“Sessions lavora per i russi? Tutto da dimostrare”

Marco Respinti 4 mesi fa
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Da “La bianca torre di Echtelion” del 15 giugno 2017. Foto da CNBC

Come annunciato, dopo l’ex direttore dell’FBI, James B. Comey Jr., martedì 13 giugno è toccato al ministro della Giustizia, Jeff Sessions, comparire davanti alla Commissione sui servizi segreti del Senato. Il nocciolo della questione è sempre il solito “Russiagate”, ovvero l’accertamento della verità sui presunti rapporti illeciti intercorsi fra esponenti dell’entourage del presidente Donald J. Trump ed emissari del Cremlino. Da sottolineare due volte con la matita rossa sono gli aggettivi “presunti” e “illeciti”, che non si sa quale dei due venga prima. Occorre infatti dimostrare che quei rapporti vi siano stati; e una volta che fossero stati provati, bisognerebbe stabilirne la natura. Infatti, sarebbero illeciti in quanto rapporti o lo sarebbero in quanto criminali?

Perché ciò che nessuno dice mentre tutti sembrano sapere è ‒ ovviamente, ma nel mondo dei “secondo me” anche l’ovvio è diventato una frontiera da difendere con le unghie e con i denti ‒ che non tutti i rapporti fra esponenti politici statunitensi e russi è di per sé illecito. Certamente sulla fedina della Russia pesano le sanzioni guadagnate con l’invasione e l’annessione di un pezzo di Ucraina (ci sarebbe pure altro, ma a livello internazionale, per ora, è questo che conta), ma la questione è assai dibattuta, e criticata profondamente pure da chi non nutre la benché minima simpatia politica per Vladimir Putin, e di per sé l’affaire delle sanzioni non basta affatto a relegare Mosca nel vuoto senza ritorno.

Se dunque non tutti i rapporti fra esponenti politici di Stati Uniti e Russia sono automaticamente illeciti, quali lo sono? Ovviamente (ci risiamo) quelli che configurano reati, e non tanto perché di mezzo vi sia la Russia, ma perché (continuo con la difesa dell’ultima spiaggia dell’ovvio) i rapporti tra due Paesi qualsiasi che implichino reati sono illeciti. Insomma, si tratta di Stati Uniti e Russia, ma sarebbe uguale se si trattasse di Stati Uniti e Vattelapesca. Criminali sarebbero quindi quei rapporti con la Russia che, da parte statunitense, contemplassero la violazione delle leggi americane, il tradimento, la cessione di segreti di Stato, la messa in stato d’insicurezza di propri cittadini o la compromissione dell’interesse nazionale. Non sarebbero invece illeciti quei rapporti tra esponenti politici statunitensi e russi che (sì, ovvio) non facessero nulla di tutto questo. Li si potrebbe certamente giudicare rapporti politicamente inopportuni o persino dannosi, anche culturalmente sbagliati, ma mai criminali.

Il curioso dell’intera vicenda resta infatti che martedì il ministro Sessions ha dovuto rispondere davanti a un pubblico impegnativo qual è quello della Commissione senatoriale competente proprio di quei rapporti, sempre presunti e chi l’ha detto se illeciti? Forse, ha detto Sessions, in passato ha incontrato l’ambasciatore russo a Washington, Sergej I. Kisljak: non lo ricorda bene, chissà quanti diplomatici e uomini politici americani e stranieri ha incontrato nella sua carriera; ma di colloqui segreti non ne ha mai tenuti. Ancora una volta, è la parola di Sessions contro quella della legione senza nome dei suoi accusatori. È la prova provata del fatto che quei rapporti sono avvenuti, anticamera del dire che erano dunque rapporti illeciti? A parte che fra le due cose non esiste appunto automatismo, no. Quando e se ha incontrato Kisljak, Sessions era infatti un senatore degli Stati Uniti, lo era da vent’anni. Non era ministro della Giustizia, non faceva parte dell’Amministrazione Trump. Trump stimava già allora Sessions, stava forse in cuor suo già pensando a lui per la Giustizia? E se anche fosse, dov’è il reato? Ebbene, il senatore degli Stati Uniti Sessions ha incontrato l’ambasciatore russo Kisljak: non esistono forse per questo gli ambasciatori, cioè per intrattenere rapporti fra esponenti delle istituzioni del Paese che essi rappresentano e del Paese in cui rappresentano la propria patria? È solo la malizia nell’occhio di che accusa senza avere né prove né riscontri né soprattutto corpi del reato a supporla.

