“Per capire il Sud è necessario purificare la memoria nazionale”

Alfredo Mantovano 3 settimane fa
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L’Unità si è realizzata per incorporazione forzata a uno Stato pre-unitario. È stata una crudele guerra di conquista, con centinaia di migliaia di vittime fra i civili

All’inizio del 2017 i gruppi del M5s in alcuni Consigli regionali del Sud d’Italia, e anche del Parlamento nazionale, hanno presentato mozioni per istituire il “Giorno del ricordo per i martiri dimenticati del Risorgimento”, e hanno proposto il 13 febbraio: in quel giorno nel 1861 i piemontesi espugnarono Gaeta, nella cui fortezza avevano resistito re Francesco II e la regina Maria Sofia. Poiché in Puglia la mozione a luglio è stata approvata a maggioranza, le reazioni sono passate dall’iniziale indifferenza, al più alternata allo scherno, alla vibrante preoccupazione, esito della sacralità con cui da sempre l’establishment circonda quel Risorgimento (se ne è fatto eco, fra gli altri, il Corriere): parlarne in termini pur solo parzialmente diversi dall’apologetica dominante fa gridare al sacrilegio.

Il gesto ha il limite dell’approssimazione con cui il M5s affronta qualsiasi tema. Il tema è terribilmente serio, non tollera né demonizzazioni né superficialità o strumentalizzazioni. Il paradosso è che, rispetto ai due passaggi cruciali della nostra storia nazionale – l’Unificazione e il biennio 1943-1945 –, vi è stata maggiore disponibilità, nonostante le inevitabili polemiche, a riconsiderare la vicenda della Resistenza, a coglierne l’articolazione e la complessità, a verificare le motivazioni di coloro che si schierarono con Salò, a scandagliare quei mesi tragici facendo emergere avvenimenti poco noti, con l’intreccio dei torti e delle ragioni. Nonostante non manchino studi seri e documentati, non altrettanto è accaduto finora per la vicenda che ruota attorno al 1860. Nel 2011 il 150° anniversario dell’Unificazione poteva essere l’occasione giusta, e invece è stata sprecata, perché vissuta all’insegna della doppia retorica, da un lato la riproposizione acritica e apologetica dell’evento unitario, e dall’altro il vittimismo e il rivendicazionismo.

Il punto di partenza è comprendere perché, non solo al Sud, l’Unità d’Italia non è ancora pienamente entrata nella memoria collettiva degli italiani: ne è ennesima riprova il favore incontrato nelle regioni meridionali dalla mozione M5s. Ha sicuramente inciso il modo attraverso il quale l’Unità si è realizzata: per incorporazione forzata a uno Stato pre-unitario invece che per federazione fra gli Stati pre-esistenti. È stata una crudele guerra di conquista, con centinaia di migliaia di vittime fra i civili: negarlo equivale a negare l’evidenza. Ha causato danni enormi, fra gli altri, sul piano economico; lasciamo stare slogan e libri scritti troppo velocemente, rechiamoci in biblioteca e recuperiamo documenti come il Giornale del Regno delle Due Sicilie o gli Annali civili del Regno delle Due Sicilie, e in particolare gli Annali delle opere pubbliche e dell’Architettura: scopriremo che l’economia meridionale prima dell’Unità guardava a una pluralità di settori e non pensava affatto che l’unica fonte di ricchezza fosse l’agricoltura. Esisteva quello che a buon ragione è definibile un pensiero “napoletano”, che “pensava” entro i propri confini, ma anche oltre. Vi era una realtà che, accanto a sacche di enorme povertà e di arretratezza, conosceva importanti trasformazioni economiche nell’industria tessile, metalmeccanica, in quelle che definiremmo oggi le “vie del mare”, con uno straordinario sviluppo della marina mercantile e dei traffici marittimi, e quanto alle prime reti ferroviarie: non solo la Napoli-Portici, ma pure il prolungamento dei primi tronchi ferroviari verso la costa adriatica e verso la costa jonica per collegare quei porti alla Capitale del Regno. E questo senza trascurare felici esperimenti di assistenza dei lavoratori e delle loro famiglie, con un welfare di avanguardia per l’epoca: basta ricordare la comunità di lavoro di San Leucio, alla porte di Caserta, dedita alle produzioni in seta, improvvidamente chiusa – come tante altre realtà – al momento dell’Unificazione.

Il recupero e la purificazione della memoria nazionale non ha rilievo solo accademico: serve anzitutto a comprendere qualcosa di quel che il Sud è oggi, e della sua condizione di oggettiva inferiorità rispetto al Nord dell’Italia. Serve a capire perché il Sud è diventato non un’altra Italia, ma la parte della Nazione che vede accentuati e acutizzati i problemi dell’intera Penisola. Serve quindi a individuare quel che è necessario nel 2017 – al netto di nostalgismi e di rivendicazionismi – per non crogiolarsi nell’inferiorità e per capire come mutarla. Non è un tema confessionale, ma in decenni passati dal mondo cattolico italiano sono venuti contributi importanti, anche in termini di prospettiva: a differenza di quanto accade ora. Il rischio più grave è che alla fine il Sud sia inquadrato – soprattutto in Europa – come una terra perduta nella quale sembra inutile investire, in denaro e in energie: con questo incrociando il sentimento di impotenza e di frustrazione che serpeggia in diverse comunità meridionali, facilmente strumentalizzati da chi grida più forte. Se si realizza una saldatura del genere, il Sud si ritrova privo di speranza e non sarà più in grado di mostrare le positive esperienze in ambito culturale, scientifico, imprenditoriale, civile, religioso che pure ancora ci sono. Sì, anche religioso. Interessa? Qualcuno risponde all’appello?

Alfredo Mantovano
Da “Tempi” del 31 agosto 2017. Foto da articolo
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