L’’insorgenza anticomunista di Tambov (1920-1921)

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Oscar Sanguinetti

 

Sulla resistenza popolare alla Rivoluzione comunista russa fin dall’indomani dell’Ottobre 1917 è carente non solo l’interpretazione, ma anzitutto l’informazione storica. La fisionomia del fenomeno si può però ricostruire per sommi capi attraverso quanto espone sul tema lo scrittore russo Aleksandr Isaevic Solzenicyn nel primo volume del grande ciclo di Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, del 1973. In esso l’autore tenta di identificare le fonti dell’ininterrotto flusso di uomini — comunità, religioni, gruppi e classi sociali, etnie intere — che, mentre il socialismo reale si afferma, va a popolare lo sterminato universo concentrazionario del regime, e s’imbatte nelle sommosse popolari contro la collettivizzazione forzata delle campagne negli anni dal 1918 al 1922.

I contadini sono spinti a ribellarsi dalla leva obbligatoria, dalle requisizioni forzate da parte dell’Armata Rossa e dall’ammasso coatto del raccolto nei depositi statali: “Da quell’estate [1920] la campagna, sforzandosi al di là delle proprie possibilità, consegnò il raccolto gratuitamente anno dopo anno. Questo provocò rivolte contadine e conseguenti loro repressioni e arresti. […] alla fine dello stesso anno avviene lo sgominamento preventivo della rivolta contadina di Tambov”. Né mancano, fra le ragioni, la difesa delle libertà e delle tradizioni religiose: “Nel 1918, per accelerare anche la vittoria culturale della rivoluzione, si cominciò a sventrare e buttare via le spoglie mummificate dei santi e a confiscare gli arredi sacri. Sommosse popolari divamparono a difesa delle chiese e dei monasteri saccheggiati. Qua e là le campane suonavano a stormo e i credenti accorrevano, qualcuno anche munito di bastone. Naturalmente fu necessario liquidare qualcuno sul posto, arrestare altri”.

Solzenicyn torna sul tema nel 1993, durante la visita in Francia per partecipare alle celebrazioni bicentenarie dell’insurrezione vandeana: “Numerosi procedimenti crudeli della Rivoluzione francese sono stati docilmente applicati di nuovo sul corpo della Russia dai comunisti leniniani e dagli specialisti internazionalisti, soltanto che il loro grado di organizzazione e il loro carattere sistematico hanno ampiamente superato quelli dei giacobini.

“Non abbiamo avuto un Termidoro, ma — e ne possiamo esser fieri nella nostra anima e nella nostra coscienza — abbiamo avuto la nostra Vandea, e più d’una. Sono le grandi rivolte contadine, quella di Tambov nel 1920-1921, della Siberia occidentale nel 1921. Un episodio ben noto: folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciati dalle mitragliatrici. L’insurrezione di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti per reprimerla abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici. Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, di Terek, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio”.

 

Un nuovo contributo di Aleksandr Isaevic Solzenicyn

Nel 1995 lo scrittore russo, ormai quasi ottantenne — è nato nel 1918 —, fornisce un ulteriore contributo: due brevi racconti, Ego e Per linee interne, nei quali l’insorgenza contadina fa da sfondo, ma uno sfondo che balza spesso in primo piano, in cui narra la vicenda umana di due figure: un vinto della Contro-Rivoluzione, il personaggio di fantasia Pavel Vasil’evic Ektov detto “Ego”, e un vincitore, un personaggio storico, il maresciallo ed eroe dell’URSS, Georgij Konstantinovic Zukov (1896-1974).

 

