“La Camera degli Stati Uniti vince una importante battaglia pro-life”

Marco Respinti 2 settimane fa
Prima pagina  /  Dalla stampa  /  “La Camera degli Stati Uniti vince una importante battaglia pro-life”

Da la bianca Torre di Ecthelion del 5/10/2017. Foto da articolo

Alle 6 e qualche minuto del pomeriggio di martedì 3 ottobre, ora di Washington (notte inoltrata in Italia) la Camera dei deputati del 115° Congresso federale degli Stati Uniti ha vinto una battaglia importante per la difesa del diritto alla vita. Con 237 voti a favore e 189 contrari, la “Camera bassa” ha approvato il “Pain-Capable Unborn Child Protection Act”, sigla tecnica H.R. 36, presentato dal deputato Repubblicano dell’Arizona Trent Franks, uno dei più conservatori dell’aula. La proposta di legge punta a vietare l’aborto una volta che il bambino nel grembo della madre sia in grado di percepire dolore, una questione che oramai la scienza ha totalmente appurato. Il che significa bloccare la maggior parte degli aborti praticati dopo la 20esima settimana di gravidanza. Gli Stati Uniti sono infatti uno dei sette Paesi del mondo che consente, su gran parte del proprio territorio, l’aborto a richiesta dopo i cinque mesi di vita del bambino. Gli altri – come rileva il Charlotte Lozier Institute, un’articolazione della Susan B. Anthony List, organizzazioni conservatrici pro-life femminili entrambe intitolate alle madrine antiabortiste del femminismo americano – sono il Canada, la Cina, la Corea del Nord, il Vietnam (che non pongono limiti), i Paesi Bassi e Singapore (che fissano il limite alla 24esima settimana).

Con la maggioranza vincente si sono schierati anche tre deputati del Partito Democratico mentre due del Grand Old Party (GOP, l’altro nome dei Repubblicani) hanno votato con la minoranza perdente. I tre Democratici che hanno votato bene sono Henry Cuellar del Texas (cattolico, antiabortista, ma favorevole alla ricerca sulle staminali embrionali umane), Dan Lipinski dell’Illinois(cattolico, antiabortista di ferro, contrario al “matrimonio” LGBT, unico Democratico a sostenere il “First Amendment Defense Act” che protegge dalle discriminazioni chi assuma determinate posizioni pubbliche in nome di un credo religioso) e Collin C. Peterson del Minnesota (luterano, graniticamente contro aborto e sperimentazione sulle staminali, favorevole al de-finanziamento pubblico della Planned Parenthood). I due Repubblicani che hanno votato male sono Rodney Frelinghuysen del New Jersey (episcopaliano, noto sostenitore dell’aborto e della sperimentazione sulle staminali) e Charlie Dent della Pennsylvania (presbiteriano, filoabortista).

Non è la prima volta che la Camera federale approva questa proposta di legge: era già successo nel 2013 e nel 2015. Ma ogni volta lo scoglio contro cui si è infranta è il Senato. Ovviamente i membri pro-life del Congresso la ripresenteranno ancora anche lì, dove, sulla carta, il GOP, in maggioranza favorevole al diritto alla vita, conta su 52 voti contro 46 dei Democratici più due indipendenti in maggioranza favorevoli alla cultura di morte.

Quando la proposta fu bocciata al Senato il 22 settembre 2015 a favore di essa votarono tre Democratici pro-life e contro di essa due Repubblicani filoabortisti: Joe Donnelly dell’Indiana, Robert Casey Jr. della Pennsylvania e Joe Manchin del West Virginia i primi; Mark Kirk dell’Illinois e Susan Collins del Maine i secondi. Siedono ancora tutti al proprio posto in Senato tranne Kirk. Da allora la fronda filoabortista interna al GOP ha cioè perso un colpo importante, benché il fronte pro-life non abbia guadagnato nulla: la senatrice che l’8 novembre 2016 ha preso il posto di Kirk in aula, cioè Ladda Tammy Duckworth del Partito Democratico, è infatti favorevolissima all’aborto. Ovvero: se in assoluto la fuoriuscita di Kirk non ha indebolito lo schieramento pro-aborto, relativamente parlando ha rafforzato il GOP (il quale nell’aula oggi ha la maggioranza anche senza Kirk) in maggioranza pro-life.

