Giustizia, libertà e fraternità secondo il Papa

«Una società solo solidale e assistenziale, e non anche fraterna, sarebbe una società di persone infelici e disperate dalla quale ognuno cercherebbe di fuggire, in casi estremi anche con il suicidio»
Alleanza Cattolica 7 mesi fa
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Redazionale

Nel messaggio inviato il 24 aprile a Margaret Archer, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Papa Francesco ha affrontato il tema dell’integrazione sociale, toccando diversi argomenti. Eccone alcuni

Giustizia

«La giustizia può essere ritenuta la virtù degli individui e delle istituzioni che, nel rispetto dei legittimi diritti, mirano alla promozione del bene di coloro che fanno parte della società»

Già nella lettera enciclica Rerum Novarum, promulgata da Papa Leone XIII (1810-1903) nel 1891, il tema della giustizia viene presentato come rimedio alla cosiddetta “questione sociale”. Il Pontefice considerava allora inaccettabile la soluzione proposta dal socialismo a tale “questione”, ribadendo il diritto naturale dell’uomo alla proprietà privata e indicando come dovere principale dei datori di lavoro quello di dare a ciascun operaio la giusta mercede.

Papa Francesco invita ora ad ampliare la nozione tradizionale di giustizia, focalizzata sulla distribuzione della ricchezza: questa nozione dev’essere cioè estesa al momento della produzione. In altri termini, oltre che reclamare la giusta mercede all’operaio bisogna che il processo produttivo sia di per sé compatibile con le norme morali, lasciando il tempo a chi lavora di crescere umanamente, conciliando lavoro e famiglia. In ciò, Papa Francesco fa riferimento alla costituzione pastorale Gaudium et spes, promulgata nel 1965 dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), che recita: «Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita […]» (n. 67).

Solidarietà e fraternità

La Dottrina sociale della Chiesa Cattolica invita a fare della fraternità il principio regolatore dell’ordine economico. Il Papa stila una distinzione importante tra solidarietà e fraternità, facendo notare che la seconda implica la prima, ma non così viceversa. La solidarietà ha come scopo quello di riconoscere uguali tutti gli uomini nella loro dignità; la fraternità parte invece dalla loro uguaglianza in dignità per aprire gli uomini a dare, secondo la diversità della loro vocazione.

Per Papa Francesco, l’errore della cultura contemporanea è quello di credere che una società democratica possa progredire tenendo distinte efficienza (per regolare l’economia) e solidarietà (per regolare i rapporti sociali). Lo strumento che il Papa indica per superare questa dicotomia è dunque la fratellanza: «Dall’inizio del mio pontificato ho voluto indicare “che nel fratello si trova il permanente prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi” (Esort. ap. Evangelii gaudium, 179). Infatti, il protocollo con cui saremo giudicati è basato sulla fratellanza: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40)».

La solidarietà da sola quindi non basta, «[…] perché una società che fosse solo solidale e assistenziale, e non anche fraterna, sarebbe una società di persone infelici e disperate dalla quale ognuno cercherebbe di fuggire, in casi estremi anche con il suicidio».

A questo proposito, commenta l’arcivescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi: «Una volta esercitata ed applicata la solidarietà resta ancora molto da fare cercando di vivere la fraternità, che era però già il motore occulto della stessa solidarietà. Questa nuova impostazione non è in contrasto con quanto insegnato da Giovanni Paolo II che definiva la solidarietà come la “volontà di sentirsi responsabili di tutti”; esplicita e chiarisce, però, che tale responsabilità comprende non solo ottenere una società più uguale, ma anche più diversa, nel senso di una società in cui ognuno – da intendersi sia come persona che come società naturale e gruppo sociale – possa essere sé stesso in risposta alla propria vocazione».

 

Sviluppo umano integrale

Proprio questo tema della libertà come risposta alla vocazione fa parte della seconda riflessione svolta da Papa Francesco. La libertà deve essere infatti sempre intesa come libertà “per” e non esclusivamente come libertà “da” (libertà negativa), ossia priva di impedimenti e di limiti in modo assoluto, né come libertà “di” (libertà positiva), intesa come pura libera scelta a totale discrezione soggettiva. La distinzione principale da fare qui è tra vincolo e legame. Il vincolo è la limitazione estrinseca alla libertà, il legame è invece la possibilità della sua realizzazione. Come commenta sempre mons. Crepaldi: «La vocazione, infatti non è frutto di “auto-causazione”, come dice papa Francesco con una inedita espressione, ma nasce da un progetto su di noi che non abbiamo fatto noi. Ecco perché la libertà richiede legami, e quindi richiede la giustizia e il bene comune, da cui era partito il Messaggio».

Nella “questione lavoro”, questi aspetti sono concretamente presenti. Il Pontefice sottolinea come il lavoro sia, prima ancora che un diritto, una capacità innata e un bisogno insopprimibile della persona. In altri termini, una vocazione, come insegna Papa san Giovanni Paolo II (1920-2005) nella lettera enciclica Laborem exercens del 1981. E mentre i diritti possono essere sospesi, le capacità e i bisogni fondamentali della persona non lo possono essere mai. Posto in questi termini, il lavoro ha allora una valenza morale su cui s’imposta la ricerca della sua giustizia.

Papa Francesco conclude quindi il messaggio al presidente Archer formulando un auspicio che ripropone la radicale «[…] proposta del Vangelo: “Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33) è stata ed è tuttora un’energia nuova nella storia che tende a suscitare fraternità, libertà, giustizia, pace e dignità per tutti. Nella misura in cui il Signore riuscirà a regnare in noi e tra di noi, potremo partecipare della vita divina e saremo l’uno all’altro “strumenti della sua grazia, per effondere la misericordia di Dio e per tessere reti di carità e fraternità” (Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 5). È questo l’auspicio che vi rivolgo, e che accompagno con la mia preghiera, affinché sull’Accademia delle Scienze Sociali mai venga a mancare l’aiuto vivificante dello Spirito».

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