Erich Pinchas Fromm (1900-1980)

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Ermanno Pavesi

 

1. La vita

Erich Pinchas Fromm nasce nel 1900 a Francoforte da agiata famiglia di ebrei osservanti, studia sociologia e si accosta precocemente alla psicoanalisi. A Berlino viene analizzato da Hans Sachs (1881-1946), uno dei collaboratori più stretti di Sigmund Freud (1856-1939). Agli inizi degli anni 1930 collabora con l’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte — sede istituzionale della Scuola di Francoforte, che elabora la Teoria Critica — in cui sono attivi fra gli altri Max Horkheimer (1895-1973), Theodor Wiesengrund Adorno (1903-1969) ed Herbert Marcuse (1898-1979). Il contributo di Fromm consiste nel tentativo di conciliare psicoanalisi e marxismo. Nel 1933 emigra negli Stati Uniti d’America, dove insegna in diverse università del paese che lo ospita e del Messico. Autore di numerose opere — fra le quali Il linguaggio dimenticato. La natura dei miti e dei sogni, del 1951, Psicoanalisi della società contemporanea, del 1955, L’arte di amare, del 1956, Marx e Freud. La verità che rende liberi, del 1962, e Avere o essere?, del 1976 — Fromm muore a Muralto, nel Canton Ticino, nel 1980.

 

2. L’opera

Fromm critica la società contemporanea rifacendosi alle teorie di Karl Marx (1818-1883) e di Freud, secondo i quali l’uomo comune avrebbe un’idea falsa di sé, della società, della storia e della natura, il che porterebbe pure a comportamenti sbagliati. Di qui la necessità di emancipare l’uomo dalle credenze illusorie, di renderlo libero, responsabile e capace di costruire una società a misura d’uomo.

Mentre Marx sottolinea l’importanza di fattori sociali e storici per la formazione della “falsa coscienza”, Freud concentra la sua attenzione su fenomeni psichici e sull’influenza dei genitori sullo sviluppo individuale. Fromm critica la psicoanalisi per aver trascurato la dimensione sociale, formulando quindi una visione “astorica” dell’uomo, ma non la ritiene per questo inconciliabile con la teoria marxista, in quanto struttura della famiglia e tipo di educazione sarebbero influenzati da fattori sociali.

Per Marx l’uomo è prodotto dalla società e quindi dalla storia, ma con il proprio lavoro può contribuire alla trasformazione della società e quindi creare nuove condizioni che influenzeranno la formazione delle generazioni future. Fromm formula al proposito un concetto chiave della sua antropologia, quello di “autocreazione dell’uomo”: l’uomo quale oggi ci appare non è espressione di una natura umana stabile e definitiva, ma è piuttosto la manifestazione momentanea di un processo evolutivo che egli stesso influenza con il proprio lavoro.

 

3. La proprietà privata

Fromm distingue due tipi di carattere umano, dominati rispettivamente dalle modalità esistenziali dell’essere e dell’avere. Nelle società moderne valori religiosi ed etici sarebbero stati soppiantati da quelli puramente materiali, per cui l’uomo sarebbe caratterizzato più da quanto ha che non da quanto è. Il desiderio di possesso impronterebbe tutti i rapporti dell’uomo, non solo di lavoro, ma anche con i propri simili e nei confronti della natura. Un tale tipo d’uomo non sarebbe, per esempio, capace d’amare, cioè di donarsi, in quanto anche nella sua vita sentimentale tenderebbe a un atteggiamento egoistico e di possesso. “La natura della modalità esistenziale dell’avere deriva dalla natura della proprietà privata”: questo non riguarda solo le proprietà esteriori ma anche quelle interiori, per esempio l’Io. Fromm ritiene necessario […] superare l’illusione dell’esistenza dell’unicità di questo io. Finché non avrò stabilito la mia identità, finché non mi sarò completamente separato dal grembo materno, dalla famiglia, da quanto mi lega alla razza e alla nazione, in altri termini, finché non mi sarò pienamente realizzato come individuo diventando un uomo libero, non sarò in grado di liberarmi della mia individualità e sentire così che io non sono altro che una goccia d’acqua sulla cresta dell’onda, un’entità a sé stante per una frazione di secondo”. In altri termini, l’uomo non avrebbe un’anima spirituale, ma sarebbe solo un organismo naturale dotato d’individualità per un brevissimo tempo, e destinato a scomparire nella totalità della natura. Fromm considera del tutto irrazionale la paura della morte: solo chi s’illude di possedere un Io avrebbe paura di perderlo con la morte.

