Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly (1808-1889)

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Alessandro Massobrio

 

1. Da un ambiente cattolico-legittimista al liberalismo

Jules-Amédée Barbey nasce il 2 novembre 1808 a Saint-Sauveur-le-Vicomte, nella parte settentrionale della penisola del Cotentin, in Normandia, da André-Marie-Théophile (1785-1868) — appartenente a una famiglia di magistrati, la cui nobiltà di toga datava solo dal 1756, anno dell’acquisto di una carica pubblica — e da Ernestine-Eulalie-Théodose Ango (1787-1858), discendente da una famiglia di proprietari terrieri. Il predicato d’Aurevilly, ereditato da uno zio paterno, sarà aggiunto al cognome del giovane Jules anni dopo.

I genitori, monarchici legittimisti e cattolici con vistose venature giansenistiche, non tollerano che i figli vengano “svezzati” nelle nuove scuole statali introdotte in Francia dalla Rivoluzione del 1789 e dall’imperatore Napoleone Bonaparte (1769-1821). Perciò il futuro romanziere studia prima sotto la guida di un precettore, quindi nel collegio di Valognes, in Normandia, dal 1818 al 1825, nel collegio Stanislas di Parigi fino al 1829 e all’università di Caen, dove s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza. In quegli anni il giovane Jules viene “contagiato” dalle idee liberali e frequenta Guillaume-Stanislas Trébutien (1800-1870), un libraio cultore delle tradizioni e della cultura normanna, che lo introduce nel mondo delle antiche leggende dell’Ouest francese, cioè di una terra che non aveva rinunciato del tutto alle proprie radici celtiche e pagane.

Nel 1832 Barbey, che nel frattempo ha dato alle stampe la sua prima novella, Il sigillo d’onice, fonda, con Trébutien, la rivista liberale Revue de Caen, che sospende subito le pubblicazioni, ma sulla quale ha il tempo di pubblicare Lea, un racconto in cui già traluce la vena fantastica che caratterizzerà tutta la sua produzione. Nel 1833, conseguita la laurea, si trasferisce a Parigi, dove abbandona definitivamente ogni velleità giuridica e s’immerge nel composito mondo giornalistico della capitale. Sono anni di stenti e di vita bohémienne nella Francia monarchico-borghese di re Luigi Filippo d’Orléans (1773-1850), di cui lo scrittore Honorè de Balzac (1799-1850), che presto diventerà il modello non solo letterario di Barbey, ha delineato un efficace ritratto nel celebre romanzo Illusions perdues, del 1837.

 

2. La conversione

Nel 1838, la lettura delle opere del conte savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821) dà inizio a una lenta conversione, che condurrà lo scrittore normanno non soltanto a rinnegare l’agnosticismo e il liberalismo della giovinezza, ma anche a trasformarsi in uno dei più convinti esponenti della cultura tradizionalista. Infatti, la meditazione sul peccato originale e sulla teologia della caduta modificano l’antropologia ottimistica che gli era stata inculcata con le opere dei maestri della Rivoluzione. La storia gli si presenta, dunque, come un campo di battaglia, dove il bene e il male, Dio e Satana, si contendono il destino dell’umanità e la sorte ultraterrena dei singoli uomini.

Il mito del progresso inarrestabile, l’avvento di una società produttivistica — oggi si direbbe consumistica —, l’utilitarismo e l’industrializzazione forzata diventano oggetto della polemica di Barbey, che ben presto fa il suo ingresso nell’esclusivo salotto della baronessa Amaulry de Maistre, luogo d’incontro di un legittimismo cattolico che trova in Barbey non soltanto il proprio araldo, ma anche un modello vivente cui ispirare stile e comportamento. Infatti, non pochi tratti del dandy — il “tipo umano” rappresentato dal poeta inglese Lord George Gordon Byron (1788-1824) — si conservano nell’uomo “nuovo” anche dopo la conversione. L’eleganza, anzi, la stravaganza nel vestire, le battute di spirito “fulminanti”, gli atteggiamenti “estremi” non soltanto permangono, ma contribuiscono a creare intorno allo scrittore un’elitaria, anche se sulfurea aria di mistero, che egli si guarda bene dal dissipare. Anzi, proprio in questi anni compone il saggio Del dandysmo e di George Brummell, del 1845, in cui fa del dandy un modello anche per il cattolico tradizionalista, soprattutto per il culto “dell’ordine, del rituale, della disciplina” connessi al suo comportamento. La légèretè, la “leggerezza”, dell’inglese George Ryan Brummell (1778-1840), prototipo di tutti i dandy, si trasforma in un aristocratico modo d’essere che, nel rispetto dei valori tradizionali, sa imprimere all’esistenza la levità della grazia e della bellezza.

