Il Portogallo missionario

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Francesco Pappalardo

 

1. Una grandiosa epopea

Nessun altro popolo ha intrapreso esplorazioni geografiche tanto estese e ha svolto un’attività evangelizzatrice così intensa e feconda rispetto alla sua modesta consistenza come quello portoghese, che ha meritato da Papa Pio XII (1939-1958) l’appellativo di “popolo crociato e missionario”. Navigatori e missionari lusitani si avventurano, a partire dal secolo XIII, lungo le coste dell’Africa Settentrionale, esplorando la Guinea, l’Angola, il Mozambico, l’Etiopia, l’India, il Tibet, la Cina, Timor, la Malacca e il Giappone, per spostarsi, all’alba del secolo XVI, verso il grande orizzonte del Brasile. L’impresa di Cristoforo Colombo (1451-1506) deve molto al lungo soggiorno del genovese in Portogallo, con le prime esperienze di navigazione oceanica e il concepimento del suo progetto; e quando, nel 1519, Ferdinando Magellano (1480-1521), un marinaio lusitano al servizio della Corona spagnola, intraprende la prima circumnavigazione del globo, i vascelli portoghesi sono alle soglie dell’Oceania ed è già sorto l’impero delle Indie Orientali, che si affianca a quello nordafricano e precede di pochi decenni la fondazione dell’impero del Brasile.

Stimolati da molteplici fattori — la posizione geografica, la ricerca del fantastico periplo dell’Africa verso l’India, il desiderio di controllare il commercio delle spezie, l’aspirazione a diffondere il Vangelo nel mondo, l’ambizione di organizzare una crociata contro l’Islam con la speranza di trovare un alleato cristiano in Africa —, i portoghesi hanno scritto una grandiosa epopea, che, nonostante le inevitabili debolezze umane, giustifica l’ammirazione manifestata dal poeta nazionale Luis de Camões (1517 -1579) con i versi de I Lusiadi, il poema con cui celebra appunto le gesta del suo popolo: “Voi Portoghesi, pochi quanto forti / che il debol poter non soppesate / e a costo delle stesse vostre morti / del tempo eterno i limiti allargate; / assegnate così dal Ciel le sorti / sono, che Voi, per quanto pochi siate / per la Cristianità molto farete: / esalta Cristo l’umiltà che avete”.

 

2. Le grandi scoperte geografiche

Situato al limite occidentale del continente europeo, sulla soglia dell’oceano Atlantico e a poca distanza dalla costa africana, il Portogallo nasce come entità statuale con re Alfonso Enrico (1109-1185), figlio del conte Enrico di Borgogna, cavaliere cristiano impegnato nella Reconquista, cioè nella riconquista della penisola iberica invasa dai musulmani nel secolo VIII. I portoghesi, mentre consolidano l’assetto territoriale del loro regno, liberato definitivamente nel 1249, si dedicano alla conversione degli infedeli: con il martirio, nel 1220, di cinque francescani lusitani in Marocco — che spingerà Antonio da Lisbona (1195-1232), poi conosciuto con l’attributo “da Padova”, il primo missionario portoghese canonizzato, a entrare nell’ordine dei frati minori per andare a predicare fra i saraceni — e con la costituzione della diocesi di Fez, nell’Africa Settentrionale, nel 1226, ha inizio l’attività missionaria del Portogallo. Quando, nel 1311, Papa Clemente V (1305-1314) sopprime l’ordine dei templari e ne attribuisce i beni agli ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme — tranne che nei regni iberici, dove sono devoluti agli ordini cavallereschi nazionali, che conducevano la crociata contro i mori —, re Dionigi di Borgogna(1261-1325) affida i possedimenti portoghesi dei templari all’Ordine di Cristo, appena costituito, che svolgerà un ruolo primario nella difesa della Cristianità dai musulmani e nell’evangelizzazione delle terre d’Africa.

L’espansione oltremare del Portogallo reca il sigillo di un grande spirito organizzatore e trascinatore, quarto figlio di re Giovanni I di Avis (1357-1433), l’infante Enrico il Navigatore (1394-1460), che aveva dato fin dalla giovane età un contributo importante alla Reconquista e alla diffusione dell’idea di crociata in Occidente. La conquista di Ceuta, in Marocco, nel 1415, cui egli prende parte con il padre e con i fratelli, sembra il primo passo verso la realizzazione del grande sogno medioevale della cristianizzazione dell’Africa Settentrionale, che avrebbe potuto condurre anche alla liberazione del Santo Sepolcro. Tuttavia, la scoperta delle isole di Madeira e Azzorre, negli anni immediatamente seguenti, e il sanguinoso fallimento del tentativo di conquistare Tangeri, pure in Marocco, nel 1436, gli fanno comprendere che il destino storico del Portogallo è sul mare.

