Il Papa in Egitto

Silvia Scaranari 4 mesi fa
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Una terra turbata quella in cui è arrivato venerdì Papa Francesco, ospite di Cheikh Ahmed Mohamed el-Tayyib, Grande Imam della Moschea di Al-Azhar del Cairo.

Come la visita di san Giovanni Paolo II nell’anno giubilare del 2000, anche quella di Papa Francesco non è una pura visita di cortesia. Assume significati di alto profilo sia per il particolare momento storico che stiamo vivendo, sia per la compresenza del Patriarca Bartolomeo, Primate della Chiesa Ortodossa di Costantinopoli, e del Papa della Chiesa copta Tawadros. È stata quindi visita di dialogo ecumenico, di dialogo interreligioso e, non ultimo, di rilevante dialogo politico con il Presidente al-Sisi.

Diversi, ma collegati, i temi che vengono messi sul tavolo dal Santo Padre: cultura, accoglienza, dialogo interreligioso e, soprattutto, alleanza fra le religioni per la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo e della pace.

«Fin dall’antichità, […] in Egitto si è levata alta la luce della conoscenza, facendo germogliare un patrimonio culturale inestimabile, fatto di saggezza e ingegno, di acquisizioni matematiche e astronomiche, di forme mirabili di architettura e di arte figurativa» ed è per questo che il Papa auspica un’adeguata educazione delle giovani generazioni. Educazione non solo istruzione, perché l’educazione diventa «sapienza di vita quando è capace di estrarre dall’uomo, in contatto con Colui che lo trascende e con quanto lo circonda, il meglio di sé, formando identità non ripiegate su se stesse. La sapienza ricerca l’altro, superando la tentazione di irrigidirsi e di chiudersi». La vera ricerca, di cui il mondo islamico oggi ha urgente bisogno, «sa valorizzare il passato e metterlo in dialogo con il presente, senza rinunciare a un’adeguata ermeneutica».

Da questo dialogo fra passato e presente nasce anche il dialogo interreligioso «nella convinzione che l’avvenire di tutti dipende anche dall’incontro tra le religioni e le culture» in un reciproco riconoscere i diritti e le libertà fondamentali, prima fra tutte quella religiosa. ui

Il dialogo è un impegno serio e gravoso che deve tener presente prima di tutto il dovere di salvaguardare la propria identità. Non si può nascondere se stessi per compiacere l’altro: il dialogo è sempre e solo quello che avviene nella verità delle proprie posizioni. Presentare la propria identità è un aprirsi ad accettare l’identità dell’altro e quindi è «il coraggio dell’alterità», rispettoso e pronto alla «sincerità delle intenzioni». Il dialogo «non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione», per evitare che si cammini sulla strada dello scontro e invece si costruisca la strada dell’incontro.

L’Egitto in questo ha una tradizione millenaria, è terra di alleanze e di convivenza religiosa perché qui si sono incontrate e si incontrano fedi diverse che devono vivere accanto «senza confondersi ma riconoscendo l’importanza di allearsi per il bene comune». Proprio in questa terra sorge il Monte Sinai dove Dio ha rivelato il suo nome a Mosè e ha stipulato la grande alleanza con gli uomini. Gli uomini non possono sperare in un’alleanza fra loro se chiudono il proprio orizzonte alla divinità. Il mondo non deve escludere Dio, pensando che le questioni mondane possano vivere in autonomia, ma non può neanche «impadronirsi di Dio».

Il Santo Padre tocca il cuore del problema, i due errori in cui il mondo oggi spesso cade: «da una parte si tende a relegare la religione nella sfera privata, senza riconoscerla come dimensione costitutiva dell’essere umano e della società; dall’altra si confonde, senza opportunamente distinguere, la sfera religiosa e quella politica». L’uomo oggi è fagocitato dalla frenetica vita mondana per cui rischia di perdere le domande fondamentali su se stesso, domande che la religione ha il dovere di suscitare perché l’uomo non è fatto «per esaurirsi nella precarietà degli affari terreni». Quindi la religione è la soluzione al dramma moderno della mancanza di senso della vita, dramma che ci impedisce di lavorare per la città dell’uomo.

