Reddito di cittadinanza? Lavoro di cittadinanza?

Ferdinando Leotta 5 mesi fa
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Dal principio di sussidiarietà un contributo.

“Il reddito di cittadinanza” del M5S “è la cosa più di sinistra che io possa immaginare oggi”.
Così ha dichiarato Luciano Ligabue (La Stampa del 17 febbraio 2017).
In effetti il reddito di cittadinanza è uno dei punti del programma M5S, che gli stessi grillini hanno tradotto in una proposta di legge.

Si legge però, sempre su La Stampa del 17 febbraio, che la nozione di reddito di cittadinanza, spesso non precisata, non è solo di sinistra, essendo stata teorizzata anche da intellettuali neoliberisti o neocon come Milton Friedman e Charles Murray.
Tale sorprendente trasversalità è comprovata da Silvio Berlusconi che si è recentemente pronunciato a favore del reddito di cittadinanza. Il 21 dicembre 2016 ha dichiarato: “Noi con i 5 stelle condividiamo l’idea perché ci sono 4 milioni e 600mila cittadini nella povertà e solo con la carità possono sopravvivere”. E ha concluso: “L’aiuto a queste persone dovrebbe costare 16 miliardi”.
La Stampa del 9 febbraio 2017 già commentava ironicamente: “L’ex premier si è convertito a un’idea che in altri tempi avrebbe bollato come «comunista»: il reddito minimo garantito.”, e dava la notizia che la proposta di Forza Italia era però stata rinominata “lavoro di cittadinanza”. Espressione che è piaciuta a Matteo Renzi, il quale l’ha fatta propria richiamandosi alla Costituzione, che all’articolo 1 recita: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Che il reddito di cittadinanza sia un progetto caro a una certa sinistra è comunque indiscutibile, basta fare un giro su internet. In Francia, ad esempio, questa idea è fatta propria da Benoît Hamon, il candidato della sinistra che intende introdurre un “reddito universale”, cioè un reddito base mensile per tutti o per certe categorie di persone indipendentemente dal fatto che abbiano un lavoro o meno (Il Mondo 6 febbraio 2017). Per rimanere in Francia, chi invece non sposa l’idea del reddito di cittadinanza è Emmanuel Macron, l’ex ministro delle Finanze, ora candidato alla Presidenza. «Mi oppongo – ha dichiarato Macron – a un progetto che vorrebbe che la promessa fatta a ciascuna e a ciascuno sia poter vivere dignitosamente in un ozio subìto o scelto».
Chapeau dunque al candidato francese che ha osato contrastare il luogo comune più di moda, a livello internazionale, riguardo le politiche del lavoro e dell’assistenza sociale.

Il tema è attualissimo. La recente notizia dell’esperimento di Helsinki sul reddito di cittadinanza ha stimolato la curiosità per altre esperienze: all’estero e in Italia. Forme di reddito di solidarietà o di dignità sono già attive da noi, in Emilia Romagna, in Puglia e nel Friuli-Venezia Giulia. All’estero: nei Paesi Bassi, in Danimarca, Norvegia, Irlanda, Regno Unito, Germania e Francia.
Non è questa la sede per analisi comparate. Che si tratti di reddito base o di salario minimo garantito, di importi più o meno equivalenti o significativamente differenti, destinati a gruppi limitati o anche molto ampi, sembra, da quanto si può apprendere dalle fonti giornalistiche, che tutti i diversi metodi si caratterizzino per il modello comune, cioè per il carattere pubblicistico degli Enti che provvedono sia alla raccolta che alla successiva distribuzione della ricchezza.
Questa modalità di redistribuzione della ricchezza, che dovrebbe garantire trasparenza e massima legalità, si caratterizza generalmente però per una gravissima antieconomicità, nel senso che solo una minima parte del prelievo arriva ai destinatari.