Ma gli atteggiamenti propagandistici e un po’ provocatori coesistono in Barbey con la militanza politico-religiosa. Lo confermano la fondazione, nel 1846, di una Societé Catholique per la produzione di oggetti religiosi, e la pubblicazione, l’anno seguente, di una nuova rivista, la Revue du Monde Catholique, di cui lo scrittore normanno sarà caporedattore.

 

3. L’impegno letterario

Nel corso della rivoluzione del 1848 il disprezzo per la borghesia affaristica della Monarchia di Luglio induce Barbey a solidarizzare, in un primo tempo, con gli insorti. Presiede un club di operai e vorrebbe candidarsi alle elezioni, ma ben presto le illusioni lasciano il posto alla realtà. La Revue du Monde Catholique è costretta a chiudere ed egli, deluso nelle sue speranze, si dedica al lavoro letterario. Nel 1851 l’incontro con Barbe-Françoise-Èmilie de Sommervogel, baronessa Rafin de Bouglon, lo conduce a una vita più regolare, allontanandolo anche dall’uso eccessivo di alcolici, e lo spinge ad approfondire la conversione, finora più politica che interiore.

Sempre nel 1851 pubblica Les Prophètes du passé, analisi politiche ispirate al suo ritorno al cattolicesimo, e Una vieille maîtresse; scrive la prima novella de Le diaboliche e, soprattutto, inizia La stregata. Questo romanzo storico, composto a imitazione dello scrittore inglese Walter Scott (1771-1832) e di Balzac, si trasforma, ben presto, nell’epopea degli chouan, i guerriglieri contro-rivoluzionari normanni, che nell’immaginario collettivo rivaleggeranno a lungo con gli eroi della guerra di Vandea. La stregata — concepita come prima pala di un polittico romanzesco mai completato, che nelle intenzioni di Barbey avrebbe dovuto titolarsi, nel suo insieme, Ouest — non è soltanto la tragica storia d’amore di don de La Croix-Jugan — ex chouan e ora monaco penitente — e di Jeanne-Madelaine Feuardent, una fanciulla, che per vendetta alcuni pastori del Cotentin hanno sottoposto a una sorta di maleficio. Esso costituisce anche un riuscito tentativo d’innovazione linguistica, realizzato nella struttura cartesiana, e dunque illuministica, del francese letterario dell’Ottocento. Una struttura che Barbey infrange, elaborando un linguaggio totalmente sperimentale, a metà strada fra il patois normanno e il parigino in voga nei salotti.

La pubblicazione dell’opera da un lato attira su di lui i “fulmini” dei soloni del progressismo romantico, da Victor Hugo (1802-1885), di cui egli “stronca” Les Misérables, del 1862, ad Augustin de Sainte-Beuve (1804-1869), incapace di comprendere le innovazioni stilistiche del normanno; ma, dall’altro lato, fà di Barbey l’esponente per eccellenza della letteratura legittimista e lo trasforma nel caposcuola di quell’arcadia cattolica e anticonformista — il riferimento è a León Bloy (1846-1917), a Paul Bourget (1852-1935), a Ernest Hello (1828-1885), a Karl-Joris Huysmans (1848-1907) e a Maurice Barrès (1862-1923), senza dimenticare Charles Baudelaire (1821-1867), che fu il primo a legarsi di fraterna amicizia con Barbey —, di cui egli è un modello di fede e di vita, oltre che di stile.

Una fede e una vita che ormai il narratore normanno ha reinserito nel solco di una lunga tradizione familiare, interrotta appena dalle “intemperanze” liberali della giovinezza. Fra il 1855 e il 1856, egli ritorna in Normandia, dove non soltanto si riconcilia con i genitori, ma sempre più prende atto della trasformazione interiore operata in lui dal ritorno al cattolicesimo. Una metanoia che supera di gran lunga la militanza politica e tocca i recessi più profondi della ragione e del cuore.

