L’Europa non è l’Unione Europea

Marco Invernizzi 3 settimane fa
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A molti potrà apparire bizzarro occuparsi di Europa, mentre l’Italia si avvia verso le elezioni politiche in un clima di profonda decadenza politica e culturale, afflitta da un “inverno demografico” che lascia poco spazio all’ottimismo per l’immediato futuro.

E tuttavia, se vogliamo sperare in un futuro migliore, certamente non immediato ma almeno per il medio periodo, dobbiamo tenere conto dell’Europa, del suo passato e delle sue radici, degli errori che si stanno compiendo nel tentare di fare l’Unione Europea, ma anche del fatto realistico e peraltro bello, che l’Italia è sempre stata il “giardino” di qualcosa di più grande, di un edificio tendenzialmente universale, prima dell’impero romano, poi della Chiesa cattolica, servendoli con uomini e idee, con l’arte e la diplomazia, con la filosofia e la politica.

Con la sua storia e con la sua civiltà, l’Europa è la culla dei Paesi che la compongono, diversi fra loro ma accomunati dalle stesse radici, che i nazionalismi prima e l’internazionalismo comunista poi, così come il globalismo scriteriato dei nostri giorni, non sono riusciti del tutto a scalfire.

Papa Francesco è recentemente tornato sul punto con un discorso del 28 ottobre ai partecipanti a una Conferenza promossa dalla Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (COMECE).

Molto importante è il punto di partenza dell’analisi del Santo Padre, anche se viene esplicitato soltanto verso la fine del suo intervento.

«A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso è in atto un conflitto generazionale senza precedenti. Nel consegnare alle nuove generazioni gli ideali che hanno fatto grande l’Europa, si può dire iperbolicamente che alla tradizione si è preferito il tradimento. Al rigetto di ciò che giungeva dai padri, è seguito così il tempo di una drammatica sterilità. Non solo perché in Europa si fanno pochi figli – il nostro inverno demografico -, e troppi sono quelli che sono stati privati del diritto di nascere, ma anche perché ci si è scoperti incapaci di consegnare ai giovani gli strumenti materiali e culturali per affrontare il futuro. L’Europa vive una sorta di deficit di memoria. Tornare ad essere comunità solidale significa riscoprire il valore del proprio passato, per arricchire il proprio presente e consegnare ai posteri un futuro di speranza».

Potrebbero bastare queste parole per mostrare il fallimento dei tentativi dell’Unione Europea di costruire un organismo unito e solidale. La UE non ha voluto porre una prima pietra a fondamento dell’unione di questa Europa che così sarà inevitabilmente sempre incerta e pericolante, oppure dovrà appoggiarsi a fondamenti discutibili o addirittura iniqui, come la tecnocrazia, la super-efficienza o il predominio esclusivo della finanza.

Su queste basi, però, non si può costruire nessuna reale comunione: «Un’Unione Europea che, nell’affrontare le sue crisi, non riscoprisse il senso di essere un’unica comunità che si sostiene e si aiuta – e non un insieme di piccoli gruppi d’interesse – perderebbe non solo una delle sfide più importanti della sua storia, ma anche una delle più grandi opportunità per il suo avvenire».

Per superare gli individualismi e gli egoismi, l’Europa ha bisogno di modelli e di una strategia. Il modello viene indicato dal Papa in san Benedetto (480-547), il padre del monachesimo occidentale che lasciò Roma decadente e demagogica per andare, non molto lontano peraltro, a costruire quelle comunità monastiche attorno alle quali rinascerà la cristianità europea dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476, dopo le invasioni barbariche e la progressiva evangelizzazione del territorio.

«San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici».

San Benedetto contribuisce in modo importante a incarnare il principio fondamentale del cristianesimo che la persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, deve stare al centro della vita pubblica e che quindi anche l’Europa sarà fatta di persone, non di numeri, dato che le persone sono più importanti delle stesse istituzioni. Costituendo delle comunità monastiche, san Benedetto favorisce la nascita anche delle comunità civili, superando gli individualismi che generano il particolarismo sterile ed egoista: «La comunità è il più grande antidoto agli individualismi che caratterizzano il nostro tempo, a quella tendenza diffusa oggi in Occidente a concepirsi e a vivere in solitudine. Si fraintende il concetto di libertà, interpretandolo quasi fosse il dovere di essere soli, sciolti da qualunque legame, e di conseguenza si è costruita una società sradicata, priva di senso di appartenenza e di eredità».

L’Europa sembra dunque disgregarsi, ma è l’Unione Europea che fallisce, mentre rimane vivo l’ideale di un grande continente, legato alle comuni radici, fondato sulla famiglia «come prima comunità [dove] la diversità è esaltata e nello stesso tempo è ricompresa nell’unità. La famiglia è l’unione armonica delle differenze tra l’uomo e la donna, che è tanto più vera e profonda quanto più è generativa, capace di aprirsi alla vita e agli altri». E’ un continente dove i cristiani devono imparare a farsi missionari come lo fu san Benedetto e dove devono provare ad annunciare la fede ma anche delle soluzioni politiche ai problemi che non mancano. Così facendo saranno in grado di smentire «un certo pregiudizio laicista, ancora in auge, [che] non è in grado di percepire il valore positivo per la società del ruolo pubblico e oggettivo della religione, preferendo relegarla ad una sfera meramente privata e sentimentale».

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 Marco Invernizzi

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