Di questo aspetto si è interessato anche il Magistero sociale della Chiesa. Leggiamo, ad esempio, nell’ enciclica Caritas in Veritate, a proposito di questa antieconomicità, che gli organismi nazionali e internazionali dovrebbero anch’essi interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi. Capita talvolta che chi è destinatario degli aiuti diventi funzionale a chi lo aiuta e che i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche che riservano per la propria conservazione percentuali troppo elevate di quelle risorse che invece dovrebbero essere destinate allo sviluppo. In questa prospettiva – continua il documento – , sarebbe auspicabile che tutti gli Organismi internazionali e le Organizzazioni non governative si impegnassero ad una piena trasparenza, informando i donatori e l’opinione pubblica circa la percentuale dei fondi ricevuti destinata ai programmi di cooperazione, circa il vero contenuto di tali programmi, e infine circa la composizione delle spese dell’istituzione stessa. (Lettera Enciclica Caritas in Veritate, n. 47)

Il magistero della Chiesa con specifico riferimento a questo genere di problemi, in particolare a proposito del rapporto intercorrente tra il prelievo fiscale e la successiva redistribuzione, segnala che una possibilità di aiuto per lo sviluppo potrebbe derivare, si legge nella stessa enciclica, dall’applicazione efficace della cosiddetta sussidiarietà fiscale, che permetterebbe ai cittadini di decidere sulla destinazione di quote delle loro imposte versate allo Stato, come pure sulla destinazione di quote del proprio reddito. Evitando degenerazioni particolaristiche, ciò potrebbe essere di aiuto per incentivare forme di solidarietà sociale dal basso, con ovvi benefici anche sul versante della solidarietà per lo sviluppo. (n. 60)

In concreto, dunque, per ottimizzare il trasferimento di risorse dai possessori di reddito ai non possessori, si potrebbero valutare, in alternativa all’imposizione fiscale, interventi sui meccanismi delle detrazioni e delle deduzioni fiscali.

Le detrazioni fiscali per i famigliari a carico, ad esempio, da anni, non hanno più alcuna corrispondenza con la realtà, nel senso che la detrazione monetaria forfettaria riconosciuta al famigliare titolare del reddito è assolutamente sproporzionata in meno rispetto all’onere che lo stesso titolare deve sostenere per il mantenimento del famigliare. Assolutamente irragionevole poi è considerare a carico esclusivamente i famigliari con un reddito complessivo non superiore a 2.840,51 euro annui!!!

Basterebbero un paio di modestissime modifiche normative per far sì che l’onere, sostenuto per il mantenimento del famigliare disoccupato, possa essere dedotto fiscalmente dal reddito di chi lo mantiene. In questo modo si aprirebbero, accanto al Welfare State, azioni di Family Welfare, senza incidenza diretta sulla spesa pubblica. Analogamente dovrebbero poter essere dedotti dal reddito i versamenti effettuati e debitamente documentati a favore di enti di assistenza pubblici e privati.

Si dovrebbero infine poter dedurre dal reddito i costi, documentati da contratto di lavoro o da “voucher”, di colf, badanti e collaboratori occasionali, sostenuti anche da soggetti non I.V.A. Nessuno potrà negare che in questo modo, grazie agli incentivi ed ai risparmi fiscali, si avrebbe un diretto trasferimento di ricchezza tra privati senza incidenza sulla spesa pubblica, con possibile riduzione della disoccupazione.

Questo modello di fiscalità, detta “di vantaggio”, già esiste: è stato adottato in Italia, ad esempio, nel 1998, con riferimento alle detrazioni d’imposta per il recupero del patrimonio edilizio; è stato ripreso nel 2007 per la realizzazione di interventi di risparmio energetico, e, ultimamente, con il c.d. Sisma Bonus, per interventi su immobili situati in zone ad alta pericolosità sismica. Il meccanismo funziona molto bene, ma non lo si vuole diffondere perché non è politicamente corretto. Infatti, pur essendo controllabile, non è direttamente gestito dal potere centrale, sfugge al sistema clientelare e, soprattutto, restituendo in misura proporzionale quanto prelevato con le attuali aliquote progressive, è poco socialista. Per questo non piace al nostro Sceriffo di Nottingham.

Il modello descritto è coerente con il principio di sussidiarietà, favorisce interventi di solidarietà sociale libera e spontanea con minore incidenza sulla finanza pubblica. L’autorità pubblica tuttavia non viene esautorata poiché continua a vigilare ed a contrastare attività abusive e fraudolente, mentre l’intervento della finanza pubblica, secondo un sano criterio di economicità, può limitarsi a quei settori dove l’azione della società civile non arriva.

Ferdinando Leotta

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