Tempo di scegliere

Alleanza Cattolica 5 anni fa
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Ronald Wilson Reagan, Cristianità n. 359 (2011)

 

Cento anni fa, il 6 febbraio 1911, nasce a Tampico, in Illinois, Ronald Wilson Reagan (1911-2004), futuro quarantesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Cresciuto e battezzato all’interno della denominazione cui apparteneva la madre, i Discepoli di Cristo, Reagan diventa cristiano presbiteriano nel 1963, pur conservando una spiritualità tendenzialmente restituzionista basata sulla convinzione che, ponendo al centro del proprio credo esclusivamente la Bibbia, sarebbe possibile una riunione di tutte le denominazioni cristiane. Il testo è la prima traduzione italiana del discorso A Time for choosing, registrato a Los Angeles e mandato in onda il 27 ottobre 1964, noto anche come The Speech, “Il Discorso”. Se è vero che, prima di quella data, Reagan si era già impegnato, come attore, in un’intensa attività sindacale, è tuttavia questo discorso in appoggio del candidato alla Presidenza Barry Morris Goldwater (1909-1998) a segnare l’esordio di Reagan e la sua ascesa come astro politico: impressionati dall’abilità dell’oratore e dal successo mediatico che si era tradotto in una raccolta di svariati milioni di dollari a sostegno della campagna elettorale di Goldwater, i maggiorenti del Partito Repubblicano in California decidono, nel 1966, di scommettere — vincendo — su Reagan per la carica di governatore del loro Stato. Ronald Reagan sarà eletto presidente degli Stati Uniti d’America nel 1980 e riconfermato nel 1984. La sua politica interna, fondata sulla riduzione della pressione fiscale, porterà a sette anni di crescita economica ininterrotta. Quella estera e sugli armamenti contribuirà, forse in maniera determinante, al crollo dell’Unione Sovietica. Il testo inglese è raccolto in Frederick J. Ryan Jr. (a cura di), Ronald Reagan, The Great Communicator, Perennial-HarperCollins, New York 2001, pp. 136-149. La registrazione televisiva del discorso è sul sito Internet <http://www.you tube.com/watch?v=qXBswFfh6AY> (consultato il 31-3-2011). Le note, le inserzioni in parentesi quadre e la divisione in paragrafi sono redazionali.

 

  1. Grazie, grazie molte e buonasera. Si è capito chi è lo sponsor della serata (1), ma, a differenza di molti programmi della TV, a chi stasera è di scena non è stato dato un copione. In realtà, mi hanno concesso di scegliere da me le parole da pronunciare e i temi da trattare circa la scelta che ci attende nelle prossime settimane.

Per gran parte della mia vita sono stato un sostenitore del Partito Democratico. Negli ultimi tempi, però, ho ritenuto opportuno seguire un’altra via. Credo, infatti, che le questioni da affrontare vadano oltre le linee di partito. Ora, nel corso di questa campagna, da una delle parti ci viene raccontato che la questione principale di questa elezione è il mantenimento della pace e della prosperità. La frase che è stata usata è: “Le cose, da questo punto di vista, non ci sono mai andate così bene”.

Tuttavia, ho la spiacevole sensazione che questa prosperità non è qualcosa su cui poter fondare le nostre speranze per il futuro. Nessuna nazione nella storia è sopravvissuta a un gettito fiscale oneroso che raggiunge un terzo del suo reddito nazionale. Oggi, 37 centesimi di ogni dollaro guadagnato in questo Paese sono la parte che l’esattore pretende per sé; ciò nonostante il nostro governo continua a spendere 17 milioni di dollari al giorno in più di quanto incameri. Per ventotto degli ultimi trentaquattro anni non siamo riusciti a pareggiare il bilancio preventivo di spesa. Negli ultimi dodici mesi, abbiamo innalzato per tre volte il tetto del nostro debito e, ora, il debito nazionale è di una volta e mezzo più alto di quello di tutte le nazioni del mondo messe assieme. Il nostro Tesoro custodisce quindici miliardi in oro, ma, in realtà, non ne possediamo neanche un grammo. Siamo indebitati per 27,3 miliardi di dollari e ci è stato appena annunciato che un dollaro del 1939 vale ora in tutto 45 centesimi.

