La bellezza antimoderna del cerimoniale

L’uomo non può fare a meno del rito. Ha necessità di gesti, simboli e insegne che parlano più direttamente di un trattato di politica o di teologia. Considerazioni dopo l’incontro fra il Santo Padre e il presidente degli Stati Uniti.
Stefano Chiappalone 6 mesi fa
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di Stefano Chiappalone

La rilevanza mediatica della visita del presidente degli Stati Uniti d’America Donald J. Trump in Vaticano, ricevuto in udienza dal Santo Padre Francesco il 24 maggio, ha costituito l’occasione per assistere a quella piccola “liturgia” che precede l’incontro tra il Sommo Pontefice e un capo di Stato, un cerimoniale che accompagna l’ospite attraverso le sale del Palazzo Apostolico, quasi una “preparazione remota” – come si direbbe relativamente alla vita spirituale – che lo guida anche all’incontro con il Vicario di Cristo. È un cerimoniale peculiare per almeno due motivi: il primo perché si tratta, al contempo, dell’incontro tra due capi di Stato, quindi teoricamente alla pari, ma anche dell’incontro tra un’autorità politica e una spirituale. Quest’ultima, di conseguenza, si colloca in un ordine differente e superiore che anche il politico di altra confessione o fede riconosce come tale, data la rilevanza mondiale e morale del papato romano. Si è di fronte, pertanto, al punto in cui la distinzione tra cerimoniale civile e cerimoniale religioso appare alquanto sfumata, lasciandosi il primo assimilare dal secondo. Non si è ancora nel santuario, dove ormai il cerimoniale diviene liturgia, tuttavia si è molto vicini alla soglia del tempio.

La seconda ragione, che qui interessa più da vicino, risiede nell’apparente paradosso di un cerimoniale a porte chiuse. Non c’è pubblico nel Cortile di San Damaso, dove il presidente – o qualsiasi altro capo di Stato – viene accolto dal prefetto della Casa Pontificia, né nella Sala Clementina, in cui lo attendono le Guardie Svizzere schierate militarmente che, insieme ai sediari pontifici, lo scortano fino all’incontro con il Successore di Pietro. È un corteo che avanza con lentezza e solennità, a prima vista sembrando solo ritardare l’evento vero e proprio dell’udienza, tanto più che nessuno vi assiste direttamente. Gli stessi protagonisti ne sono insieme attori e spettatori, il che poteva stupire ancor di più soltanto pochi anni fa quando la diffusione dei social network non era tale da consentire anche a occhi “esterni” di godere lo spettacolo nella sua interezza. Evidentemente sarebbe riduttivo cercare le motivazioni del protocollo nella pura e semplice esibizione –il che vale anche per i cerimoniali pubblici come, per esempio, l’insediamento del nuovo presidente alla Casa Bianca oppure il giuramento delle nuove reclute delle Guardie Svizzere.

«Quando arriva un capo di Stato, bisogna riceverlo con la dignità e il protocollo che merita. È vero che con il protocollo ho i miei problemi, però devo rispettarlo», aveva affermato Papa Francesco in un’intervista del 13 giugno 2014 al quotidiano catalano La Vanguardia. Cambiano certamente le forme con il tempo e lo stesso cerimoniale vaticano ha conosciuto una drastica semplificazione a partire dagli anni 1960; tuttavia – poiché l’uomo non può fare a meno del rito, pena l’indecisione perenne o il caos – resta immutata la necessità di gesti, simboli e insegne che parlano più direttamente di un trattato di politica o di teologia. Questi segni ricordano infatti il ruolo dell’autorità e delle differenti autorità, non solo a chi a esse è soggetto – il che è sempre utile in tempi di perdita del senso della gerarchia, esito sociale della crisi della figura paterna –, ma anche all’autorità stessa che vi trova riflessa come in uno specchio la grandezza e insieme la tremenda responsabilità affidatale. Un capo di Stato che nel 2017 si trova scortato dalle Guardie Svizzere «con la dignità e il protocollo che merita», attraversando con stupore le auliche sale del Palazzo Apostolico, forse per la prima volta si sentirà “piccolo” e percepirà nel proprio intimo un monito simile a quello che i magistrati della Siena del secolo XIV potevano leggere nella “Maestà” di Simone Martini (1284-1344), dipinta appositamente per loro all’interno del Palazzo Pubblico: «Diligite iustitiam qui iudicatis terram»: «Amate la giustizia, voi che governate sulla terra » (Sap 1,1).

Qualche rapida considerazione meritano del resto anche i cerimoniali pubblici – e di riflesso, quelli “a porte chiuse” di cui la generazione presente può godere almeno in formato digitale –, poiché se non si possono ridurre a esibizione, di certo essi generano uno stupore analogo a quello suscitato da un’opera d’arte, che nessuno proverebbe di fronte ad altri tipi di corteo, quali una marcia dei “No Tav” o l’ennesima fiaccolata pacifista, né tanto meno di fronte ad altre esibizioni (o esibizionismi) di cui, con Dante Alighieri (1265-1321), si può dire: «fia laudabile tacerci» (Inferno, canto XV, v. 104). Tale stupore colpisce tanto più se si considera la diffusa mentalità egualitaria – diffidente verso tutto ciò che sa di rituali e quindi di gerarchia – che, a suo tempo, spinse il pensatore cattolico controrivoluzionario brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) a riflettere sull’ondata di simpatia popolare che accolse l’incoronazione della regina Elisabetta II del Regno Unito (cfr. Sul cerimoniale del potere, trad. it.in Cristianità, maggio-giugno 1981, n. 73-74, anno IX, pp. 12-15), ravvisandovi «una tendenza profonda» della natura umana che l’egualitarismo non riesce a soddisfare e pertanto – paradossalmente, ma non troppo – riesplode di fronte a uno spettacolo “antimoderno”. Naturalmente Corrêa de Oliveira riconosce che questa tendenza può dar luogo a degenerazioni e piccinerie, tuttavia in sé è un desiderio sano così come l’istinto della fame non diviene certo negativo a causa dell’ingordigia di alcuni. «In un mondo livellato, poverissimo di simboli, regole, modi, compostezza, di tutto quanto significa ordine e distinzione nella convivenza umana», scrive sempre il pensatore brasiliano, l’uomo contemporaneo si volge verso qualcosa che appare superato, «non tanto per nostalgia del passato, quanto di certi principi dell’ordine naturale che il passato rispettava e che il presente viola in ogni momento». È la nostalgia di – ma anche l’aspirazione a – un mondo pacificato, in cui l’ordine terreno sia riflesso dell’ordine celeste da cui riecheggia sui governanti il monito divino: «Per me reges regnant et legum conditores iusta decernunt», «Per mezzo mio regnano i re e i magistrati emettono giusti decreti» (Prv 8,15).

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 Stefano Chiappalone

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