Monaldo Leopardi (1776-1847)

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Sandro Petrucci

 

1. L’educazione nobiliare

Monaldo Leopardi nasce a Recanati, nella provincia pontificia della Marca, il 16 agosto 1776, primo dei quattro figli del conte Giacomo (1742-1781) e della marchesina Virginia Mosca. La sua istruzione avviene in famiglia, sotto la guida del gesuita messicano Giuseppe Mattia de Torres (1744-1821), rifugiatosi in Italia dopo l’espulsione della Compagnia di Gesù dalla Spagna, nel 1767. Il carattere, la formazione intellettuale e culturale, le vicende personali e familiari del giovane conte sono note grazie alla sua Autobiografia in cui, fra l’altro, scrive: […] i principi di religione e di onore, e i modi nobili e generosi erano ereditari nella mia famiglia, tantoché i congiunti miei li trasfusero in me senza avvedersene, ed io mi trovai possessore senza fatica di tutto quello che occorre per costituire un galantuomo”.

Alla sua formazione, accanto a libri, letti spesso disordinatamente, contribuisce “il libro del mondo”, cioè la conoscenza degli uomini nella società, negli affari e nella storia, che diventa buon senso e comportamento prudente, di cui sono espressione gli ammonimenti e i proverbi — “i proverbi fallano di rado” — che Monaldo riunisce in scritti diversi. Esemplari della sua visione del mondo sono le pagine sull’abbigliamento, la “coltura esteriore”: il modo di vestire severo, non ostentato ma dignitoso, è motivo di rispetto e di distinzione da parte del popolo, e contribuisce a far mantenere un comportamento conveniente e a non cedere all’inclinazione verso il basso. Questo compito attribuisce anche alla spada — […] fui probabilmente l’ultimo spadifero d’Italia” —, che porterà fino a quando ne verrà proibito l’uso durante la Repubblica Romana (1798-1799). In seguito il conte osserverà acutamente che le rivoluzioni hanno inizio proprio con l’apportare mutamenti al costume e con l’introdurre mode che mirano a eliminare le distinzioni: “Coloro che hanno immaginato di sconvolgere gli ordini della società e di rovesciare le instituzioni più utili e rispettate hanno incominciato dall’eguagliare il vestiario di tutti i ceti raccomandando la causa loro alla moda”.

 

2. L’impegno civico

Per disposizione testamentaria paterna Monaldo non può amministrare il patrimonio familiare fino all’età di venticinque anni ed è quindi sottoposto alla tutela di un prozio. Tuttavia, con l’appoggio dei parenti, chiede e ottiene da Papa Pio VI (1775-1799) la deroga alla disposizione paterna e, nel 1794, assume l’amministrazione dell’eredità. Nel giugno 1797 si promette ad Adelaide (1778-1857), dei marchesi Antici, e la sposa nel settembre dello stesso anno. Dall’unione nascono cinque figli — il primo dei quali è il poeta Giacomo (1798-1837) —, che il conte seguirà amorevolmente, sforzandosi d’essere una guida affettuosa, studiando con loro e costituendo quella biblioteca familiare, che sarà uno strumento essenziale per la formazione di Giacomo.

La famiglia Leopardi, di tradizione guelfa, fu “sempre popolare ed amica del popolo e amata da lui”, e lo stesso Monaldo ha parte rilevante nella vita politica e amministrativa di Recanati. Consigliere comunale a diciotto anni, nel 1798 è governatore della città, quindi amministratore dell’annona dal 1800 al 1801. Nel 1797 s’adopera per mantenere tranquilla la popolazione in tumulto contro le forze preponderanti della rivoluzionaria Repubblica Francese e, durante la Repubblica Romana e il Regno d’Italia (1808-1814), rifiuta di assumere incarichi pubblici. Dal 1816 al 1819 e dal 1823 al 1826 è gonfaloniere di Recanati, la massima carica amministrativa, e si occupa della costruzione di strade e di ospedali, dell’illuminazione notturna, del sostegno ai meno abbienti, della riduzione delle gabelle, del rilancio degli studi pubblici e delle attività teatrali, perché […] la coltura delle scienze e delle arti — scrive al cognato marchese Carlo Antici (1772-1849) — è misura della moralità e della prosperità sociale”.