  1. A proposito della pace che dovremmo preservare, mi chiedo chi se la sentirebbe, fra noi, di avvicinare una madre o una moglie il cui figlio o il cui marito è morto nel Vietnam del Sud per chiederle se questo è il tipo di pace che, secondo loro, andrebbe preservato a tempo indeterminato.

Chi parla di “pace”, intende forse che, semplicemente, vuol essere lasciato in pace? Non ci può essere vera pace se, nel contempo, un americano sta morendo in qualche parte del mondo per il bene di tutti noialtri. Noi siamo in guerra con il nemico più pericoloso che l’umanità abbia mai dovuto affrontare nel corso della sua lunga ascesa dalle paludi alle stelle; vi è chi ha detto che, ove mai noi perdessimo questa guerra e, con essa, questo nostro modo di vivere la libertà, la storia ricorderà con il più grande stupore che chi più aveva da perdere meno fece per evitarlo.

Bene, penso sia venuto il momento di chiederci se ancora godiamo delle libertà che hanno inteso garantirci i nostri Padri Fondatori. Non molto tempo fa due miei amici stavano parlando con un rifugiato cubano, un uomo d’affari che era dovuto scappare dal regime di [Fidel] Castro [Ruz] e, mentre costui raccontava la sua storia, uno dei due miei amici dice, rivolto all’altro: “Ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati?”. Il cubano lo interrompe, dicendo: “Quanto fortunati siete voi?!? Sono io che ho avuto un posto dove fuggire”. In quella frase vi è veramente tutta la storia. Quando perderemo la libertà qui da noi, non vi sarà più un posto dove fuggire (2). Questo è l’ultimo baluardo che ancora resiste sulla Terra.

E l’idea che il governo sia soggetto al popolo, che non abbia altra fonte di potere che non sia il popolo sovrano, è ancor oggi l’idea più nuova e originale che sia mai apparsa nella lunga storia delle relazioni dell’uomo con l’uomo. Ed è proprio il problema che si pone con questa elezione: se noi crediamo nella nostra capacità di autogovernarci o se invece intendiamo abbandonare la Rivoluzione Americana e confessare che una piccola élite intellettuale di una capitale lontana sia in grado di pianificare le nostre vite al posto nostro meglio di quanto sappiamo fare noi stessi.

A voi e a me viene detto, con sempre maggiore insistenza, che dovremo scegliere fra destra e sinistra, ma vorrei suggerire che, in questo caso, non ci sono una destra e una sinistra. Vi è solo un alto e un basso. Si può salire verso l’alto, elevandosi all’antichissimo sogno dell’uomo di coniugare il massimo della libertà personale con un ordine legittimo. Oppure cadere in basso, nel formicaio del totalitarismo. A dispetto della loro sincerità e delle loro motivazioni umanitarie, coloro che sacrificherebbero la libertà per la sicurezza si sono incamminati lungo questo percorso che porta in basso. In questi tempi di caccia al voto usano espressioni come Great Society o sostengono, come ha fatto qualche giorno fa il nostro Presidente, che dovremmo accettare un’attività più intensa del Governo negli affari del popolo (3). In passato e fra di loro sono stati anche un po’ più espliciti — e tutte le cose che dirò sono state pubblicate. Non si tratta di illazioni di Repubblicani. Per esempio, vanno insinuando che “la guerra fredda finirebbe se accogliessimo un socialismo non antidemocratico”. Un’altra voce che circola sostiene che la logica del profitto sia passata di moda e che vada rimpiazzata dagli incentivi dello Stato assistenziale; e che “il nostro sistema tradizionale basato sulla libertà individuale non sia capace di risolvere i problemi complessi del ventesimo secolo”.

Parlando alla Stanford University, il senatore Fulbright [James William (1905-1995)] ha detto che la Costituzione è ormai passata di moda. Ha usato la frase “nostro educatore morale e nostro leader” per alludere al Presidente, e ha detto che se questi procede a fatica verso la realizzazione dei suoi obiettivi è a causa delle restrizioni al suo potere imposte da quel documento antiquato. E che il Presidente dovrebbe “avere mano libera” in modo da poter fare per noi ciò che egli sa essere “il meglio” (4).

