Il Papa in Colombia e il suo Magistero 

C'è un approccio pericoloso al Magistero della Chiesa di cui siamo vittime tutti, più o meno. Consiste nel leggere i discorsi del Papa o dei vescovi cercando le frasi importanti che permettono di schierare il discorso in un campo ideologico o in un altro..
Marco Invernizzi 2 settimane fa
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C’è un approccio pericoloso al Magistero della Chiesa di cui siamo vittime tutti, più o meno. Consiste nel leggere i discorsi del Papa o dei vescovi cercando le frasi importanti che permettono di schierare il discorso in un campo ideologico o in un altro, un po’ come si faceva quando c’era un colpo di Stato prima del 1989 e si aspettava chi fosse, fra Usa e URSS, la prima potenza a riconoscere il vincitore, per festeggiare o no il risultato.

Così avviene soprattutto oggi con Papa Francesco, nell’epoca post-ideologica e di fronte a un Papa spesso imprevedibile, molto immediato in alcune risposte “a braccio” e difficilmente classificabile nella solita categoria progressista-conservatore utilizzata fino a pochi anni fa. Capita di leggere sui media titoli surreali, soprattutto in tema di immigrazione o di cambiamento climatico abbinati al Pontefice, i due temi che oggi più di altri si prestano a organizzare tifoserie contrapposte.

Il nostro sito ha postato il testo dell’intervento del Papa di ritorno dalla Colombia sulla prudenza necessaria da parte dei governi nell’affrontare l’immigrazione senza nulla aggiungere, se non le parole dello stesso Pontefice che ribadisce il dovere cristiano di accogliere e integrare le persone in difficoltà che i cattolici si trovano davanti.

Nessuno vuole insegnare come leggere il Magistero e io per primo mi rendo conto che chi lo presenta non si può limitare a leggere, ma deve contestualizzare il discorso e sempre introduce qualcosa di suo. Dal 1989 faccio così a Radio Maria ogni settimana e certamente non sarò sempre riuscito a tenere celato il mio pensiero a vantaggio di quello dei Pontefici che ho presentato in tutti questi anni.

Tuttavia, presentare il testo, sine glossa, ogni tanto credo sia utile.

Con questo spirito invito tutti a leggere i numerosi discorsi che il Papa ha tenuto in Colombia, nei giorni scorsi, in una società lacerata da oltre 50 anni di guerra interna fra lo Stato e una guerriglia marxista che controllava molta parte del territorio nazionale, spesso sfruttando a proprio vantaggio l’enorme quantità di denaro proveniente dal narcotraffico.

Premetto che fra lo Stato e la guerriglia non sono mai stato neutrale, nonostante i probabili abusi di potere compiuti attraverso la violenza di gruppi paramilitari, perché ritengo che si debba avere un atteggiamento di rispetto e obbedienza verso le istituzioni, qualsiasi sia il giudizio nei confronti di chi le rappresenta. Così insegnano il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa e in particolare San Paolo quando ci ricorda che ogni autorità, anche quella che legittimamente cerchiamo di cambiare, proviene comunque da Dio (Rm 13,1). Il diritto di resistenza al potere politico presuppone 5 condizioni, previste dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2243, ma non sono certamente quelle che si sono verificate nella recente storia della Colombia. Forse nel vicino Venezuela si sta venendo a determinare una situazione simile di grave e profonda e forse insanabile ingiustizia, ma questo è un altro Paese.

Tuttavia la Chiesa ha fatto benissimo a fare il “primo passo” verso la riconciliazione nazionale, che poi è il tema di fondo che ha accompagnato il pellegrinaggio papale. La riconciliazione non coincide con gli accordi fra il governo e la guerriglia, che ne sono soltanto un aspetto, per quanto importante, e che sono un aspetto complesso, contestato dalla maggioranza della popolazione che ha rifiutato il primo testo degli accordi con un referendum popolare svoltosi nel 2016, costringendo il governo a rivedere e presentare gli accordi con alcune modifiche.

Il Papa ha invitato alla riconciliazione in ogni discorso, senza fare esplicito riferimento agli accordi, che non sono di sua competenza per i tanti aspetti tecnici e politici che li caratterizzano. La pace, infatti, in un paese dilaniato da oltre mezzo secolo di guerriglia e di corruzione, nasce da una conversione, religiosa e culturale, che precede ogni accordo politico.

Può forse apparire strano, ma ai vescovi della Colombia, nel discorso forse più importante fra i molti di questo viaggio, il Pontefice ha chiesto anzitutto la serenità: “Non vi porto ricette né voglio lasciarvi una lista di compiti. In fondo vorrei pregarvi che, realizzando in comunione la vostra gravosa missione di Pastori in Colombia, conserviate la serenità”. In un mondo dilaniato dall’odio, la serenità è un’arma decisiva, valida universalmente.

Papa Francesco non ha dimenticato i problemi che affliggono il mondo occidentale, e che in Colombia sono presenti e non certo osteggiati dai governi come sarebbe lecito aspettarsi: “Penso alle famiglie colombiane, alla difesa della vita dal seno materno fino alla sua fine naturale, alla piaga della violenza e dell’alcolismo, non di rado diffusa nelle famiglie, alla fragilità del vincolo matrimoniale e l’assenza dei padri di famiglia con le sue tragiche conseguenze di insicurezza e orfanezza”. Sono i problemi legati alla diffusione dell’ideologia gender, ai quali però ha aggiunto quelli specifici di quel paese, fra cui, oltre alla diffusione della droga che colpisce tanti giovani, la “tentazione sovversiva”, cioè il rischio di ricadere nella violenza rivoluzionaria al servizio di una ideologia che ha sedotto tanti colombiani nei decenni passati e che ha portato il Paese nella tragedia del conflitto contro lo Stato.

Sempre ai vescovi, il Santo Padre ha rivolto parole di incoraggiamento che valgono per tutti i cattolici di ogni latitudine, se veramente impegnati non in sterili diatribe, ma nello sforzo di portare il Vangelo a chi si è allontanato o non lo conosce, e di confermare nella fede i fedeli, affinché conoscano di più la dottrina di Cristo, perché non si può amare chi che non si conosce. Il Papa li ha invitati a combattere il demonio che semina zizzania con la virtù della pazienza, una pazienza storica, indispensabile  soprattutto nella vita politica, una pazienza che permette di innestare processi che si realizzeranno nei tempi lunghi, che non diventa schiava dei risultati immediati:

“Sapete bene che di notte il maligno continua a seminare zizzania, ma abbiate la pazienza del Padrone del campo, confidando nella buona qualità dei vostri semi. Imparate dalla sua longanimità e magnanimità. I suoi tempi sono lunghi perché è smisurato il suo sguardo d’amore. Quando l’amore è scarso, il cuore diventa impaziente, turbato dall’ansia di fare cose, divorato dalla paura di aver fallito. Credete soprattutto nell’umiltà del seme di Dio. Fidatevi della potenza nascosta del suo lievito. Orientate il cuore al fascino stupendo che attrae e fa vendere tutto pur di possedere quel tesoro divino”.

Di Marco Invernizzi

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 Marco Invernizzi

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