Monaldo Leopardi non è chiuso alle innovazioni. Pur preoccupato per le conseguenze della meccanizzazione sull’occupazione, ritiene che le ferrovie e le macchine a vapore siano tutt’altro che inconciliabili con una società cristiana: […] possono concorrere a dilatare fra gli uomini la civiltà; non già quella civiltà irreligiosa e bugiarda che viene raccomandata dal filosofismo […] ma la civiltà vera, mansueta, subordinata, accordevole coi dettami della natura, e con gli ordinamenti di Dio e della sua Chiesa, quella civiltà insomma che è compagna e sinonimo della pace, dell’ordine, della benevolenza e della carità”. Nei suoi possedimenti di San Leopardo stimola il disboscamento del suolo, la messa a coltura dei prati, lo stabilimento di case coloniche e l’applicazione di nuove colture, come il cotone o la patata, secondo i suggerimenti degli agronomi più avvertiti. È il primo a introdurre nello Stato Pontificio il vaccino antivaioloso dell’inglese Edward Jenner (1749-1823), lo fa sperimentare sui propri figli, poi, da gonfaloniere, rende obbligatoria la vaccinazione. Durante la carestia del 1816-1817 fa erogare gratuitamente i medicinali ai più bisognosi e crea occasioni di lavoro, sia femminile, con la tessitura della canapa, sia maschile, con la costruzione di strade. L’attività riformatrice del conte non è in contraddizione con la sua polemica anti-illuminista: “Oggi — scrive — si pretende di costruire il mondo per una eternità e si soffoca ogni residuo e ogni speranza del bene presente sotto il progetto mostruoso del perfezionamento universale”. Stigmatizza quindi “quello spirito irrequieto, dogmatizzante e sofistico, vero flagello degli stati”, proprio dei “riformatori del mondo“, che non mirano a “riforme socievoli”, ma a mettere “in combustione” il mondo; la Rivoluzione è il contrario di ogni sano progresso perché rincorre un inesistente stato di natura perfetto.

 

3. Scrittore e polemista

Monaldo Leopardi ha lasciato molti scritti — religiosi, storici, letterari, eruditi e filosofici — e un ricco epistolario con i più importanti esponenti della cultura cattolica dell’epoca. Contro le seduzioni della stampa rivoluzionaria, sempre più diffusa, egli ritiene necessario stimolare “scritti sani”, che con la medesima determinazione degli avversari riconducano “le idee degli uomini sulle strade del raziocinio” e ristabiliscano “l’edifizio sociale sui fondamenti della religione, della giustizia e della verità”.

Le sue prime critiche alla filosofia illuminista e alla Rivoluzione appaiono in un’opera del 1800, inedita, intitolata Le cose come sono. Filosofia vera: Apologia del trono; Apologia dell’Altare. Dopo la rivoluzione parigina del 1830 e la nuova costituzione di re Luigi Filippo d’Orléans (1773-1850), si dedica quasi esclusivamente alla pubblicistica politica. Fra le opere di maggior successo vanno ricordati i Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831 — apprezzati fra gli altri dal giovane Vincenzo Gioacchino Pecci (1810-1903), il futuro Papa Leone XIII (1878-1903) — che conoscono sei edizioni in cento giorni e vengono tradotti in francese, in olandese e in tedesco; l’Istoria evangelica, del 1832, lodata da Papa Gregorio XVI (1831-1846) e tradotta in spagnolo; Il Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori, pure del 1832, ristampato e adottato nelle scuole del Regno delle Due Sicilie; e La città della filosofia, del 1833.

“La verità tutta, o niente” è la frase che appare sul frontespizio dei Dialoghetti — comprendenti anche Il viaggio di Pulcinella. Trattenimento scenico recitato al mondo di oggi per far ridere il mondo di domani —, dove, con linguaggio accattivante e ironico, Monaldo mostra come la Rivoluzione, sconfitta sul campo di battaglia dai sovrani europei, continui a livello culturale l’opera sovversiva interrotta forzatamente, separando la politica dalla giustizia e dalla religione e riducendola a ragion di Stato, appoggiandosi ai così detti moderati, mascherando la sua azione sotto i princìpi dell’equilibrio e del non intervento. Il conte contrappone al contratto sociale e alla “sovranità immaginaria del popolo” l’alleanza fra il re e il suo popolo — il primo deve perseguire il bene del secondo, che è tenuto all’ubbidienza —, che “è scritta con la mano di Dio e stampata col torchio della natura”. Monaldo spiega il successo dei Dialoghetti in Lo stampatore e lo scrivano: “Il mondo è affamato di verità e per quanto il padre della bugia con tutta la figliolanza si siano maneggiati a screditarla, gli amici della verità sono più di quanti si crede”.

