Preferisco il Paradiso

Si conclude la catechesi del Papa sulla speranza, e si conclude con la speranza più bella, concreta, vera. Quella ragionevole e possibile della meta celeste a cui siamo tutti chiamati, a cui tutti – persino inconsapevolmente – aspirano e che tutti possono meritarsi anche guadagnandola all’ultimo istante di vita, se si rivolgono con sincerità al re dei re
Silvia Scaranari 4 settimane fa
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di Silvia Scaranari

«Preferisco il Paradiso» cantano i bambini intorno a san Filippo Neri (1515-1595) nella fiction televisiva proposta qualche anno fa dalla RAI sul santo del sorriso e dell’ironia, e la parola «Paradiso» mette fine, mercoledì 25 ottobre, al lungo ciclo di riflessioni dedicate alla speranza che Papa Francesco ha offerto ai fedeli alle udienze generali del mercoledì dell’anno liturgico corrente, ciclo che non poteva concludersi in modo più chiaro e più motivante.

Cosa spera l’uomo nell’intimo del suo cuore? Cosa speriamo tutti, oltre le mille piccole cose di questo mondo? Speriamo in una vita che vada oltre la contingenza, che vada oltre la precarietà, che superi ogni dolore, che c’inondi di amore e di gioia, e questo è proprio il Paradiso, la nostra meta.

«Il paradiso non è un luogo da favola», dice il Santo Padre, «e nemmeno un giardino incantato. Il paradiso è l’abbraccio con Dio, Amore infinito, e ci entriamo grazie a Gesù, che è morto in croce per noi. Dove c’è Gesù, c’è la misericordia e la felicità; senza di Lui c’è il freddo e la tenebra. Nell’ora della morte, il cristiano ripete a Gesù: “Ricordati di me”. E se anche non ci fosse più nessuno che si ricorda di noi, Gesù è lì, accanto a noi. Vuole portarci nel posto più bello che esiste». L’amore del Padre è infatti grande, e aspetta il pentimento fino all’ultimo respiro per poterci avvolgere con il proprio abbraccio che durerà in eterno.

La parola «Paradiso» compare una sola volta nei Vangeli, nel momento cruciale, quello in cui si sta compiendo l’ultimo atto della nostra salvezza operata dal Cristo morente sulla croce: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 43). È una promessa rivolta da Gesù al buon ladrone, un uomo che ha vissuto nella colpa tutta la vita, un uomo condannato per i crimini che ha commesso accanto all’innocente condannato per il nostro riscatto. Il contrasto è lampante: la miseria umana accanto all’innocenza, l’egoismo dell’uomo accanto all’amore puro di un Dio che si è fatto uomo e che sta morendo proprio per aprire quelle porte del Paradiso chiuse dal peccato dell’uomo.

Gesù parla di Paradiso proprio nel momento ultimo della vita come per indicare che fino all’ultimo respiro c’è speranza in un futuro di gioia, che proprio in quel momento l’uomo decide del proprio destino: pentirsi e aprirsi all’amore o chiudersi in sé in un ostinato atto di superbia.

E allora, «se crediamo questo, la morte smette di farci paura», afferma il Pontefice, perché «chi ha conosciuto Gesù, non teme più nulla».

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