E il senatore Clark [Joseph S. (1901-1990)] della Pennsylvania, un altro fine oratore, ha definito il progressismo come “l’andare incontro alle esigenze materiali delle masse mediante i pieni poteri di un governo centralizzato”. Per quel che mi riguarda, mi irrita che un rappresentante del popolo decida di riferirsi a voi e a me — donne e uomini liberi di questo Paese — usando l’espressione “le masse”. È un termine che in America, in passato, non avremmo mai adoperato per alludere a noi stessi. Ma, a parte quello, “i pieni poteri di un governo centralizzato” furono esattamente la cosa che i nostri Padri Fondatori volevano evitare il più possibile. Essi sapevano che i governi non controllano le cose. Un governo non può controllare l’economia se non controllando le persone. E sapevano che, quando un governo si dispone a farlo, deve usare la forza e la coercizione per ottenere quanto si propone. Quei Padri Fondatori sapevano anche che, al di fuori delle funzioni che legittimamente competono a esso, uno Stato non riesce a fare nulla bene o con uguale parsimonia quanto il settore privato dell’economia al suo posto.

  1. Il coinvolgimento statale degli ultimi trent’anni nelle politiche agricole costituisce, da questo punto di vista, l’esempio migliore. Dal 1955 il costo di questo programma si è pressoché duplicato. Dell’85 per cento dei prodotti agricoli invenduti è responsabile solo un quarto degli operatori nel settore. Tre quarti del settore vive in un regime di libero mercato e ha conosciuto un aumento pari al 21 per cento del consumo pro capite di ciò che viene prodotto. Capite, allora, che il primo quarto di cui parlavamo è quello soggetto ai regolamenti e ai controlli del Governo federale. Negli ultimi tre anni abbiamo speso 43 dollari nel feed grain program (5) per ogni staio di grano che non coltiviamo. Il senatore Humphrey [Hubert Horatio jr. (1911-1978)], la settimana scorsa, ha sostenuto che Barry Goldwater, se eletto Presidente, cercherà di far diminuire il numero di agricoltori. Avrebbe dovuto fare un po’ meglio i suoi compiti a casa: avrebbe scoperto che il popolo delle fattorie ha vissuto un decremento di cinque milioni di unità mentre erano vigenti gli attuali programmi governativi. Avrebbe anche scoperto che l’amministrazione Democratica ha cercato di ottenere dal Congresso un’estensione dei programmi governativi a quei tre quarti che sono ora liberi; nonché il diritto di mandare in prigione quegli agricoltori che non compilano i registri come prescritto dal Governo federale. Il Segretario dell’Agricoltura aveva chiesto il diritto di confiscare le fattorie degl’incriminati e di riassegnarle ad altri. Nello stesso programma era previsto un provvedimento che avrebbe autorizzato il Governo federale ad allontanare dalla terra due milioni di agricoltori.

Nello stesso periodo vi è stato un aumento del numero degl’impiegati al Dipartimento dell’Agricoltura. Attualmente ve n’è uno per ogni trenta agricoltori negli Stati Uniti, pur tuttavia nessuno è ancora in grado di dirci che fine abbiano fatto quei 66 carichi di merci che dovevano raggiungere l’Austria via mare scomparendo senza lasciare traccia e come mai Billie Sol Estes non sia mai salpato (6) [Risate e applausi]. Ogni fattore responsabile e ogni organizzazione del settore agricolo ha chiesto ripetutamente al Governo di liberalizzare l’economia agricola, ma chi sono gli agricoltori per sapere ciò che è meglio per loro? Gli operatori nel settore dei cereali hanno votato contro il programma d’intervento che li riguardava, ma il Governo lo ha approvato lo stesso. Ora il prezzo del pane aumenta e il prezzo del grano pagato al produttore scende.

