La “nuova fede” del livore e del risentimento – 15/17

«Abbasso l’amore al prossimo! Noi abbiamo bisogno di odio. Dobbiamo imparare a odiare. Questa è la nostra religione. Con questo mezzo arriveremo a conquistare il mondo»
Alleanza Cattolica 2 settimane fa
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Nella loro Storia dell’URSS, gli storici russi Mihail Geller (1922-1997) e Aleksandr Nekrič descrivono così i «pilastri su cui si regge l’ideologia [comunista]: 1) il partito ha sempre ragione, perché conduce al comunismo, all’avvenire radioso; 2) l’odio per il nemico è una qualità connaturata all’uomo sovietico. […] È il partito a scegliere le persone da odiare e il momento in cui si deve farlo. E l’educazione ideologica dell’uomo sovietico inizia fin dalla prima infanzia.  Già negli asili i bambini vengono educati all’amore per il partito e all’odio per il nemico».

L’odio, però, per essere proficuamente utilizzato, doveva essere anche organizzato: «La prima esperienza di organizzazione dell’”odio” si fece, su indicazione di Lenin, nell’estate del 1922, durante il processo ai socialrivoluzionari. Ma durante il processo di Šahty l’odio fu organizzato su scala ben più ampia» (Geller-Nekrič).

Il processo ai socialrivoluzionari ‒ che si concluse con dodici condanne a morte, però non eseguite ‒ si aprì nel giugno 1922 e fu il primo grande processo dimostrativo della GPU, la  polizia segreta dell’Unione Sovietica, che aveva sostituito la Ceka e che sarebbe poi diventata prima NKVD e infine KGB, senza mai diminuire la propria malvagità. Il processo era da collocarsi, secondo il cantore del regime, lo scrittore russo Maksim Gor’kij [Aleksej Maxmovič Pežkov (1868-1936)], «[…] nel quadro di tutta una serie di operazioni miranti a “sterminare l’intelligencija del nostro incolto paese”» (Geller-Nekrič). A propria volta, il processo di Šahty, celebrato a Mosca nell’estate del 1928, fu relativo all’accusa di spionaggio e sabotaggio rivolta a 53 ingegneri e tecnici dell’industria carbonifera del Donbass.

Va ricordato come i “processi”, per il regime sovietico, avessero «[…] due scopi: fornire dei capri espiatori per il fallimento dell’economia, e fomentare, anche se questo implicava il sacrificio di personale specializzato, l’odio di classe, l’odio di parte e la xenofobia» (Robert Conquest [1917-2015]).

In un vecchio libro del 1966, Dizionario del gergo comunista, alla “voce” Odio è scritto: «Sentimento profondamente contrario a tutta la tradizione cristiana della nostra civiltà occidentale. Per i comunisti, invece, l’odio rappresenta un valore positivo, che dev’essere inculcato al bambino fin dalla più tenera età.

Esempi: […] 2) “Il piccolo lettore trova nel giornale Drujinka racconti che svegliano in lui un giusto sentimento di odio contro gli oppressori della classe lavoratrice” (Rabotnicesko Delo, 15 maggio 1951)».

Il risveglio del «giusto sentimento» presuppone per una terra “nuova” un cielo “nuovo”, cioè una religione “nuova”, quella perfettamente descritta dal Commissario all’Istruzione Pubblica dell’Unione Sovietica Anatolij V. Lunačarskij (1875-1933): «Abbasso l’amore al prossimo! Noi abbiamo bisogno di odio. Dobbiamo imparare a odiare. Questa è la nostra religione. Con questo mezzo arriveremo a conquistare il mondo».

L’odio come mezzo della Rivoluzione per la conquista del mondo: gli eredi di Karl Marx (1819-1883) e di Friedrich Engels (1820-1895) erano stati davvero bravi e solerti nel tradurre concettualmente e operativamente, in uno stringente programma politico, anche questa eloquente lezione “privata” ‒ non cattedratica, ma pratica, applicativa ‒ tenuta dai loro maestri e raccontata così dal pastore protestante romeno Richard Wurmbrand (1909-2001): «[Marx] desiderava con cupidigia sempre nuove eredità. Mentre uno dei suoi zii era in agonia, […] scrive: “Se quel porco muore, mi trarrà davvero d’impaccio”. Engels gli risponde: “Congratulazioni per la malattia dell’ostacolo all’eredità. Spero che l’evento fatale non tarderà ad avverarsi”».

Con queste premesse, si può allora ragionevolmente ritenere l’«abbasso l’amore del prossimo» di Lunačarskij non come una scelta di principio personale bensì come un preciso atteggiamento di scuola, da “allievo fedele” ai princìpi dei maestri. Gli altri, ormai, non erano più fratelli ma si avviavano tutti a essere considerati marxianamente “zii”: come lo zio agonizzante di Marx.

 

Bibliografia

Mihail Geller e Aleksandr Nekrič, Storia dell’URSS. Dal 1917 a Eltsin, trad. it., Bompiani, Milano 1997.

Robert Conquest, Stalin. La Rivoluzione, il Terrore, la guerra, trad. it., edizione speciale per Il Giornale, Mondadori, Milano 1993.

Dizionario del gergo comunista. La tecnica della falsificazione nel linguaggio comunista, Edizioni «Documenti», Roma 1966.

Richard Wurmbrand, Mio caro diavolo. Ipotesi demonologiche su Marx e sul marxismo, trad. it., Edizioni Paoline, Roma 1979.

Ambrogio Dehò , Il comunismo alla resa dopo 60 anni, Edizioni Domenicane Italiane, Napoli 1979.

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