L’Annunciazione bizantina, luce e acutezza teologica

È la festa centrale del cristianesimo. In Oriente la si celebra con enfasi particolare e bellezza sublime
Giuliano Rovere 1 mese fa
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di Giuliano Rovere

La festa dell’Annunciazione si celebra il 25 marzo, all’inizio della primavera, facendo memoria del gioioso messaggio che l’arcangelo reca alla Vergine Maria e il suo “sì”. La festa, detta del “lieto annunzio”, si celebra nove mesi prima del Natale e, tra i bizantini, sempre in modo solenne anche quando coincide con un giorno della Settimana Santa e perfino con il Venerdì Santo. È una solennità liturgica piena di luce e di esultanza, perché rappresenta l’inizio della salvezza dell’uomo. Per questo viene anche dipinta sulla porta centrale a due battenti dell’iconostasi, la parete che nelle chiese di rito bizantino separa il presbiterio dal resto della navata sulla quale, secondo schemi precisi, sono disposte diverse serie di icone. Nell’iconostasi vi sono tre porte: una centrale, detta “regale” o “del paradiso”, che è riservata al vescovo o al sacerdote, e due laterali dette “diaconali”, riservate al diacono e agli accoliti.

Il racconto dell’Annunciazione fatto nel Vangelo di san Luca (cfr. Lc 1, 26-35 e 38) colpisce per la semplicità, che solo un cuore puro come quello di bimbo può accogliere e che invece l’uomo d’oggi, appesantito dal razionalismo e dall’incredulità, difficilmente può accettare. Eppure, in questo racconto così essenziale sono contenuti i temi fondamentali del credere cristiano: l’incarnazione del Figlio di Dio, la maternità divina di Maria, l’inizio della salvezza o, come dicono gli orientali, della divinizzazione dell’uomo. I testi liturgici di questa solennità appartengono alla tradizione biblica e ai Padri della Chiesa, ricchi di espressioni poetiche e acuti nel linguaggio teologico. Un elemento caratteristico dell’officiatura è la struttura dialogica che alterna strofe in cui parla l’angelo con altre in cui parla Maria, sviluppando e approfondendo il succinto racconto evangelico. Lo si nota negli stichirà tratti dalla liturgia del vespro, le tipiche antifone poetiche di lode: «La Vergine purissima disse all’Arcangelo: “Sotto spoglie umane ti presenti a me, ma il tuo dire degli uomini sorpassa la parola e il linguaggio! Mi annunci infatti che Dio è con me, nel mio grembo Egli abiterà! Dimmi, dunque come potrò divenire vasta dimora e luogo di santità per Colui che i Cherubini sulle ali portano? Ti prego allora, non mentirmi, il matrimonio, infatti è cosa ignota a me: in che modo dare alla luce un figlio?”

«L’incorporeo Arcangelo le rispose: “O Vergine pura e santissima, quando il Dio supremo vuole così, le leggi della natura vengono sconvolte e prodigi sovraumani si compiono: credi a quanto ti dico in tutta verità! Allora Maria esclamò: secondo la tua parola così avvenga di me, darò alla luce e prenderà carne da me Il Dio che non ha corpo, questa prodigiosa unione Egli opererà, Lui che solo compie opere mirabili!”».

Come in tutte le grandi feste della tradizione bizantina, il tropario – la breve preghiera ritmica che riassume riassunti i temi propri della liturgia del giorno – e l’icona rappresentano gli elementi che, attraverso i suoni e la visione, introducono il fedele al significato profondo della festa. Dice dunque il tropario dell’Annunciazione: «Oggi inizia la nostra salvezza e la manifestazione dell’eterno mistero: Il Figlio di Dio diviene Figlio della Vergine e Gabriele annunzia la grazia. Perciò anche noi insieme a lui gridiamo alla Madre di Dio salve o piena di grazia, il Signore è con Te».

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