La composizione di luogo plastica

L’architettura delle chiese dei Gesuiti al servizio di una contemplazione che non è mai fine a se stessa, ma sempre in vista della missione
Michele Brambilla 5 mesi fa
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di Michele Brambilla

Scrive sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) negli Esercizi spirituali: «Il primo preambolo è un certo modo di fare la composizione di luogo. Per la qual cosa bisogna notare che, nella meditazione o contemplazione di una cosa visibile, per esempio il Cristo, la composizione consisterà nel vedere con la vista dell’immaginazione il luogo corporeo dove succede quello che si contempla» (n. 47). Nei secoli, questa indicazione degli “Esercizi” è divenuta il caposaldo dell’arte fiorita nella Compagnia di Gesù e gli stili sperimentati per la prima volta a Roma tra secolo XVI e secolo XVII secolo si sono diffusi in tutta Europa, contrassegnando tanta parte della cosiddetta “arte della Controriforma” nei Paesi cattolici.

Il primo modello che i Gesuiti hanno fornito alla Chiesa universale è quello della chiesa del Gesù di Roma, opera di Jacopo Barozzi (1507-73) e di Giacomo Della Porta (1533-1602). I due architetti concepiscono un edificio a navata unica che semplifica la pianta a croce latina fino ad allora in uso nelle abbazie e nelle cattedrali affinché l’attenzione si focalizzi sull’altare maggiore con il tabernacolo e di modo che nella navata trovino posto il pulpito e i confessionali, luoghi della direzione spirituale “pubblica” (la predicazione) e di quella privata.

Un secondo modello è quello offerto dalla chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, sempre a Roma, sede del noviziato dei Gesuiti. Affidata a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), amico del generale dell’ordine Giovanni Paolo Oliva (1600-81), trasforma la pianta centrale di origine greca in una ellissi. L’altare maggiore appare più vicino al fedele grazie al posizionamento sul braccio lungo della croce modificata che disegna la pianta anziché su quello corto. La chiesa gesuita è sempre priva di coro, poiché la Compagnia di Gesù prevede solamente la lettura individuale del breviario: l’altare è pertanto l’unico elemento davvero caratterizzante dell’abside. La cupola, con la sua simbologia di gioia, è centrale nell’architettura della Compagnia, tanto da essere realizzata anche dove il tessuto cittadino non poteva permettere lo sviluppo di un transetto vero e proprio, come nella chiesa di san Fedele a Milano (1566). Essa inonda infatti il transetto di una luce diffusa che rende plasticamente l’idea della grazia divina che scende sui fedeli.

All’interno della chiesa tutto, dagli stucchi del soffitto al vasellame liturgico, deve trasmettere la certezza della presenza reale di Cristo nella propria Chiesa e l’idea che la missione della Compagnia è costantemente assistita dallo Spirito Santo. L’esempio forse più emblematico della pittura gesuita si tocca nella Gloria di Sant’Ignazio, dipinta da padre Andrea Pozzo (1642-1709) sulla volta dell’omonima chiesa romana nel 1691. L’affresco realizza la composizione di luogo spalancando i cieli sopra il capo dei fedeli e mostrando i simboli dei continenti che vengono raggiunti dalla missione dei Gesuiti.

Come diceva sant’Ignazio, la contemplazione non è mai fine a se stessa, ma sempre in vista della missione. La scultura gesuita dà non a caso il meglio di sé in Iberoamerica, “sposando” il cosiddetto “decorativismo” indio: un tripudio di ori, statue e angioletti esprime la gioia dell’uomo che dai “padri vestiti di nero” ha imparato che la misericordia divina lo abbracciato sempre.

 

Sabato, 10 marzo 2018

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 Michele Brambilla

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