L’“Evangelii gaudium” e il primato della cose che sono

Non esiste un soggetto astratto svincolato dal mondo, non è possibile l’autocoscienza senza il confronto con la realtà e l’uomo è inevitabilmente in relazione di responsabilità con ogni aspetto del mondo che lo circonda
Silvia Scaranari 3 settimane fa
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di Laura Boccenti

Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, del 2013, Papa Francesco indica quattro princìpi come punto di riferimento essenziale per la costruzione del bene comune: «il tempo è superiore allo spazio» (nn. 222-225), «l’unità prevale sul conflitto» (nn. 226-230), «la realtà è più importante dell’idea» (nn. 231-233) e «il tutto è superiore alla parte» (nn. 234-237).

Sul terzo di questi princìpi, quello che afferma il primato del piano reale sul piano razionale, si rivolge l’attenzione di Gaetano Piccolo S.I. con un articolo pubblicato sul quindicinale dei gesuiti La Civiltà Cattolica (quaderno 4011-4012, del 5-09-2017, pp. 298-304)

Nell’ Evangelii gaudium, il Pontefice spiega che «esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (n. 231). Occorre dunque evitare «[…] diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (ibidem). L’idea è uno strumento essenziale della conoscenza umana, ma «[…] staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono» (n. 232). «Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi» (ibidem), si finisce per «[…] rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto» (n. 233).

Affermando la superiorità della realtà sull’idea, commenta padre Piccolo, l’esortazione apostolica ripropone il realismo alla filosofia contemporanea, mettendola in guardia dal rischio di separare la gnoseologia dalla metafisica: «L’universale è conosciuto perché è contenuto nel particolare, non semplicemente perché è predicato dei particolari» (art. cit., p. 302). L’esistenza reale delle cose nella propria concretezza precede ogni elaborazione mentale ed è la condizione stessa del pensiero: «Si comprende così perché nella tradizione aristotelico-tomista la conoscenza non possa avvenire che per astrazione: si ricava il concreto sempre da un’esistenza reale che ci precede. […] Anche in questo senso, l’astrazione è possibile solo se la realtà è superiore all’idea» (ibid., p. 303).

Oltre ad affermare il primato della dimensione ontologica su quella gnoseologica, il realismo ha anche importanti risvolti antropologici ed etici, già messi in luce da san Tommaso d’Aquino (1225-1274). Antropologici perché implica la consapevolezza che non esiste un soggetto astratto svincolato dal mondo, né è possibile l’autocoscienza senza il confronto con la realtà: «Per Tommaso non è pensabile una conoscenza diretta di sé da parte del soggetto conoscente, non solo perché è il mondo esterno che ci rimanda la domanda su chi siamo, ma anche perché non esiste un soggetto asettico svincolato dal mondo» (ibid., p. 303). Etici perché nel primato del reale si fonda la consapevolezza di essere inevitabilmente in una relazione di responsabilità con ogni aspetto del mondo che ci circonda.

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