incontro con il Signore non è soltanto la fede, ma una vita cristiana ricca di amore e di carità per il prossimo». Siamo invece spesso distratti dai nostri interessi materiali e dalle comodità, ma così «la nostra vita diventa sterile, incapace di dare vita agli altri, e non accumuliamo nessuna scorta di olio per la lampada della nostra fede». Ecco perché il più antico lucernario ambrosiano prega, ispirandosi proprio al capitolo 25 di Matteo, «quoniam Tu illuminas lucernam meam, Domine», «dai luce alla mia lucerna, Signore».

Tutte le epoche di crisi hanno alimentato un’apocalittica sbagliata di fuga dalla realtà: la nostra non fa eccezione. Giusto in questi giorni, un cappellano dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, commentando le letture proposte dalla liturgia (all’interno dell’ateneo vige il rito romano), lamentava che per troppi nostri contemporanei esiste solo un presente vuoto come l’eterno ritorno del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1854-1900). Questo stato d’animo favorisce, appunto, ipotesi e programmi nichilisti. Il cristiano, invece, ha un passato, un presente e un futuro perché sa da dove viene e verso Chi va.

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