Il pensiero del giorno: Mt 11,25-30

Don Piero Cantoni 2 mesi fa
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« In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” » (Mt 11,25-30).

L’identità di Gesù, come di colui che conosce il Padre intimamente e ce lo rivela, rimane nascosta ai sapienti e agli intelligenti di questo mondo. Solo chi lo accoglie come un bambino, con la semplicità di un bambino, può comprendere quello che dice. Lo Spirito di Dio si trova a suo agio nei cuori semplici e lì sprigiona tutte le sue potenzialità di comprensione e di intelligenza. San Francesco – che celebriamo oggi – amava molto un simbolo: la “tau”. « Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono » (Ez 9, 4). Che significato ha questa “tau” che è segnata sulla fronte degli uomini che, essendo giusti, piangono l’ingiustizia che vedono attorno a loro? La “tau” è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico e anche la lettera con cui incomincia la parola “toráh”, cioè “legge”. Il segno aveva un significato immediato per gli ascoltatori della profezia di Ezechiele, era il segno della fine e del compimento di tutto, che si identificava con l’amore per la legge. Il giusto era un uomo che si aggrappava a ciò che veramente conta e che faceva per questo tutt’uno con la legge di Dio. San Gerolamo testimonia che ancora ai suoi tempi la lettera tau (o tav) era scritta come una croce e non fatica a vedere in questo segno una profezia della croce di Cristo. Gli ebrei pii portavano la tav sulla fronte come segno del loro legame con la legge e della loro appartenenza a Dio. Con ogni probabilità fu il senso immediato percepito dai discepoli quando udirono le parole di Gesù: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mc 8,34). Solo dopo la sua morte e risurrezione ne compresero il senso pieno. Così nell’Apocalisse troviamo come una rilettura del testo di Ezechiele in cui la tav diventa chiaramente il segno supremo dell’appartenenza a Dio in relazione con la vittoria dell’Agnello: Ap 7,2-4; 9,4; 14,1. Noi abbiamo impresso sulla nostra fronte questo segno così importante? Certamente, mediante il battesimo, per cui nella nostra anima (di cui la fronte è un simbolo) portiamo un segno indelebile (carattere) che ci assimila a Cristo, in quello che della vita di Cristo è centrale: la sua croce. Questo segno deve diventare vero nella nostra vita e attraverso la nostra vita. C’è una espressione che sintetizza bene il senso della vita del cristiano: « diventa quello che sei ». Di questo segno ci ricordiamo tutte le volte che ci facciamo il segno di croce. Il segno di croce è una preghiera, forse la prima che abbiamo imparato, quando la nostra mamma – essendo ancora incapaci di parlare – ha guidato la nostra manina a tracciarlo sul nostro corpo. Se fatto bene, cioè con fede, esso continua ad imprimere su di noi il tav, cioè il sigillo del Dio vivente. Esiste anche, tradizionalmente, una forma ridotta per cui si traccia il segno della croce sulla sola fronte. Ovviamente esso, se è vero, comporta una identificazione amorosa con la croce di Gesù. Quell’identificazione che in san Francesco – che non a caso amava tanto questo simbolo – si espresse nel miracolo delle stimmate. Anche senza le stimmate visibili, se lo compiamo con fede convinta, si traduce certamente in noi nel miracolo (perché di miracolo si tratta) della trasformazione profonda della nostra vita in sacrificio d’amore. Allora non dobbiamo più avere paura, perché è il Diavolo che ha paura di noi.

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 Don Piero Cantoni

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