Il pensiero del giorno: Is 40,1-5

Don Piero Cantoni 2 mesi fa
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« “Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati”. Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato” » (Is 40,1-5).

«Infine il mio Cuore Immacolato trionferà» (la Madonna a Fatima). Dio parla al cuore e manda i suoi profeti perché parlino al cuore. Qual’è il suo messaggio? Che cosa dice Dio al cuore? Il suo messaggio diventa chiaro, compiuto e perfetto in Cristo. È il Vangelo, la buona notizia del suo amore infinito e misericordioso, che si manifesta nella sua incarnazione, nascita, predicazione, morte e risurrezione. Insomma in tutta la sua vita. Il suo narrare parte dal cuore e termina al cuore. Sono solo parole? No! Sono parole e fatti. In ebraico ‘parole’ e ‘fatti’ si dicono nello stesso modo: ‘devarim’. È vita, perché la sua Parola eterna si è fatta carne per noi e – se l’accogliamo con una fede viva – diventiamo anche noi capaci di ri-viverla mediante l’amore. La sua parola sgorga dal cuore e si rivolge al nostro cuore. Gesù in croce ci mostra “alla lettera” il suo cuore, che diventa visibile dal suo fianco squarciato (« uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua » Gv 19,34) e, così facendo “svela” il cuore di Dio. C’è un “fatto” della Bibbia che è il più importante di tutti e – per tanti aspetti – il più nascosto. È quello costituito dal tipo di rapporto che Dio, mediante l’invio del Verbo incarnato e dello Spirito Santo, vuole stabilire con ogni uomo. È in virtù di questo rapporto che noi possiamo cambiare il nostro rapporto con gli altri e con noi stessi. Esso è provvidenzialmente racchiuso in un motto che, pur non trovandosi letteralmente nella Bibbia, ne svela però il “cuore”. La formula è ormai nota a tutti perché il beato John Henry Newman la ha scelta come detto da porre nel suo stemma cardinalizio quando, il 12 maggio 1879, papa Leone XIII lo creò cardinale. Pochi sanno però qual è la sua origine, soprattutto perché Newman stesso se l’era dimenticata. Esso risale a san Francesco di Sales come si può facilmente scoprire sfogliando le opere dell’oratoriano inglese. Newman a un certo punto si chiede: come predicare bene? E non trova niente di meglio che riprodurre il pensiero che san Francesco di Sales espone in una sua lettera all’arcivescovo di Bourges del 5 ottobre 1604. Il buon predicatore deve lasciar parlare il cuore. Non il cuore inteso come sentimento, ma quello che è unione profonda di intelligenza e volontà, di verità e di amore. Soprattutto non il “suo” cuore, ma il cuore che Gesù stesso gli ha trasformato rivolgendogli la parola. Perché le parole colpiscono solo le orecchie, mentre il cuore parla al cuore… Ma così è troppo facile! No, al contrario, è troppo difficile per il nostro orgoglio. Per questo esso ci è consegnato come già presente nella storia sacra. In esso dobbiamo entrare, ad esso siamo chiamati a partecipare. Da esso siamo chiamati a lasciarci “conquistare” con la tenerezza e la dolcezza che può avere solo una Madre. È il rapporto unico che si stabilisce tra Gesù e sua Madre soprattutto ai piedi della croce. È lì che in modo ineffabile e perfetto il cuore parla al cuore. Due cuori in perfetto unisono entrano in dialogo. È inutile osservare che non si tratta di un rapporto puramente “sentimentale”. Non è neppure puramente intellettuale o soltanto volontaristico. È un rapporto unitario: in cui intelligenza volontà e sentimento trovano – in virtù di un dono trascendente – la loro piena unità. Gli effetti costituiscono delle prove. È con questo metodo che san Francesco di Sales (che – sia detto di passaggio perché pochi lo sanno – è un figlio di san Filippo Neri e appartiene alla famiglia dell’Oratorio) ha conquistato il Chiablese, una regione della Savoia caduta interamente nelle mani del calvinismo. È con questo metodo che san Pietro Favre conquistava tanti giovani all’apostolato e convinceva tanti eretici luterani. Lui che – a detta di sant’Ignazio – era il discepolo che guidava gli Esercizi nel modo migliore. È questo rapporto che spiega veramente concetti che oggi fanno tanto discutere e creano tanta confusione, come “pastorale” o “partecipazione liturgica”. Cedo la parola ad un teologo americano contemporaneo: « L’esempio supremo di partecipazione liturgica deve essere trovato nel Cuore Immacolato di Maria che sta ai piedi della croce. L’armonia perfetta di questi due cuori, di Cristo e di Maria, è l’ideale perseguito dalla Chiesa nella liturgia » (Colman E O’Neill, Meeting Christ in the sacraments, a cura di Romanus Cessario, Society of St. Paul, New York, N.Y. 1991, p. 307). Se lasciamo entrare Maria nel nostro cuore, si accende in noi questo divino colloquio. Quel colloquio che è incominciato in Maria, prima ancora che Gesù nascesse. Gli studi più recenti di psicologia pre-natale hanno dimostrato che il piccolo e la mamma dialogano prima ancora che avvenga la nascita… Così il nostro dialogo con Cristo, nel nostro cuore assimilato a quello di Maria, incomincia quaggiù in modo misterioso – a volte confuso e combattuto fino al punto da sembrarci assente, “sparito” – per svelarsi definitivamente nel momento della nostra nascita al cielo.

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