  1. Nel frattempo, giù in città, la libertà continua a essere presa d’assalto in nome dell’Urban Renewal (7). I diritti di proprietà privata sono così diluiti che si dà corso a quasi tutto quello che uno sparuto gruppo di urbanisti governativi decide in nome dell’interesse pubblico. In un programma che toglie ai poveri per dare ai ricchi, assistiamo a episodi simili a quello successo a Cleveland, in Ohio: un edificio completato solo tre anni fa e costato un milione e mezzo di dollari dev’essere demolito per fare strada a ciò che i funzionari del Governo definiscono “un uso del territorio più compatibile”. Il Presidente ci dice che sta per iniziare un progetto di costruzione di migliaia di unità immobiliari destinate all’edilizia popolare, laddove, fino a ora, ne abbiamo costruite solo centinaia. Eppure l’FHA, la Federal Housing Authority, e la Veteran Administration ci dicono di possedere già 120.000 unità immobiliari che si sono riprese indietro per la mancata cancellazione d’ipoteche. Per trent’anni abbiamo cercato di risolvere il problema della disoccupazione tramite programmi governativi e più i progetti falliscono, più i pianificatori progettano. L’ultima arrivata è l’Area Redevelopment Agency.

Hanno appena inserito Rice County nel Kansas fra le aree depresse. Rice County ha duecento pozzi di petrolio e le quattordicimila persone che vi abitano hanno tre milioni di dollari nei loro depositi bancari [Applausi]. Quando, però, lo Stato dice che sei depresso, rimani giù e fai il depresso [Risate].

Vi sono troppe persone che, quando vedono un uomo grasso accanto a uno magro, pensano che il primo abbia acquisito la sua prosperità necessariamente ai danni del secondo. Ecco allora che sperano di risolvere il problema dell’indigenza tramite l’intervento dello Stato e di programmi governativi. Ora, se la risposta da dare al problema fosse effettivamente intervento governativo e Stato assistenziale — e ne abbiamo fatto esperienza per quasi trent’anni — non sarebbe stato lecito aspettarsi che, almeno una volta in tutto questo tempo, il Governo ci avesse fatto il punto della situazione? Ogni anno ci avrebbero comunicato i dati relativi al declino dei numeri relativi ai bisognosi e al fabbisogno di case popolari.

In realtà è vero il contrario. Ogni anno il fabbisogno aumenta e aumenta ancora di più il costo degl’interventi. Quattro anni fa ci avevano detto che 17 milioni di persone andavano a letto ancora affamate. Probabilmente era vero: erano tutti a dieta. Ora, però, ci raccontano che il numero di famiglie sulla soglia della povertà con un reddito annuo che non supera i 3.000 dollari ammonta a 9,3 milioni. La spesa dello Stato assistenziale è ora dieci volte maggiore a quella degli anni oscuri della Depressione. Le spese dovute al welfare hanno raggiunto i 45 miliardi di dollari. Con un po’ di aritmetica scopriremo che, dividendo equamente 45 miliardi di dollari fra nove milioni di famiglie povere dovremmo essere in grado di dare a ciascuna 4.600 dollari l’anno. Addizionando questa somma al reddito che già hanno, la povertà si potrebbe ben dire eliminata [Applausi]. Eppure dell’aiuto statale ai bisognosi solo 600 dollari arrivano nelle tasche delle famiglie. Sembrerebbe che da qualche parte vi sia stata qualche spesa di troppo non contabilizzata [Risate e applausi].

Stiamo, allora, dichiarando guerra alla povertà o dicendo alla gente: “Coraggio, puoi diventare anche tu un Bobby Baker (8) [Risate]? Onestamente, come possono aspettarsi il nostro consenso quando intendono aggiungere un altro miliardo ai 45 che già spendono, o attivare l’ennesimo programma d’intervento a quelli già vecchi di trent’anni che abbiamo? Ricordatelo: questo nuovo programma non andrebbe a sostituire uno di quelli già esistenti, è semplicemente il duplicato di uno di essi. Credono, forse, che la povertà sia destinata a scomparire improvvisamente, come per magia? In tutta franchezza, devo precisare che vi è in questo nuovo programma una parte che non è il duplicato di alcunché. È quella che riguarda la gioventù. Ci accingiamo, ora, a risolvere il problema dell’emarginazione e della delinquenza giovanile istituendo qualcosa di molto simile ai vecchi campi CCC, dei Civilian Conservation Corps, (9) al fine di collocarvi i nostri giovani. Facendo ancora appello all’aritmetica, scopriamo che per le sole spese di vitto e di alloggio sono previsti 4.700 dollari l’anno per ogni giovane che ospiteremo, quando ne servono solo 2700 per mandarli ad Harvard [Applausi]! Non mi fraintendete: non sto suggerendo, per risolvere il problema, di mandare tutti i giovani delinquenti ad Harvard [Risate e applausi].

