Storture a Brera. E non è il naso di Federico da Montefeltro

Riflessioni sulle potenzialità anche educative dell’arte e sulla sua decontestualizzazione. Con lo zampino giacobino di Napoleone
Susanna Manzin 2 mesi fa
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di Susanna Manzin

A distanza di pochi giorni, ho avuto occasione di visitare la Pinacoteca di Brera, a Milano, e di trascorrere un paio di giorni a Urbino. Questi luoghi sono legati tra loro da uno splendido dipinto, la Pala di Piero della Francesca, che oggi viene chiamata “di Brera”, ma che in realtà si chiama “Pala Montefeltro” o, meglio, “Sacra Conversazione con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore Federico da Montefeltro”. Il duca (1422-1482) l’ha commissionata infatti al grande artista per la chiesa di San Bernardino a Urbino, dove si trovano le tombe dei Montefeltro, e lì è rimasta per ben 339 anni.

Il celebre quadro di Piero della Francesca si trova adesso a Milano perché fa parte di quella lunga schiera di dipinti e di opere d’arte sottratte ai loro luoghi da Napoleone Bonaparte (1769-1821) e trasferite nei musei, soprattutto al Louvre di Parigi ma appunto anche a Brera, che nel progetto dell’imperatore dei francesi doveva diventare un piccolo Louvre italiano.

Il Palazzo di Brera, oggi sede della Pinacoteca e dell’Accademia, apparteneva ai Gesuiti, che vi crearono una grande scuola di filosofia, teologia, scienze e astronomia. A loro si deve l’istituzione dell’Osservatorio Astronomico di Brera. La bellissima Biblioteca Braidense è ancora oggi segno visibile dello splendore degli studi che si praticavano tra quelle mura. Già ai tempi dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1717-1780) il palazzo viene però requisito dallo Stato e successivamente Napoleone lo sceglie come sede del Museo che oggi possiamo visitare, arricchito da opere di grande pregio e valore artistico, come lo Sposalizio della Vergine di Raffaello Sanzio (1483-1520) o la Predica di san Marco ad Alessandria d’Egitto di Gentile (1429-1507) e Giovanni Bellini (1433 ca.-1516). Sono tutti frutti di saccheggi operati in tutta Italia durante l’occupazione napoleonica della Penisola, soprattutto, non a caso, nello Stato Pontificio.

La Pala di Piero della Francesca ha subito dunque la medesima sorte.

Le vicende di questo quadro mi hanno suscitato alcune riflessioni sull’importanza della collocazione di un’opera d’arte nel suo giusto contesto. La Pala non è stata realizzata per abbellire la sala di un museo, ma per rispondere alla richiesta del duca Federico da Montefeltro. Urbino è una città splendida dove tutto parla del duca, delle sue conquiste militari, della sua vita di condottiero, ma anche di uomo di governo. Visitando Palazzo Ducale ci si rende conto che Federico era un raffinato signore rinascimentale e un mecenate. Era attento alla cura della propria corte, che allietava con cene fastose, ma allo stesso tempo si dedicava allo studio e alla diffusione della cultura, attraverso la fondazione di biblioteche. Per decorare il proprio studio privato chiamò artisti fiamminghi: gli intarsi in legno delle pareti lasciano il visitatore a bocca aperta. Uomo religiosissimo, amava teneramente la moglie e i figli.

Nel 1811 la Pala viene dunque strappata alla propria destinazione naturale ed esposta a Brera. La differenza fondamentale è data dal fatto che mentre a Urbino la guarderemmo collocata nella sua storia e in quella del suo committente, cioè nel contesto per il quale l’artista l’ha realizzata e “pensata”, nel museo milanese è posta in una sala accanto ad altre opere, in un ricco ed eterogeneo susseguirsi di tanti capolavori, provenienti da chiese e palazzi, santuari e castelli. Certo, la raccolta museale consente di poter ammirare molti capolavori artistici in poche ore, senza girare tutta l’Italia; ma il prezzo da pagare è quello di perdere parte del loro valore, della loro storia, dell’atmosfera nella quale sono state concepite.

Parlando del museo moderno, Marco Albera, già presidente dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, lo descrive così: «Un museo, quello moderno, che è rivoluzionario proprio per la sua caratteristica di mostrare l’arte separata dal suo contesto architettonico, devozionale, celebrativo delle glorie delle antiche famiglie, per diventare esclusiva esibizione di tecnica e ridursi, in definitiva, solo ad arte per l’arte, un’arte il cui fine diventa sempre meno intelligibile. L’ambizione di creare con il Louvre-Musée Napoléon [e si potrebbe aggiungere con la Pinacoteca di Brera-Ndr] il materiale catalogo di quanto di meglio l’umanità abbia prodotto si risolve nel tentativo di erigere un’ennesima, moderna Torre di Babele. È il peccato d’orgoglio di un’arte che, non volendo più essere al servizio di Dio, finisce per confondere e per disorientare l’uomo. La spoliazione sistematica prodotta dalla Rivoluzione francese ha ragioni profondamente ideologiche, al fine di dimostrare la superiorità della sua pretesa civiltà illuminata dalla ragione, nella contemporanea umiliazione di ogni tradizione sacra e civile delle nazioni sottomesse con la forza».

Guardiamo infine la Pala di Piero della Francesca: la dolcissima Madonna, posta al centro della schiera di santi e angeli, tiene in grembo Gesù, che porta al collo un corallo rosso, simbolo della passione. Sul capo di Maria pende un uovo di struzzo, simbolo del concepimento virginale, appeso a una grande conchiglia, emblema dei pellegrini di Santiago. Se fosse ancora collocata a Urbino, nel mausoleo dei Montefeltro, il turista che ha già visitato Palazzo Ducale avendo così l’occasione di conoscere Federico, la sua potenza militare e la sua cultura, lo avrebbe subito riconosciuto, inginocchiato in basso a destra, nell’armatura lucente ma in umile atteggiamento adorante. Oggi a Milano il visitatore di Brera, giunto alla sala XXIV, dopo avere visto centinaia di dipinti, sicuramente apprezza la Pala, ma forse si chiede: “chi è questo soldato col naso storto?”.

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