Il pensiero del giorno: 1Re 12,26-32; 13,33-34

Don Piero Cantoni 3 mesi fa
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« Geroboamo pensò: “In questa situazione il regno potrà tornare alla casa di Davide. Se questo popolo continuerà a salire a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio del Signore, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signore, verso Roboamo, re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da Roboamo, re di Giuda”. Consigliatosi, il re preparò due vitelli d’oro e disse al popolo: “Siete già saliti troppe volte a Gerusalemme! Ecco, Israele, i tuoi dèi che ti hanno fatto salire dalla terra d’Egitto”. Ne collocò uno a Betel e l’altro lo mise a Dan. Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quelli. Egli edificò templi sulle alture e costituì sacerdoti, presi da tutto il popolo, i quali non erano discendenti di Levi. Geroboamo istituì una festa nell’ottavo mese, il quindici del mese, simile alla festa che si celebrava in Giuda. Egli stesso salì all’altare; così fece a Betel per sacrificare ai vitelli che aveva eretto, e a Betel stabilì sacerdoti dei templi da lui eretti sulle alture. […]. Dopo questo fatto, Geroboamo non abbandonò la sua via cattiva. Egli continuò a prendere da tutto il popolo i sacerdoti delle alture e a chiunque lo desiderava conferiva l’incarico e quegli diveniva sacerdote delle alture. Tale condotta costituì, per la casa di Geroboamo, il peccato che ne provocò la distruzione e lo sterminio dalla faccia della terra » (1Re 12,26-32; 13,33-34).

Nel 931 AC circa avviene un fatto terribile e molto importante per la storia della salvezza: lo scisma di Israele. Il regno di Israele si divide un due regni: il regno di Israele al nord e il regno di Giuda al sud. A perpetrare lo scisma è soprattutto il re Geroboamo. Consapevole che l’unità del popolo è soprattutto religiosa, si sforza di prevenire qualunque moto di riavvicinamento facendo in modo che lo scisma politico diventi anche uno scisma religioso. Se il luogo di culto rimane solo il tempio di Gerusalemme succederà presto o tardi – così pensa Geroboamo – che il popolo andando in pellegrinaggio a Gerusalemme si riavvicini a Giuda e si sbarazzi del potere politico che lo tiene in una situazione di separazione. Il gesto di Geroboamo è in parallelo con quanto raccontato nel libro dell’Esodo, quando Aronne erige un vitello d’oro e fonda un nuovo culto, mentre il fratello Mosè indugiava sul Sinai (Es 32,4). Nell’intenzione di Aronne il vitello d’oro non era un altro dio alternativo al Dio d’Israele, ma voleva solo essere un modo per rappresentarlo in maniera concreta. Non voleva essere un’apostasia, ma solo un altro culto. Al culto dettato da Dio che tardava troppo ad essere annunciato, si sostituiva un culto fatto dall’uomo che assomigliava (non poteva essere altrimenti) al culto degli egiziani che gli ebrei conoscevano benissimo. Anche nel caso di Geroboamo l’erezione dei vitelli non è propriamente un atto di idolatria, perché il re intendeva che il popolo vedesse in essi il Dio che li aveva liberati dall’Egitto, ma certamente era un culto illegittimo perché la legge (Es 20,4-5; Dt 4,15-20; 5,8-9) proibiva ogni rappresentazione sensibile di Dio.

Nel colloquio con la samaritana Gesù condanna apertamente lo scisma: « Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei » (Gv 4,22) e lo riconduce esplicitamente al un problema di culto. La vera adorazione « in spirito e verità » (vv. 23-24) è possibile ormai in Cristo Gesù. Con la sua venuta Dio può essere rappresentato, perché Lui stesso si è rappresentato. Il culto diventa esplicitamente un atto di amore, che non può incominciare dall’uomo, ma che può e deve essere accolto da Dio stesso: « In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1Gv 4,10). Come ai tempi di Geroboamo e Roboamo non è indifferente “dove” questo atto di culto può essere realizzato in pienezza. La Chiesa una, santa, cattolica, apostolica e romana, che « presiede alla carità » (sant’Ignazio di Antiochiaazio di Antiochia) è il “dove” di Dio.

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 Don Piero Cantoni

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