Egli pone la sua base operativa fra Sagres e capo San Vincenzo, nell’Algarve, estremo angolo meridionale dell’Europa. Anche senza dar vita a una vera e propria scuola, la fortezza sul promontorio costituisce un punto d’incontro e di scambio di esperienze fra equipaggi di marinerie diverse, e in quella località nascono numerose spedizioni, che potevano giovarsi dell’abilità di marinai sperimentati e del concorso finanziario di mercanti in cerca d’investimenti vantaggiosi. Grazie all’impulso del principe Enrico il piccolo regno si porta all’avanguardia nel campo delle scienze nautiche e delle costruzioni navali, così che le sue caravelle e i suoi “cavalieri navigatori” — secondo la felice definizione dello storico francese Jacques Heers — possono dare inizio al popolamento degli arcipelaghi appena scoperti, spingersi lungo le coste africane e allacciare rapporti con gl’indigeni.

L’esplorazione della costa occidentale africana, che ha un momento significativo, nel 1434, con il superamento, da parte di Gil Eanes, di capo Bojador, il caput finis Africae, che le leggende medioevali e le credenze marinare avevano eretto a limite invalicabile; il grande balzo nell’ignoto di Pedro da Sintra, nel 1460, fino all’altezza dell’attuale Liberia; il trattato di Alcaçovas, del 1479, che assegnava le isole Canarie alla Castiglia e la costa africana al regno lusitano; la costruzione del forte di São Jorge da Mina, nel golfo di Guinea, nel 1482, orgoglio dei primi coloni d’oltremare e prototipo degl’innumerevoli scali guerrieri e commerciali eretti dai marinai portoghesi sulle coste dell’Africa, nei paesi dell’Oceano Indiano e sui litorali del Brasile; il viaggio di Bartolomeo Diaz (1450-1500), che nel 1488 doppia il Capo di Buona Speranza ed entra nell’Oceano Indiano; l’impresa di Vasco de Gama (1469-1524), che nel 1498 naviga fino in India, unendo Lisbona a Calcutta; lo sbarco di Pedro Alvares Cabral (1460-1526) sulla Terra de Vera Cruz, l’odierno Brasile, nel 1500; l’arrivo di Jorge de Meneses (m. 1537) in Nuova Guinea, agli estremi confini del mondo, nel 1526, sono le tappe principali dell’eroica impresa del Portogallo, che, secondo Papa Giovanni Paolo II, […] tracciò con la sua scienza nautica e l’”audacia cristiana”, nuove rotte oceaniche fino ai confini della terra, entrando così per sempre nella storia della civiltà”.

 

3. Un’opera di evangelizzazione e di civilizzazione

Il coraggioso impegno missionario dei portoghesi in tre continenti è riconosciuto presto dalla Santa Sede. Con la bolla Dum diversas, del 1452, Papa Nicola V (1447-1455) concede ai re del Portogallo, in riconoscimento del loro zelo di soldati di Cristo, il possesso della costa occidentale africana e delle isole adiacenti; nel 1455 Papa Callisto III (1455-1458), con la bolla Inter caetera, accorda all’Ordine di Cristo la giurisdizione spirituale sulla costa africana e sulle isole fino alle Indie; con la bolla Pro excellenti praeeminentia, del 1514, Papa Leone X (1513-1521) concede ai sovrani lusitani il diritto di patronato sulla diocesi di Funchal, nell’isola di Madeira, diocesi eretta con lo stesso documento e alla quale è attribuita la giurisdizione su tutti i territori acquistati, dalla Mauritania, in Africa, fino all’Indocina, a oriente, e al Brasile, a occidente, in accordo con il trattato di Tordesilhas, stipulato nel 1494 fra i Re Cattolici, Isabella di Castiglia (1451-1504) e Ferdinando d’Aragona (1452-1516), e il re del Portogallo, Giovanni II di Avis (1455-1495), che stabiliva la linea di demarcazione fra i rispettivi ambiti di conquista e di evangelizzazione. In conseguenza degli obblighi assunti con il patronato i sovrani, in cambio di una serie di diritti e di privilegi, s’impegnano a promuovere l’apostolato nelle terre scoperte, a costruire e a mantenere chiese e monasteri, a provvedere a un numero sufficiente di sacerdoti per il servizio divino e il ministero delle anime.

