“Nella stupida guerra delle statue ora ci si mettono i cattolici”

Marco Respinti 4 settimane fa
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Da “La bianca torre di Echtelion” del 29 agosto 2017. Foto da Pinterest

I cattolici eccellono praticamente in tutto: quando smarriscono il senso di se stessi, persino nell’autolesionismo. Ne è esempio imbarazzante il terzo capitolo della “guerra delle statue” in corso negli Stati Uniti. Hanno iniziato i campioni del politicamente corretto abbattendo statue e simboli “sudisti” accusati pretestuosamente di “razzismo”. Hanno proseguito gli “antirazzisti” imbrattando le statue di san Junípero Serra Ferrer O.F.M. (1713-1784) solo per imbrattare il cattolicesimo. Ma poi a rimuovere i segni della propria identità religiosa e culturale ci si sono messi i cattolici stessi.

È successo in California nella San Domenico School, una scuola elementare mista di San Anselmo, cittadina di poco più di 12mila abitanti, il più illustre dei quali è il regista George Lucas, a una trentina di chilometri a nord di San Francisco. Amy Skewes-Cox, l’urbanista ambientalista che su Facebook si fregia dell’arcobaleno LGBT e che ne presiede il consiglio di amministrazione, ha dato ordine di rimuovere quasi tutte le 180 immagini religiose che si trovano un po’ dappertutto nel campus in nome dell’“inclusività”. Lo prevede del resto il “nuovo piano strategico” della scuola, approvato l’anno scorso all’unanimità.

Ma a chiamare le cose con il nome che hanno è Shannon Fitzpatrick, mamma di uno scolaro di 8 anni: la San Domenico «[…] ha paura e si vergogna di celebrare la propria identità e la propria fede». Aggiungendo: «[…] la parola “cattolico” è stata rimossa dal piano dell’offerta formativa, i sacramenti sono stati esclusi dai programmi [una volta si faceva infatti anche il catechismo, la prima Confessione e la prima Comunione –ndr], nei gradi scolastici inferiori si parla di religioni mondiali, il logo e i colori sono stati cambiati per essere “meno cattolici” e così pure le divise degli alunni». Un’altra mamma, Cheryl Newell, che alla San Domenico ha mandato quattro figli, ribadisce che la dirigenza dell’istituto sta «[…] erodendo intenzionalmente la propria identità cattolica».
La risposta della scuola? Molte famiglie sono contente dei cambiamenti. Bugie, però, perché, come testimonia un’altra genitrice, Kim Pipki, l’identità cattolica della scuola è importante anche per le famiglie che non sono cattoliche. Accade del resto non solo negli Stati Uniti: molte famiglie non praticanti scelgono infatti la scuola cattolica (quella vera) per quel qualcosa in più che altrove non trovano e che non è solo ordine, disciplina e niente manifestazioni-bigiate. Si chiama testimonianza, è il metodo più genuino ed efficace per mostrare la bellezza della fede incarnata, e in Paesi dai regimi scolastici strani come l’Italia è parte del servizio pubblico svolto anche dalla scuola non statale.

In California, invece, si pensa che per dirigere bene una scuola cattolica si debba farla smettere di essere cattolica scontentando anche i non-cattolici. Un suicidio venato di masochismo che il beato Papa Paolo VI (1897-1978) ha stigmatizzato sin dal 1968 con il nome di «autodemolizione». La Skewes-Cox ne incarna perfettamente lo spirito quando dice: «se entrando nel campus la prima cosa che vedete sono tre o quattro statue di san Domenico o di san Francesco, la cosa potrebbe disturbare i fedeli delle altre religioni».

Ora, le origini della San Domenico School vengono remotamente datate al 6 dicembre 1850, quando arrivò in California una suora belga, Maria della Croce Goemaere (al secolo Catherine Adélaide 1809-1891), che dal monastero domenicano della Croce di Parigi, dov’era novizia a 40 anni, aveva risposto all’appello di mons. José Sadoc Alemany y Conill OP (1814-1888), catalano, vescovo di Monterey, allora in visita in Francia, intenzionato a creare in California, nel pieno della febbre dell’oro, istituzioni scolastiche soprattutto femminili. Il vescovo Alemany, il padre domenicano anch’egli catalano Francisco Sadoc Vilarrasa y Costa (1814-1888) – poi fondatore della provincia domenicana del Santissimo Nome di Gesù in California, vero “padre della patria” di quella regione – e suor Maria arrivarono in situ dopo essere sbarcati a New York, essere passati in Ohio, essere scesi ad attraversare in canoa e a dorso di mulo l’istmo di Panama ed essere risaliti per nave lungo la costa pacifica. Maria della Croce era la prima suora cattolica a toccare il suolo californiano. Pochi mesi dopo, nella primavera del 1851, fondò la congregazione delle suore domenicane di san Rafael a cui si debbono l’erezione di sette scuole – tra cui l’Università Domenicana della California – e l’amministrazione di altre 32, più un ospedale e una casa per ritiri.

Il fatto che oggi la superiora generale della congregazione, suor Maureen McInerney, definisca la San Domenico una scuola cattolica che «sta facendo lo sforzo d’includere tutte le fedi» fa correre qualche brivido. Certo, il problema vero, al di là delle pagliacciate sloganistiche, è che il numero degli alunni cattolici diminuisce vistosamente. Ma quando la società di scristianizza, la risposta è scristianizzare il cristianesimo e le sue opere?

Marco Respinti

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