  1. Ma, tornando seri, che cosa stiamo facendo a costoro nella speranza di aiutarli? Non molto tempo fa un giudice mi ha chiamato qui, a Los Angeles. Mi ha raccontato di una donna che era andata dinanzi a lui per un divorzio. Aveva sei bambini ed era incinta del settimo. A domanda, gli rivelò che il marito guadagnava 250 dollari al mese ma che, divorziando, avrebbe ottenuto 80 dollari in più. Sarebbe, infatti, potuta entrare nell’Aid to Dependent Children Program e ricevere 330 dollari ogni mese. L’idea le era venuta da due donne del quartiere che avevano fatto proprio la stessa cosa.

Eppure, ogni volta che voi e io osiamo dubitare degli schemi proposti dai “benefattori” veniamo accusati di essere contrari ai loro intenti umanitari. Dicono che siamo sempre “contro” e mai “per” qualcosa.

Beh, il guaio dei nostri amici progressisti non è che sono ignoranti, ma che sono troppo convinti di non esserlo [Applausi]. Noi siamo a favore di un provvedimento in base al quale alla sospensione dall’impiego non debba seguire la disoccupazione per motivi di età avanzata, e per assicurarci che questo non accada abbiamo accettato la previdenza sociale come una misura adatta a risolvere il problema.

Tuttavia, siamo contrari ai promotori di questo programma quando essi mentono circa le sue difficoltà di attuazione dal punto di vista fiscale, quando attribuiscono a chi rivolge una sia pur minima critica al programma la volontà di voler far cessare i sussidi a quelle persone che su questi fanno affidamento per sopravvivere. Potrei citare le migliaia e migliaia di volte che dinanzi a noi l’hanno chiamata “assicurazione”. Quando poi sono comparsi dinanzi alla Corte Suprema, vi hanno fatto riferimento chiamandolo “programma assistenziale”. Usano la parola “assicurazione” solo per smerciarla al popolo. E ci hanno detto che i tributi per finanziare la Previdenza Sociale erano tasse che lo Stato poteva destinare a usi generici, cosa che effettivamente ha fatto. Non esiste alcun fondo: Robert Byers, il responsabile attuariale, è comparso dinanzi a una commissione voluta dal Congresso e ha ammesso che la Previdenza Sociale presenta al momento un ammanco di 298 miliardi di dollari. In quella stessa occasione, Byers disse anche che non vi era di che preoccuparsi: nella misura in cui avevano il potere d’imporre tasse, potevano sempre spillare al popolo il necessario per togliersi fuori dai guai. Ed è quello che stanno facendo giusto ora.

Consideriamo un giovane di ventun anni che percepisca un salario medio. Con i contributi previdenziali che obbligatoriamente versa, potrebbe invece sottoscrivere una polizza assicurativa sul libero mercato che, a 65 anni, gli frutterebbe 220 dollari al mese. A parità di condizioni, lo Stato gliene promette, invece, solo 127. Il giovane potrebbe fare la bella vita fino a 31 anni e solo allora sottoscrivere una polizza che si rivelerebbe comunque più vantaggiosa della previdenza sociale. È mai possibile che la nostra capacità negli affari sia a tal punto scadente che non siamo capaci di porre questo programma su una base solida e fare in modo che le persone che esigono quei versamenti in anticipo possano constatare che li ritroveranno quando saranno loro dovuti, invece di scoprire che l’armadio è ormai vuoto?

Barry Goldwater pensa che ne siamo capaci.

Nel frattempo non potremmo anche introdurre modalità di contribuzione a base volontaria? Così, un cittadino che crede di poter far meglio da sé potrebbe essere esentato dall’obbligo dei contributi previdenziali pubblici, ove certifichi di stare provvedendo in altro modo agli anni in cui non percepirà più uno stipendio. Certamente potremo introdurre, per ognuna di queste forme alternative di contribuzione, la regola che una vedova con figli possa lavorare senza perdere quanto il defunto marito aveva fino allora versato. O pensate che voi e io non saremo liberi di poter indicare i beneficiari di questo tipo di programmi? Tutti noi, credo, vorremmo poter dire ai pensionati che a nessuno, in questo paese, verranno mai negate cure mediche per mancanza di fondi. Tuttavia, penso anche che siamo contrari a costringere, incuranti dei suoi bisogni, ogni singolo cittadino in un programma di governo obbligatorio, specialmente ora che abbiamo dinanzi esempi come quello della Francia — la notizia è della settimana scorsa —, il cui programma di assistenza sanitaria, per sua stessa ammissione, ha fatto bancarotta. Loro sono già giunti alla fine della strada.

