Papa Francesco e la Rivoluzione francese

Maurizio Brunetti 11 mesi fa
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Che la Rivoluzione del 1789 detta «francese» non sia stato un mero sommovimento politico dalle sia pur notevoli conseguenze istituzionali, quanto piuttosto un evento chiave per l’avvento della modernità, cioè della trasformazione del mondo occidentale in senso laicista e anticristiano, è uno dei cardini della cosiddetta scuola cattolica controrivoluzionaria. Tale punto di vista è coerente con l’interpretazione del fenomeno proposta dal Magistero Pontificio.

Papa Benedetto XVI, per esempio, nell’Enciclica Spe Salvi, individuava nell’accadimento una «tappa essenziale» dell’inverarsi politico di una speranza secolarizzata. Tale deformazione della virtù teologale cristiana in senso illuminista avrebbe poi trovato il suo esito ideologico coerente nei totalitarismi del secolo XX e nella rivoluzione culturale che, in Italia almeno dal 1968, attacca la vita e la famiglia.

Nello scorso mese di maggio, nel corso di un’intervista a La Croix, anche Papa Francesco ha fatto un riferimento alla Rivoluzione francese: fra i suoi lasciti alla Francia vi sarebbe, secondo il Pontefice, la «laicità esagerata» che ne caratterizza l’attuale vita socio-politica.

Papa Francesco ha fatto nuovamente cenno alla Rivoluzione francese il 7 ottobre, nel Discorso ai membri del Capitolo generale dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, una Congregazione fondata giusto duecento anni fa da sant’Eugène de Mazenod (1782-1861) e la cui attività missionaria si svolge oggi in tutti e cinque i continenti. Parlando dei primi passi della Congregazione, Papa Francesco ha ricordato come essa si sia adoperata «[…] a riaccendere la fede che la rivoluzione francese stava spegnendo nel cuore dei poveri delle campagne della Provenza, travolgendo anche tanti ministri della Chiesa».

Si potrebbe obiettare che, nel 1816, il Terrore giacobino, il genocidio vandeano, nonché l’esportazione dei principi rivoluzionari in Europa sulla punta delle armi prima repubblicane e poi napoleoniche, appartenevano ormai al passato. Eppure, la Rivoluzione francese intesa come fenomeno culturale non era affatto conclusa: l’odio anticristiano e antireligioso, che era stato il principale movente dei più consapevoli fra i suoi protagonisti, continuò in Europa a influenzare mentalità, idee e azioni, a livello sia individuale che politico, per tutto il secolo XIX.

Non è improbabile che fra qualche giorno Papa Francesco tornerà sull’argomento: il 16 ottobre, infatti, verrà canonizzato a Piazza San Pietro il beato Salomone Leclercq (1745-1792), primo sacerdote lasalliano a subire il martirio durante la persecuzione degli ecclesiastici promossa dai rivoluzionari.

La Divina Provvidenza ha disposto che lo stesso giorno vedrà anche l’elevazione all’onore degli altari del quattordicenne José Sanchez del Rio (1913-1928). A ucciderlo furono gli epigoni messicani dei giacobini francesi: anche loro, infatti, agivano in odio a Nostro Signore Gesù Cristo e alla sua regalità sociale.

Il Discorso di Papa Francesco agli Oblati di Maria Immacolata contiene anche un auspicio, grazie al quale gli esempi di sant’Eugène de Mazenod, di Salomone Leclercq e di José Sanchez del Rio ci appaiono in tutta la loro attualità.

Accogliamo con gioia tale auspicio, come rivolto a noi, seppure laici (ma, appunto per questo, missionari nell’ambito specifico dell’ordine temporale): «È necessario cercare risposte adeguate, evangeliche e coraggiose, agli interrogativi degli uomini e delle donne del nostro tempo. Per questo occorre guardare il passato con gratitudine, vivere il presente con passione e abbracciare il futuro con speranza, senza lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà che incontrate nella missione, ma forti della fedeltà alla vostra vocazione religiosa e missionaria».

 

Maurizio Brunetti

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