La modalità dell’essere sarebbe caratterizzata dall’uso produttivo delle proprie capacità, quindi dall’autonomia, dall’indipendenza e dall’autenticità in contrapposizione all’apparenza.

Fromm ipotizza una continuità ideale fra fondatori di religioni come Buddha e Cristo, i profeti dell’Antico Testamento, mistici e asceti, e Marx. La critica della proprietà privata, lo smascheramento dell’alienazione e gli aspetti utopici vengono considerati come espressione di uno spirito religioso, l’ateismo di Marx sarebbe addirittura la forma più progredita di mistica razionale. Marx sarebbe più vicino a Meister Eckhart (ca. 1260-1327) o al buddhismo zen della maggioranza di quanti si battono in nome di Dio e della religione e lo accusano di essere senza Dio.

 

4. Educazione e sviluppo

Secondo Fromm cultura ed educazione contribuiscono alla formazione della falsa coscienza e alienano le nuove generazioni: “La persona che sta crescendo è costretta a rinunciare a gran parte dei propri desideri e interessi autonomi e genuini, alla propria volontà, ad adottare una volontà, desideri e sentimenti che, lungi dall’essere autonomi, sono sovrapposti ai suoi dai moduli mentali ed emozionali della società. Questa, e la famiglia quale suo agente psicosociale, si trovano alle prese con un arduo problema: come infrangere la volontà di una persona senza che questa se ne renda conto?”.

L’imposizione di norme e valori da parte della società, che Fromm definisce eteronomi, cioè estranei all’autonomia dell’individuo, produrrebbe non solo un’alienazione in senso filosofico, ma anche in senso di patologia psichica e starebbe pure all’origine di sentimenti aggressivi e distruttivi: […] l’interferenza eteronoma con il processo di crescita del bambino e dell’adolescente costituisce la radice più profonda della psicopatologia e soprattutto della distruttività”.

 

5. Religioni autoritarie e religioni umanistiche

Fromm distingue due forme di religiosità, cioè religioni autoritarie e umanistiche. Quelle autoritarie sarebbero basate sulla fede in verità assolute e sull’ubbidienza dei fedeli: “L’elemento essenziale nelle religioni autoritarie è l’abbandono a un potere trascendente”. Quelle umanistiche invece farebbero perno sull’uomo, sulle sue potenzialità e sull’autorealizzazione, non avrebbero un contenuto di fede preciso e non richiederebbero neppure una fede in Dio, ma si baserebbero piuttosto sull’esperienza personale. “Religioni umanistiche sono il buddismo, il taoismo, gli insegnamenti di Isaia, di Gesù, di Socrate, di Spinoza; e inoltre certi tratti della religione ebraica, certi tratti di quella cristiana (il misticismo, soprattutto), e il culto della Ragione della Rivoluzione francese”.

Nelle religioni umanistiche l’uomo dimostra la propria autonomia con la disubbidienza, seguendo l’esempio di Adamo ed Eva: “La disubbidienza fu il primo atto di libertà, l’inizio della storia umana. Prometeo, rubando il fuoco agli dèi, è un altro dissidente che disubbidisce. […] Come Adamo ed Eva, egli fu punito per la sua disubbidienza, eppure tutti loro hanno reso possibile il processo evolutivo dell’umanità”.

 

6. Il fenomeno culturale di una psicanalisi marxista

Erich Fromm costituisce un fenomeno culturale particolare: decenni dopo la loro pubblicazione alcune sue opere compaiono sporadicamente nelle liste dei bestseller in vari paesi.