Si preannuncia dunque uno scontro tutto da seguire, soprattutto perché una variabile importante pende sull’intera questione. Il calendario. La proposta del “Pain-Capable Unborn Child Protection Act” non è ancora stata reintrodotto al Senato. Una volta che lo sarà – poiché ovviamente il GOP la reintrodurrà -, verrà poi stabilita la data del voto in aula. Più in là nel tempo tutto questo si verificherà e più si arriverà prossimi al 6 novembre 2018, che in sé pare lontanissimo ma che in termini politici è invece vicinissimo. Ora, in quella data si svolgeranno le elezioni “di medio termine” con cui gli statunitensi sono chiamati a rinnovare per intero la Camera e un terzo dei senatori (33), e negli Stati Uniti gli appuntamenti così sono lunghissimi per via delle primarie che li precedono.

Ebbene, anche gli Stati interessati dal voto al Senato del novembre 2018 saranno un terzo di quelli dell’Unione nordamericana. Fra questi, dei cinque Stati da cui provengono (e in un caso proveniva) i cinque senatori che nel settembre 2015 non votarono con la maggioranza del partito a cui appartengono (tre Democratici e due del GOP) nel novembre 2018 si voterà in quattro: Indiana, Pennsylvania, Maine e West Virginia (non invece in Illinois). Di questi quattro Stati, in Indiana, Pennsylvania e West Virginia saranno candidati alla rielezione tutti e tre i senatori Democratici pro-life che nel settembre 2015 votarono bene: rispettivamente Donnelly, Casey Jr., e Manchin. In Maine il Repubblicano frondista che nel settembre 2015 votò con la maggioranza filoabortista Democratica, cioè la Collins, non è interessata alle elezioni giacché il suo mandato non è in scadenza. Lo è però quello dell’altro senatore del Maine, Angus King, un indipendente ambientalista, filoabortista e favorevole ai “matrimoni” LGBT schierato con il mainstream Democratico. Ovvero gran parte di questa partita è in mano agli elettori. Il voto al Senato sul “Pain-Capable Unborn Child Protection Act” verrà prevedibilmente calendarizzato prima delle elezioni del novembre 2018 e il mondo pro-life ne giocherà la carta; più le due date saranno vicine, e meglio sarà.

Dal canto proprio, la Casa Bianca è già schierata a favore del provvedimento. In campagna elettorale Trump promise di firmare subito quella leggequalora il Congresso l’avesse approvata, e lo fece con un formale impegno scritto. E che non siano rimaste promesse da marinaio lo dimostra l’Office of Management and Budget – un ufficio di consulenza utilizzato dal presidente degli Stati Uniti in materia di bilancio federale – che il 2 ottobre, vigilia del voto alla Camera, ha reso pubblica una dichiarazione che si apre con queste parole: «L’Amministrazione sostiene fortemente l’H.R. 36, cioè il “Pain-Capable Unborn Child Protection Act”, e plaude alla Camera dei deputati per i costanti sforzi atti a garantire protezioni chiave a favore della vita». Del resto, il giorno ancora precedente, 1° ottobre, lo stesso Trump ha ribadito il proprio netto impegno a favore della vita scrivendo, nella dichiarazione diramata per l’inizio del Mese della sindrome di Down, «tristemente, ci sono ancora toppe persone – negli Stati Uniti e nel resto del mondo – che ancora utilizzano la sindrome di Down come scusa per ignorare o scartare la vita umana». Sì, il “trumpismo” potrebbe riservare qualche altra bella sorpresa.

Marco Respinti

Categoria:
  Dalla stampa
Autore

 Marco Respinti

  (124 Articoli)