“Ego”, o l’insurrezione

La rivolta evocata in entrambi i racconti è quella di Tambov e delle zone limitrofe, a circa 400 chilometri a sud-est di Mosca, nella ricca regione agricola compresa fra i fiumi Don e Volga. Di essa, dopo esordi autocefali, prende la testa il socialrivoluzionario, già oppositore del regime zarista, Aleksandr Stepanovic Antonov (1885-1922), ora in armi contro il governo sovietico. Alla rivolta — ricordata come l’antonovscina — in Ego aderisce, per ragioni di giustizia, anche il mite intellettuale democratico ed esperto di problemi agrari Ektov. Nelle campagne le requisizioni forzate venivano condotte da reparti speciali dell’Armata Rossa — i cosiddetti reparti alimentari — e si traducevano spesso in razzie nei villaggi e in violenze di ogni tipo, talora concluse con la fucilazione di qualche contadino riottoso, per dare l’esempio. “I contadini li chiamavano “i Neri” (Cërnye), forse pensando al diavolo (cërt), o forse perché tra loro c’erano molti non-russi”. La rivolta nel dipartimento di Tambov scoppia nell’agosto del 1919, senza alcun impulso o sostegno da parte del […] clero ortodosso, che “non è di questo mondo”, che non si univa ai ribelli, non era il loro ispiratore, come era accaduto [in Vandea] con il combattivo clero cattolico; i preti se ne restavano prudentemente chiusi nelle loro parrocchie, nelle loro case, pur sapendo che i Rossi, se arrivavano, sarebbero stati capacissimi di fracassare loro la testa. (Così, a Kamenka, il prete Michail Molcanov fu ammazzato senza nessun motivo)”. “Non è facile, no davvero, smuovere i contadini russi, ma quando la pasta fermenta e si gonfia, niente può più contenerla nei limiti della ragione”. Quindi, “muovendo da Knjaze-Bogorodickoe, sempre nel distretto di Tambov, una folla di contadini in calzari [di corteccia] di tiglio, pervasa dal sacro fuoco della giustizia, si mosse per “prendere Tambov” con accette, forche da fieno e forchettoni da cucina: così con le stesse forche, marciavano i loro avi al tempo dei tatari. Accompagnata dal suono delle campane dei villaggi che attraversava e crescendo lungo il cammino, la folla avanzò verso il capoluogo fino al villaggio di Kuz’mina Gat’, dove i malcapitati vennero falciati, senza potersi difendere, dalle mitragliatrici, e i sopravvissuti dispersi.

“Allora, come un incendio che corre da un tetto di paglia all’altro, l’insurrezione si propagò di colpo in tutto il distretto, estendendosi anche a quelli di Kirsanov e Borisoglebsk: dappertutto furono massacrati i comunisti locali (ci si misero anche le donne, coi falcetti), le sedi dei Soviet saccheggiate, le comuni e i sovchoz sciolti. I comunisti e gli attivisti scampati si rifugiarono a Tambov”. “Quanto a Pavel Vasil’evic, lasciò la città e partì alla ricerca del presunto centro dell’insurrezione.

“E lo trovò sotto una forma mobile — quella di un pugno di uomini raggruppati attorno ad Aleksandr Stepanovic Antonov”. Benché privo di armi e di quadri ufficializi adeguati, il movimento di Antonov conduce una vivace guerriglia partigiana, basata su rapidi attacchi di cavalleria — l’unica tattica possibile in un terreno del tutto pianeggiante come le campagne di Tambov —, contro i bolscevichi. Al culmine del successo, potrà schierare oltre dieci reggimenti di 1.500-2.000 uomini ciascuno. I quadri sono costituiti da ex graduati della guerra mondiale, mentre nei ranghi figurano […] anche semplici contadini che fino al giorno prima conoscevano solo l’aratro di legno”. “In novembre Antonov marciò su Tambov col grosso delle forze creando grande scompiglio tra le autorità locali (le quali abbatterono querce centenarie per sbarrare le strade di accesso, installarono mitragliatrici sui campanili)”. Ma, “a venti verste da Tambov, a Podosklej-Rozdestvenskoe, gli insorti, dopo una grossa battaglia, dovettero battere in ritirata”. Nonostante la battuta d’arresto, l’afflusso di nuovi, più massicci rinforzi “rossi” e la tattica di occupazione militare del territorio realizzata dai bolscevichi — con la sistematica presa di ostaggi fra i familiari dei combattenti contro-rivoluzionari —, […] l’insurrezione non si placava. Benché, con l’avanzare dell’autunno e poi l’arrivo dell’inverno, per i partigiani diventasse sempre più difficile nascondersi e bivaccare, il numero dei loro reggimenti aumentava. Le requisizioni messe in atto dai reparti rossi e il puro e semplice saccheggio al quale si abbandonavano quando si spartivano sul posto, sotto gli occhi dei contadini, quello che avevano appena finito di requisire, percuotendo gli anziani o anche bruciando da cima a fondo il villaggio — come fecero a Afanas’evka, a Babino, dove cacciarono vecchi e bambini nella neve, e si era all’inizio dell’inverno — tutto questo dava nuovo impulso al movimento insurrezionale”. Il racconto prosegue narrando come Ego, ammalatosi e ricoverato in un villaggio, viene denunciato e arrestato dalla Ceka, la “Commissione straordinaria per la lotta alla contro-rivoluzione e al sabotaggio”, cioè la polizia politica segreta. Condotto a Mosca e sottoposto per quattro mesi a duri interrogatori e alla tortura, con la moglie e la figlioletta presi in ostaggio dai “rossi”, egli, entrato nella rivolta per ragioni ideali, alla fine rinuncia alle sue convinzioni morali e accetta di fare il doppio gioco, collaborando all’infiltrazione di reparti “rossi” all’interno delle file degli insorti di Antonov, per sbaragliarne una delle ultime colonne ancora attive. L’impresa riesce e si conclude con il massacro dei capi e la liquidazione del reparto di insorti anticomunisti — circa 500 uomini — mentre riposano in un villaggio. Antonov morirà in combattimento nel giugno del 1922.