Il Catechismo è un “libretto elementare” per precettori, maestri, padri, autorità civili e religiose, utile “per inserire nell’animo dei giovani la giusta idea delle verità civili e politiche”, un “catechismo dell’uomo filosofico” da accompagnarsi al “catechismo dell’uomo cristiano”. L’operetta — divisa in quindici capitoli e una conclusione, e scritta in forma di dialogo fra un discepolo e un maestro — offre soprattutto una serie di definizioni politiche.

Sollecitato dall’uomo politico e polemista contro-rivoluzionario Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa (1768-1838), egli mostra particolare interesse anche per un teatro “utile e dogmatico” — per il quale suggerirà d’impegnare scrittori appositi e d’istituire premi letterari — come mezzo per veicolare contenuti cristiani, nel quadro di un progetto di restaurazione culturale.

 

4. “La Voce della ragione”

Nel 1832 Monaldo Leopardi inizia la pubblicazione di un quindicinale, redatto a Recanati ma stampato a Pesaro, La Voce della ragione — “una cosa fatta tutta per la gloria di Dio”, il cui programma è appunto Proeliare bella Domini, “combattere le guerre di Dio” —, che sarà chiuso nel 1835, a causa di polemiche mal condotte dal conte, che coinvolgono anche la Curia romana. L’opera giornalistica del conte viene apprezzata da Papa Gregorio XVI, dal card. Tommaso Bernetti (1779-1852), allora segretario di Stato, e dal generale della Compagnia di Gesù, padre Johannes Roothaan (1783-1853). Come i redattori del trisettimanale modenese Voce della Verità (1831-1841), diretta dallo storiografo Cesare Carlo Galvani (1801-1863), Leopardi vuole opporre all’offensiva della pubblicistica liberale una “guerra di bersaglieri”, sostenuta da una “mitraglia dei piccoli scritti”, cioè pubblicazioni agili con un linguaggio semplice e comprensibile, invece che voluminose e di difficile comprensione, i “cannoni di grosso calibro”: “La ragione è fatta per tutti e devono intenderla i ricchi e i poveri, e i dotti e gli idioti, le dame e le plebee”.

Il giornale, di cui vengono stampati fino a duemila esemplari, cifra elevata per l’epoca, si occupa anche d’attualità, dalle vicende dinastiche portoghesi e francesi alle questioni interne di Russia, Belgio, Grecia e Polonia; polemizza con le tesi cattolico-liberali e democratiche dell’abbé bretone Félicité-Robert de Lamennais (1782-1854) e con la liberale Antologia, fondata a Firenze, nel 1821, dal ginevrino e protestante Gian Pietro Vieusseux (1799-1863); contesta le nuove dottrine educative e il cosiddetto modello americano proposto da Carlo Cattaneo (1801-1869); critica l’accentramento statale, contro cui rivendica le autonomie cittadine, e l’egualitarismo massificante che riduce il mondo a “una pianura immensa”, su cui si stende il potere tirannico frutto della Rivoluzione; denuncia in Italia l’alleanza fra il liberalismo — che […] rinunzia agli esperimenti di tutte le generazioni trascorse” — e il romanticismo, “ossia il liberalismo letterario”, che mira ad abbattere “le siepi messe dall’esperienza e dal buon senso” per modificare le basi sociali e politiche della collettività.

Dal 1836 al 1838 collabora al periodico svizzero Il Cattolico, di Lugano, tornando poi, negli ultimi anni di vita, agli studi storici su Recanati, coltivati in gioventù.

Muore nella città natale il 30 aprile 1847.


Per approfondire: di Monaldo Leopardi, vedi Autobiografia e dialoghetti, con un’introduzione di Carlo Grabher, a cura di Alessandra Briganti, Cappelli, Bologna 1972; Autobiografia, a cura della contessa Anna Leopardi, con Prefazione di Alvaro Valentini e una Postfazione di Franco Foschi, Il lavoro editoriale, Ancona 1993; Prediche recitate al popolo liberale, con un saggio introduttivo di Silvio Vitale, Il Cinabro, Catania 1995; e La città della filosofia, a cura di Nicola Del Corno, Vanni Scheiwiller, Milano 1998; su di lui, vedi Rosina Ferrajoli, Monaldo Leopardi, Simboli, Recanati 1923; Romano Delcorona, Antirisorgimento. Un protagonista: Monaldo Leopardi, Cipriani, Firenze 1974; e Nicola Del Corno, “Gli scritti sani”. Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla Restaurazione all’Unità, Franco Angeli, Milano 1992, pp. 53-176.

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