E, inoltre, è veramente così tanto incosciente Barry Goldwater quando propone che il nostro governo rinunci al suo programma d’inflazione deliberata, pianificata, in modo da far sì che, al momento della pensione, un dollaro a suo tempo versato valga ancora un dollaro e non 45 centesimi?

  1. Siamo tutti favorevoli, credo, a un’organizzazione internazionale dove s’incontrino le nazioni al fine di favorire la pace. Ma siamo contrari a subordinare gl’interessi dell’America a quelli di un’organizzazione che è diventata così strutturalmente imperfetta che il consenso di un gruppo di nazioni che ospita meno del dieci per cento della popolazione mondiale ti garantisce i due terzi dei voti dell’intera Assemblea Generale. Siamo, credo, anche contrari all’ipocrisia d’importunare i nostri alleati per il fatto che da qualche parte si tengono ben stretta una colonia, mentre, allo stesso tempo, cooperiamo a una congiura del silenzio non aprendo mai bocca per denunciare lo stato di schiavitù in cui versano milioni di uomini nelle colonie sovietiche note come “nazioni satelliti” [Applausi].

Noi siamo favorevoli ad aiutare i nostri alleati facendo partecipi delle nostre benedizioni materiali quelle nazioni che condividono i nostri princìpi fondamentali, ma siamo contrari a distribuire un po’ dappertutto denaro da governo a governo, creando burocrazia, se non addirittura socialismo, in tutto il mondo. Ci eravamo ripromessi di aiutare diciannove paesi. Ne stiamo aiutando centosette. Abbiamo speso 146 miliardi di dollari. Con quel denaro, abbiamo acquistato uno yacht di due milioni di dollari per Hailé Selassié [1892-1975]. Abbiamo acquistato abiti da sera per imprenditori greci e mogli extra per funzionari governativi del Kenia. Abbiamo acquistato televisori per posti dove non vi è ancora l’elettricità. Negli ultimi sei anni, cinquantadue nazioni hanno acquistato nostro oro per un valore di 7 miliardi di dollari, e tutte e cinquantadue ricevevano aiuti esteri dal nostro paese.

Nessun governo ha mai deciso volontariamente di auto-ridursi. E così, una volta varati, i programmi governativi non scompaiono mai più.

Di fatto, non si è mai visto su questa terra qualcosa di più vicino alla vita eterna di un dipartimento governativo [Risate e Applausi].

Fra funzionari e impiegati federali si raggiunge il numero di due milioni e mezzo di persone; ove poi s’includa il numero di quelli che operano a livello comunale e di Stato, si scopre che il Governo impiega un sesto dell’intera forza lavoro della nazione. Questi bureau che proliferano con le loro migliaia di regolamenti ci sono già costati molte delle nostre salvaguardie costituzionali. Quanti di noi si rendono conto che, oggi, gli agenti federali possono invadere una proprietà privata senza un mandato? Possono imporre contravvenzioni senza bisogno di un’udienza formale o, figuriamoci, di un processo dinanzi a una giuria. E hanno il diritto di confiscare una proprietà e venderla all’asta perché quella contravvenzione venga sicuramente pagata. A Chico County, in Arkansas, James Wier aveva piantato oltre la misura consentita nella porzione di terreno destinata alla coltivazione di riso. Il Governo è riuscito a ottenere una condanna al pagamento di 17.600 dollari e uno sceriffo degli Stati Uniti ha venduto all’asta la sua fattoria di 960 acri. Il Governo ha detto che era necessario: sarebbe servito da ammonimento agli altri e avrebbe fatto funzionare il sistema [Applausi].

