Mafie, il Papa nel segno di Rosario Livatino

“Sub tutela Domini”, come usava scrivere il Servo di Dio, vivendo ogni giorno alla presenza e sotto lo sguardo protettivo di Colui che ha vinto ogni male.
Domenico Airoma 3 settimane fa
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di Domenico Airoma

Il 21 settembre, nel ventisettesimo anniversario dell’assassinio per mano mafiosa del giudice Rosario Livatino (1952-1990), Papa Francesco ha incontrato i rappresentanti della Commissione Parlamentare Antimafia.

Non può considerarsi occasionale la data scelta per l’incontro; nella medesima circostanza, infatti, il Pontefice ha ricevuto anche il postulatore della causa di canonizzazione del giudice, che è Servo di Dio. Non è casuale perché il più giovane magistrato caduto sotto i colpi dei sicari mafiosi incarna il modello di giudice cristiano e di uomo delle istituzioni ed indica, con la propria vita – prima ancora che con l’estremo sacrificio ‒ la via maestra per una lotta autentica, vera ed efficace alle mafie.

Affrontando il tema del rapporto fra fede e diritto, il giudice siciliano, infatti, individua la radice di quella che il Pontefice qualifica come «[…] crisi morale che oggi attraversa persone ed istituzioni» nella chiusura dell’uomo moderno verso Dio e la sua legge, in quel desiderio di «[…] autosufficienza» –come Papa Francesco lo chiama –, che «[…] arriva facilmente al compiacimento di sé e alla pretesa di farsi norma di tutto e di tutti».

È davvero significativa la coincidenza delle parole del Pontefice con l’analisi svolta dal magistrato di Canicattì per esempio nella conferenza Fede e diritto, tenuta proprio a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 30 aprile 1986: «Decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione. Nella consapevolezza che per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta».

«Il punto di partenza rimane sempre il cuore dell’uomo», avverte Papa Francesco. Non si può pensare di sconfiggere le mafie se non si va alle radici dell’incistamento mafioso, che trovano alimento nella mentalità relativistica di un uomo che pretende di farsi luce a sé stesso.

Nella stessa occasione, il Pontefice ha ricordato un altro magistrato vittima dei mafiosi, Giovanni Falcone (1939-1992), che era solito presentare la mafia come qualcosa che «ci rassomiglia», avvertendo quanto fosse sbagliato leggere il fenomeno mafioso come un cancro proliferato «per caso su un tessuto sociale sano» (G. Falcone con Marcelle Padovani, Cose di cosa nostra, Rizzoli, Milano 1991, p. 93).

Fin quando si continua a «[…] soffocare l’appello della coscienza, a banalizzare il male, a confondere la verità con la menzogna», ammonisce Papa Francesco, la politica smette di essere la «[…] forma eminente di carità», ma diventa una «[…] politica deviata», che non si preoccupa più del bene comune e di assicurare speranza e dignità alle persone.

Il passo successivo e coerente è il perseguimento da parte degli uomini delle istituzioni del proprio egoistico interesse: la corruzione diventa l’«[…] habitus» del politico e la «[…] mercificazione della dignità umana» ne rappresenta il naturale effetto collaterale sociale.

Tutto questo debilita il corpo sociale e ne fa il terreno favorevole per l’attecchimento del cancro mafioso.

Il venir meno, infatti, della protezione accordata da un governo della cosa pubblica non più preoccupato del bene comune, di fare giustizia, di dare a ciascuno il suo, quanto cioè ad ogni uomo spetta in quanto uomo, crea un vuoto che è destinato inevitabilmente ad essere occupato dalle organizzazioni mafiose, che «[…] hanno gioco facile nel proporsi come sistema alternativo sul territorio proprio dove mancano il diritto e le opportunità».

La mafia, dunque, non fa che rispondere alle domande di un uomo che è stato denudato dei propri naturali abiti sociali e che finisce con il rivestirsi con abiti artificiali, che sono destinati a soffocarlo.

«Lottare contro le mafie significa – allora – non solo reprimere. Significa anche bonificare, trasformare, costruire»: risanare, cioè, quel tessuto sociale nella cui degenerazione Falcone aveva visto l’origine del consenso alle mafie. Senza dimenticare il punto di partenza, quello caro a Rosario Livatino: la coscienza aperta alla luce della Verità.

Infatti, avverte Papa Francesco, «[…] la costruzione di una nuova coscienza civile», è «la sola che può portare a una vera liberazione dalle mafie». Per coloro che decidono d’intraprendere quest’opera di riforma personale e sociale, vi è ‒ assicura il Pontefice ‒ la «[…] certezza di essere accompagnati da Dio che è ricco di Misericordia […] e la consapevolezza che Egli non sopporta violenza e sopruso».

Sub tutela Domini, come usava scrivere il giudice santo: vivendo ogni giorno alla presenza e sotto lo sguardo protettivo di Colui che ha vinto ogni male.

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