Si aggiunge, però, che poi Sessions è entrato, con ruolo di enorme rilievo, in quell’Amministrazione Trump che è nota per essere filorussa. E chi dice che l’Amministrazione Trump sia filorussa? Non certo, per esempio eminente, lo scenario mediorientale, dove Mosca e Washington sono schierati su fronti opposti per quel che riguarda il regime di Damasco, tanto che i rapporti tra i due sono ai minimi storici.

Il senatore Sessions ha incontrato l’ambasciatore Kisljak: perfettamente lecito. Certo, se Sessions avesse compiuto un reato incontrando Kisljak anche solo da senatore (leggi americane, tradimento, cessione di segreti di Stato, messa in stato d’insicurezza di propri cittadini o compromissione dell’interesse nazionale) sarebbe colpevole e punibile, ma questo è avvenuto? È proprio ciò che va provato. Provato, ovvero non lo è ancora stato. Il “Russiagate” (come i giornalisti hanno imparato a chiamare ogni scandalo, modellando i vocaboli sull’arcinoto Watergate) sarà tale solo quando si sarà accertato un reato. Per ora nemmeno esiste. Restiamo sempre in attesa, infatti, dell’accusa (e i forcaioli del mondo intero che già sbavano all’idea di ammaccare l’Amministrazione Trump zitti).

Qualcuno, ogni tanto, ricupera l’idea del sabotaggio delle elezioni. Ovvero si dice che “i russi” avrebbero manovrato in modo da danneggiare Hillary Clinton e favorire Trump. Se fosse così, in violazione delle leggi statunitensi, si tratterebbe sì, finalmente, di un reato. Ma è più facile dirlo, che verificarlo, e persino farlo. Per molti motivi; ne elenco quattro.

Il primo. Perché mai i russi avrebbero dovuto favorire Trump e non preferire Hillary, visto che quest’ultima ha già ceduto il 20% dell’uranio statunitense all’ente russo per il nucleare, Rosatom? Ha dimostrato in mille occasioni documentate di avere un prezzo alto, ma da molti potenti del globo del tutto abbordabile? E ha imposto alla Casa Bianca di Barack Obama una politica estera così loffia da consentire a Mosca un insperato monopolio di situazioni chiave, per esempio in Siria, ma pure in Libia?

Il secondo. Perché i russi avrebbero dovuto complicarsi la vita tramando per vie traverse quando potevano contare su un vecchio amico, Rex Tillerson, allora a capo della Exxon e oggi Segretario di Stato, il quale invece non pare essere nemmeno sfiorato dagli strali dei giustizialisti del “Russiagate”?

Il terzo. Si dice “i russi”; va bene, ma quali? Hacker, si precisa. Orbene, gli hacker sono hacker: penetrano nelle stanze del potere che risibilmente riteniamo inviolabili spessissimo solo per il gusto di farlo, per un innato anarchismo che li spinge a primeggiare in società dimostrando che al mondo nulla è sicuro, soprattutto i segreti dei big. Difficile, insomma, controllarli. Quando anche fosse, dov’è la dimostrazione che “gli hacker russi” erano agenti stipendiati e pilotati da Putin?

Quarto e ultimo. Come che sia la storia, occorrerà suggerire all’entourage di Trump qualora volesse truccare ancora delle elezioni, o a Putin qualora volesse ancora spararsi in un piede (vedi il primo punto qui sopra), di assoldare hacker migliori. L’8 novembre, infatti, Trump ha vinto le elezioni ottenendo ben 2.868.691 voti in meno di Hillary e il Partito Repubblicano ha perso due seggi alla Camera federale più sei al Senato.

Marco Respinti

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