 

“Per linee interne”, o la repressione

Nel secondo racconto, Per linee interne, il tema dell’insorgenza è meno centrale. Solzenicyn rievoca la “prodigiosa ascesa” — e la successiva caduta in disgrazia — dell’eroe della “guerra patriottica” 1941-1945 ed eroe dell’Unione Sovietica, maresciallo Zukov. Nativo di Kaluga, a sud-est di Mosca, in una zona di insurrezioni contadine, cadetto destinato ai quadri superiori dell’esercito sovietico, egli costruisce la sua carriera proprio nella repressione dei movimenti popolari anticomunisti. Si mette in luce prima nell’estate del 1920, quando ormai la guerra civile volgeva al termine — i generali “bianchi” erano stati sconfitti: l’ultimo era stato Anton Ivanovic Denikin (1872-1947), mentre restava in armi il solo Petr Nikolaevic Vrangel’ (1878-1928) —, contro i cosacchi del Kuban’, nel nord del Caucaso, all’altezza della Crimea. Poi, nel dicembre dello stesso anno combatte nella provincia di Voronez, a sud-ovest di Tambov, contro la “banda” Kolesnikov. Nel 1921 passa infine nella zona di Tambov — dove gli insorti,[…] alla fine di febbraio avevano messo insieme trentatremila baionette, ottomila sciabole, quattrocentosessanta mitragliatrici e sessanta cannoni” — e partecipa all’offensiva contro gli ultimi fuochi dell’antonovscina. Le operazioni militari sono condotte dai “rossi” con grande dispiegamento di mezzi moderni, comprendente l’impiego dell’aviazione. La Ceka, dal canto suo, non sta con le mani in mano: a Zerdëvka “avevano scavato una grande fossa, facevano sedere i condannati sul bordo, con la faccia rivolta allo scavo, le braccia legate. Subin [il capo dei cekisti] e i suoi aiutanti andavano avanti e indietro, sparando alla nuca”. “In maggio, a reprimere i banditi di Tambov venne da Mosca, con pieni poteri, una commissione del Comitato centrale esecutivo panrusso, capeggiata anch’essa da un Antonov, però Antonov-Ovseenko. A capo dell’Armata Speciale di Tambov arrivò il comandante d’armata Tuchacevskij, in precedenza comandante del fronte occidentale e reduce dalla resa dei conti con la Polonia”. Il generale bolscevico Mihail Nikolaevic Tuchacevskij (1893-1937) — sconfitto pochi mesi prima sulla Vistola dai polacchi del maresciallo Jozef Pilsudski (1867-1935) — riorganizza e potenzia la repressione, e compie una mossa vincente dotando i reparti di radiotrasmittenti, che accrescono il coordinamento fra le unità e vanificano lo sganciamento della cavalleria antonoviana dopo ogni assalto. I “rossi” non esitano neppure davanti all’impiego dei gas tossici. Un’ordinanza segreta — la n. 0116 — del comandante d’armata nell’estate del 1921 recita: “Ripulire le foreste dove si nascondono i banditi mediante gas tossici. Calcolare con esattezza che la nube di gas asfissianti arrivi ad espandersi in tutta la foresta, annientando tutto ciò che vi si nasconde. Il comandante Tuchacevskij”.


Per approfondire: vedi il quadro in Mihail Geller e Aleksandr Nekric, Storia dell’URSS dal 1917 a oggi. L’utopia al potere, trad. it., Rizzoli, Milano 1984, pp. 107-119; quindi Aleksandr Isaevic Solzenicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, trad. it., 2a ed., vol. I-II, Mondadori, Milano 1995; Idem, La verità è amara. Saggi, discorsi e interviste (1974-1995), Minchella, Milano 1995, pp. 159-162; Idem, Ego, trad. it., Einaudi, Torino 1996; e Georgij Konstantinovic Zukov, Memorie e battaglie, trad. it., Rizzoli, Milano 1970.

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