 

4. La maturità artistica

In questo contesto Barbey porta a compimento le sue opere più celebri. Nel 1864 pubblica Il Cavaliere des Touches, che, concepito come seconda parte del grande affresco storico del Cotentin negli anni della Rivoluzione, ne rappresenta la conclusione. Anche in questo romanzo si avverte il fascino della chouannerie, la lotta partigiana senza speranza — e proprio per questo ancora più nobile — che un intero popolo, quello normanno, condusse, in nome di Dio e del re, contro i Bleus, i soldati della Rivoluzione, che venivano a “pacificare” nel sangue un’intera regione. Il cavaliere des Touches, agente di collegamento fra gl’insorti monarchici e i nobili francesi emigrati in Inghilterra, che passa attraverso le alterne vicende della carcerazione e della condanna a morte, per poi essere liberato in modo rocambolesco dai suoi compagni d’avventura, diviene il simbolo dell’esistenza vissuta in modo estetizzante in un mondo dominato ormai dalla ragione illuministica e dalla piattezza dell’etica borghese.

Infatti, fede e fedeltà si rivelano valori assai più profondi, una sorta di stigmate impresse indelebilmente anche nello spirito di chi, almeno in apparenza, a tali valori ha abiurato. E di questo è ben consapevole Jean Sombreval, il protagonista de Il prete sposato, composto da Barbey nel 1865. Spretato, che ha barattato il suo cattolicesimo con la chimica materialistica del “nulla si crea, nulla si distrugge”, Sombreval torna, negli anni della Restaurazione (1815-1830), a vivere da ateo e da possidente in quella provincia normanna, religiosissima, che lo aveva visto, in giovinezza, sacerdote di Cristo. Ma sull’apostata grava una sorta di nemesi, che travolgerà, nel medesimo destino, due anime innocenti, quella di Calista, figlia del “prete sposato”, e quella del suo giovane innamorato, l’aristocratico Néel de Néhou.

Il problema del male, che Barbey concepisce come forza reale e personale, operante nella storia dei singoli e delle nazioni, ritorna nella sua opera più discussa, Le diaboliche, una serie di novelle pubblicate nel 1874, che fruttano subito al loro autore un processo per offesa al pudore, conclusosi con la distruzione di tutte le copie del libro, accusa dalla quale egli tenta di difendersi sostenendo che la descrizione del vizio non intende esserne apologia ma mira a suscitarne l’aborrimento. In realtà, queste novelle, che hanno tutte come protagoniste donne — per lo scrittore normanno, infatti, la natura femminile, più istintiva di quella maschile, è maggiormente esposta agli assalti di Satana —, forniscono forse uno dei migliori esempi di quello stile noir a cui tanti narratori del decadentismo europeo saranno debitori.

Gli ultimi anni sono segnati da continui problemi economici. Barbey alterna i soggiorni a Parigi, dove si aggira coperto da un tabarro nero da contadino, foderato in velluto scarlatto, nel quale pensava di “avviluppare il proprio dandismo”, alle precipitose fughe in Normandia, quando i debitori della capitale diventano troppo insistenti. Collabora a Le Figaro e a Le Constitutionnel, scrive Una storia senza nome e Una pagina di storia, edite nel 1882, e fonda la rivista cattolica Le Réveil. Difende Baudelaire condannato a un’ammenda di 300 franchi per immoralità, dopo la pubblicazione, nel 1857, de Les Fleurs du Mal; si schiera dalla parte di Balzac, attaccato dalla Revue des Deux Mondes, ma, sorprendentemente, polemizza con il giornalista e scrittore Louis Veuillot (1813-1883), il più intransigente difensore di Roma in terra di Francia, perché lo giudica troppo moderato.

La morte lo coglie, il 23 aprile 1889, in una camera ammobiliata della parigina via Rousselet, mentre si dedica alla revisione dell’undicesimo volume di Les oeuvres et les hommes, raccolta completa dei suoi articoli politici e letterari.


Per approfondire: dell’autore, vedi Una storia senza nome. Una pagina di storia. Il sigillo d’onice – Lea, trad. it., introduzione di Giovanni Bogliolo, Editrice Bibliografica, Milano 1993; Le diaboliche, trad. it., Newton Compton, Roma 1993; Un prete sposato, trad. it. in 2 voll., Edizioni Paoline, Francavilla (Chieti) 1965; La stregata, trad. it., Einaudi, Torino 1992; Il cavaliere des Touches, trad. it., con una prefazione di Jacques Petit, Bompiani, Milano 1980; George Brummell e il dandismo, trad. it., a cura di Gilda Piersanti, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1994. Sull’autore, più dal punto di vista letterario che politico, vedi Mario Praz (1896-1982), La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Sansoni, Firenze 1996.

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