L’aspetto commerciale della conquista portoghese, troppo spesso enfatizzato, riacquista così la sua giusta dimensione. I portoghesi, come gli spagnoli nelle Americhe, non si limitano a irradiare la fede e la cultura cristiana, ma concepiscono e realizzano la colonizzazione come un’opera di elevazione culturale e di civilizzazione delle popolazioni locali. Protagonisti di questa epopea non sono soltanto i missionari, ma anche la Corona lusitana e tutti i civili sbarcati nelle terre d’oltremare — navigatori e coloni — i quali, nonostante i limiti del loro operato, sapevano bene che la conquista di nuovi mondi rispondeva a un superiore ideale di fede, espresso nelle parole di Luis de Camões, nel primo canto di I Lusiadi, quando fa riferimento ai “re che vennero dilatando la Fede e l’Impero fra i pagani”. Questi sono gli obbiettivi di Enrico il Navigatore, al quale si deve l’impulso all’espansione marittima portoghese; della regina Leonor di Lancáster (1458-1525), che nel 1498 istituisce le Misericordie, confraternite di laici che avevano come finalità la pratica delle opere di misericordia corporale e spirituale nelle terre di missione; di re Giovanni III di Avis (1502-1557), che, nel Regimento de Almerim, mandava a dire a Tomé de Sousa (m. 1573), dal 1549 primo governatore del Brasile, che la ragione principale del popolamento delle nuove terre era la conversione dei gentili alla fede cattolica.

La grande azione evangelizzatrice del piccolo Portogallo, però, è legata soprattutto al nome dei suoi missionari. Fra i gesuiti vanno ricordati san Francesco Saverio (1506-1552), lo spagnolo inviato da re Giovanni III di Portogallo a evangelizzare l’Estremo Oriente, il beato Ignazio de Azevedo (1527-1570), ucciso con altri trentanove religiosi da ugonotti francesi al largo delle Canarie, il beato José de Anchieta (1534-1597), apostolo del Brasile e autore della prima grammatica della lingua guarani, Manuel de Nobriega (1517-1570), il primo provinciale della Compagnia di Gesù nel Nuovo Mondo, Luís de Almeida (1525-1583), missionario in Cina, Luís Fróis (1532-1597), primo storico occidentale del Giappone, Antonio Andrade (1580-1634), che nel 1624 giunge in Tibet, primo europeo, “nuotando nella neve”, come scrive in un rapporto ai superiori, Antonio de Araujo (1566-1632), autore di un catechismo in lingua guarani, san Giovanni di Brito (1647-1693), l’apostolo dell’India, Antonio Vieira (1609-1697), difensore delle libertà degli indios brasiliani dai pulpiti di Bahia e del Maranhão; fra i francescani, Henrique de Coimbra (m. 1532), che aveva celebrato la prima Messa in terra brasiliana il 26 aprile 1500, Gaspar de San Miguel, missionario in India e autore di una decina di libri di catechesi e di dottrina, tradotti nella lingua concani, Amador de Santa Ana, che traduce in marata il Flos sanctorum, Pedro de São Braz, autore di una grammatica e di un vocabolario in cingalese.

Costoro compiono ogni sforzo per conoscere a fondo la mentalità e le culture indigene mediante le studio delle istituzioni, dei costumi e degli idiomi locali. Le grammatiche, i vocabolari, i catechismi e i rituali liturgici bilingui, nonché i corsi di scienze matematiche, i trattati di astronomia e d’idrologia, i libri sulla flora e sulla fauna delle terre civilizzate, testimoniano ancora oggi il gigantesco lavoro d’inculturazione e il contributo portato dai missionari anche alle conoscenze scientifiche dei popoli incontrati. Questo proficuo scambio culturale produce pure veri capolavori d’arte: urne di madreperla e filigrane d’argento per conservare l’Eucarestia, paramenti episcopali di paglia intrecciata e ornati con conchiglie, stazioni della Via Crucis intagliate in legno, crocifissi d’avorio che riportano, di volta in volta, le fattezze di un Cristo giapponese, etiope o indiano, statuette rappresentanti Vergini cinesi o Madonne indiane, presepi africani o cinesi, splendide lavorazioni di metalli pregiati, che avevano la loro ragion d’essere nel desiderio di quei popoli di rendere culto al Dio dell’amore annunciato dai missionari.


Per approfondire: vedi Pierre Chaunu, La conquista e l’esplorazione dei nuovi mondi, trad. it., Mursia, Milano 1969; Bailey W. Diffie e George D. Winius, Alle origini dell’espansione europea. La nascita dell’impero portoghese. 1415-1580, Il Mulino, Bologna 1980; e José Pedro Galvão de Sousa (1912-1992), Brasilianità lusitana e ispanica, in Cristianità, anno XXI, n. 222, ottobre 1993, pp. 19-22.

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