Le ragioni di un tale successo risiedono nella critica di Fromm a certi aspetti della società moderna, critica a volte inserita in una visione storica e ideologica molto ampia, ma che fa continuamente riferimento a temi molto sentiti soprattutto in ambienti giovanili come per esempio il consumismo, il primato degli interessi materiali sui valori morali e gli elementi autoritari della società. Tali critiche, formulate in nome di una visione umanistica e con frequenti richiami alla dimensione religiosa, sono rivolte ad ambedue i modelli allora egemoni, capitalismo e comunismo, il che conferisce a Fromm un’aura d’imparzialità, e lo presenta come portavoce “trasversale” di un certo malessere giovanile nei confronti della società, quindi atto a giustificare comportamenti di contestazione.

Una lettura attenta di queste opere ne mostra anche i limiti: se Fromm non esita a denunciare la degenerazione burocratica del comunismo sovietico, ancora nel 1977, nonostante le sue simpatie per il buddhismo, si asteneva dal criticare il comunismo cinese e, soprattutto, dà ininterrottamente una valutazione positiva dell’opera di Marx, messo sullo stesso piano dei profeti biblici e dei grandi fondatori di religioni.

Le critiche di Fromm alla società contemporanea sono spesso seducenti, ma presentano gli stessi limiti dei modelli a cui esse si ispirano: “I primi socialisti e comunisti, da Marx a Lenin, non avevano piani concreti per la costruzione di una società socialista o comunista, e questo ha costituito la maggior deficienza del movimento socialista”. Se non si accetta l’esistenza di una verità e di princìpi assoluti, ma si ammette unicamente un processo evolutivo, di cui peraltro si sa ben poco, le proposte possono essere soltanto molto generiche, come “Il problema è dunque quello di costruire un’economia sana per gente sana”, ma “A questo punto, si pone un problema pratico di difficilissima soluzione: a chi spetta stabilire quali bisogni sono sani e quali patogeni?”.

Le critiche di Fromm risultano spesso tanto radicali quanto sterili e utopistiche. La critica della struttura dell’avere demonizza tanto il diritto di proprietà quanto ogni forma di legame, ignorando che l’uomo può realizzarsi solo in un’esistenza finita, assumendo qualità e proprietà determinate. Fromm propone come ideale un uomo sradicato, senza qualità e senza proprietà, “educato” fin dall’infanzia alla disubbidienza e alla contestazione, che considera ogni idea di Dio un idolo da combattere e basa la propria religiosità sull’“esperienza della propria unità con il Tutto”. Questa visione esclude ogni forma di trascendenza mentre eleva a dignità di religione i rapporti con la natura e, soprattutto, fra gli uomini, ispirandosi a una concezione umanistica, che di fatto si richiama al marxismo.

Non raramente si riscontra una deformazione ideologica del suo pensiero, come quando scrive: “Questa merce umana conosce un solo modo di avere rapporto col mondo esterno, quello di possederlo e consumarlo (usarlo). Quanto più l’uomo è alienato tanto più il senso del possesso e dell’uso costituisce la sua relazione col mondo”. Dall’alto della sua ideologia Fromm, sedicente umanista, non è in grado di apprezzare la dignità dell’uomo e la sua capacità, anche in condizioni estremamente avverse, di amare e di essere solidale con il proprio prossimo. Per questo tipo di umanesimo chi non è stato educato secondo le teorie di Marx e di Freud non è capace di sentimenti autenticamente umani e non è altro che “merce umana”.


Per approfondire: di Erich Fromm, vedi Psicanalisi e religione, trad. it., Mondadori, Milano 1991; Il linguaggio dimenticato. La natura dei miti e dei sogni, trad. it., Bompiani, Milano 1994; Psicanalisi della società contemporanea, trad. it., Mondadori, Milano 1997; L’arte di amare, trad. it., Mondadori, Milano 1991; Marx e Freud. La verità che rende liberi, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1995; Avere o essere?, trad. it., Mondadori, Milano 1996; su di lui, vedi un’introduzione all’opera per esempio in Mirella Librizzi, Condizione umana e problematica religiosa in E. Fromm, CEDAM, Padova 1979; il capitolo Fromm e la speranza della fede umanistica, in don Eugenio Fizzotti S.D.B., Verso una psicologia della religione. 1. Problemi e protagonisti, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1992, pp. 153-165; e Rainer Funk, Erich Fromm. La vita e il pensiero con 82 foto d’archivio, ed. it. ampliata, Erre emme, Bolsena (Viterbo) 1997.

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