Sempre sul monte Sinai Dio ha rivelato i dieci comandamenti al centro dei quali risuona il monito “Non uccidere”. L’uomo è fatto per la vita: non può vivere nella violenza e le religioni sono chiamate proprio a lottare per una via di pace, evitando «qualsiasi assolutizzazione che giustifichi forme di violenza. La violenza, infatti, è la negazione di ogni autentica religiosità». Questa è una profonda convinzione del Santo Padre che segue una sua strategia di dialogo. Non si preoccupa di ciò che l’islam dice, ma invita tutti i musulmani a scegliere la via della convivenza pacifica, perché, afferma «il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace, Dio salam. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome». E prosegue: «Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica» nel comune sforzo di «rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono, e bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza».

L’Egitto, terra di pace e di religioni diverse, è il tema dell’incontro anche con il Presidente al-Sisi a cui il Santo Padre ricorda che il Paese «ha un compito singolare: rafforzare e consolidare anche la pace regionale, pur essendo, sul proprio suolo, ferito da violenze cieche».

L’Egitto è in effetti stato funestato, più di ogni altro Paese, da attentati che hanno causato migliaia di morti negli ultimi anni, soprattutto nella comunità copta, colpita anche ultimamente nella Cattedrale di Alessandria, nella chiesa di Tanta e nel Monastero di Santa Caterina pochi giorni prima del viaggio del Papa. Tanti attentati e tante morti causate da fazioni di radicalismo islamico che non riconoscono, oggi come ieri, validità al Governo egiziano e non accettano il criterio di uguaglianza verso i cristiani. Eppure i copti sono la popolazione originaria dell’Egitto. Prima di essere una denominazione religiosa il termine copto ( Áigüptos) è semplicemente il termine con cui già nel dialetto miceneo del  XIII sec. a.C. si indicava l’abitante dall’Egitto. Dire copto e dire egiziano è la stessa cosa. Solo dopo il XII sec. d.C., quando i convertiti all’islam diventano la maggioranza degli abitanti, il termine copto passa a designare gli Egiziani rimasti cristiani.

Il Santo Padre chiede al Presidente egiziano che si adoperi perché l’Egitto abbia un vero sviluppo che non può prescindere dal «rispetto incondizionato dei diritti inalienabili dell’uomo, quali l’uguaglianza tra tutti i cittadini, la libertà religiosa e di espressione, senza distinzione alcuna. Obiettivi che esigono una speciale attenzione al ruolo della donna, dei giovani, dei più poveri e dei malati».

La pacatezza e il tono bonario di Papa Francesco rendono accettabili affermazioni forti che, in altri momenti e in altri contesti, avrebbero suscitato la reazione di folle indignate, quali «Il vero Dio chiama all’amore incondizionato, al perdono gratuito, alla misericordia, al rispetto assoluto di ogni vita, alla fraternità tra i suoi figli, credenti e non credenti» in qualche modo accusando di falsità il Dio dei salafiti e degli ultra-conservatori. Il tema della fede, come fondamento per una serena convivenza, è il filo conduttore: infatti dobbiamo «smascherare i venditori di illusioni circa l’aldilà, che predicano l’odio per rubare ai semplici la loro vita presente e il loro diritto di vivere con dignità, trasformandoli in legna da ardere e privandoli della capacità di scegliere con libertà e di credere con responsabilità […] Abbiamo il dovere di smontare le idee omicide e le ideologie estremiste, affermando l’incompatibilità tra la vera fede e la violenza, tra Dio e gli atti di morte».

L’Egitto è tradizionalmente una terra di accoglienza. Ha accolto la Sacra Famiglia in fuga dalla follia omicida di Erode, molto prima aveva accolto Giuseppe e aiutato interi popoli a superare tremende carestie. Anche oggi accoglie migliaia di profughi e può diventare modello di sviluppo e progresso umano, non solo economico, per tutta questa travagliata regione del mondo.

Silvia Scaranari

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