Il 19 febbraio scorso, all’Università del Minnesota, Norman Thomas [1884-1968], sei volte candidato alla presidenza per il Partito Socialista, ha detto: “Se Barry Goldwater diventasse Presidente, metterebbe fine all’avanzata del socialismo negli Stati Uniti“. Credo che si tratti esattamente di quello che intende fare [Applausi e altri segni di entusiasmo].

Ma, come ex Democratico, posso dirvi che Norman Thomas non è il solo uomo che abbia tracciato questo parallelismo fra il socialismo e la presente amministrazione; già nel 1936, infatti, Mister-Democratico in persona, Al Smith [Alfred Emanuel “Al” (1873-1944)], il grande americano, aveva sostenuto pubblicamente, dinanzi a tutti gli americani, che la leadership del suo partito stava conducendo il partito che era stato di Jefferson [Thomas (1743-1826)], di Jackson [Andrew (1767-1837)] e di Cleveland [Grover (1837-1908)] lungo la discesa che porta alle bandiere di Marx [Karl Heinrich (1818-1883)], di Lenin [Vladimir Il’ič Ul’janov (1870-1924)] e di Stalin [Josif Vissarionovič Džugašvili (1878-1953)]. E, perciň, si era allontanato dal suo partito e non vi aveva fatto mai più ritorno finché visse: fino a tutt’oggi la leadership di quel partito non ha fatto altro che provare a trasformarlo nel sosia dell’operaio Partito Socialista Inglese.

Ora, non sono necessari l’esproprio o la confisca della proprietà privata per imporre a un popolo il socialismo. Che importanza volete che abbia il titolo di possesso di un’azienda o di una proprietà se lo Stato detiene un potere di vita e di morte su quell’azienda o su quella proprietà? Un tale apparato è già in vigore. Lo Stato è, infatti, in grado di addossare un capo d’accusa su qualunque società esso scelga di perseguire. Ogni uomo d’affari ha la sua storia di molestie da raccontare. Da qualche parte si è insinuata una qualche forma di perversione. I nostri diritti naturali e inalienabili sono considerati alla stregua di un’elargizione dello Stato, e la libertà non è mai stata così fragile, così vicina allo sfuggirci di mano come in questo momento.

  1. I nostri avversari Democratici sembra non abbiano intenzione di discutere su questi problemi. Vorrebbero far credere a voi e a me che questa è una sfida fra due uomini — e che noi dobbiamo giusto scegliere uno dei due personaggi.

Bene, che cosa vorrebbero annientare di Goldwater? Di quest’uomo vorrebbero annientare quello che rappresenta, le idee che sono care a voi e a me. È veramente l’uomo avventato, superficiale e dal grilletto facile che ci descrivono? Ho avuto il privilegio di conoscerlo in tempi non sospetti. L’ho conosciuto molto prima che una candidatura alla Presidenza divenisse per lui realistica e posso dirvi che, personalmente, mai, nel corso della mia vita, ho conosciuto un uomo che ritenga così tanto incapace di fare una cosa disonesta o disonorevole [Applausi].

Questo è un uomo che, nella sua stessa azienda prima di entrare in politica, aveva istituito un piano di partecipazione agli utili prima che la cosa venisse in mente ad alcun sindacato. Aveva introdotto una polizza medico-sanitaria per tutti i suoi dipendenti. Aveva preso il 50 per cento dei profitti al netto delle tasse e, con questo, aveva avviato un programma di collocamento a riposo, un piano pensionistico per tutti i suoi dipendenti. Aveva assicurato un vitalizio mensile a un dipendente che era ammalato e non poteva lavorare. Aveva fornito assistenza per la cura dei bambini le cui mamme lavorano nei negozi. Quando il Messico è stato devastato dalle inondazioni del Rio Grande, è saltato sul suo aeroplano e ha paracadutato laggiù viveri e medicine.

Un ex soldato mi ha raccontato come lo ha conosciuto. Era stato durante la settimana prima di Natale ai tempi della guerra di Corea [1950-1953]; lui si trovava all’aeroporto di Los Angeles e cercava un modo per tornare a casa in Arizona. Ma il numero di militari di leva in giro era enorme e non vi era alcun posto disponibile sugli aerei. Si era sentita allora una voce dall’altoparlante: “Tutti i militari che intendono raggiungere l’Arizona si presentino alla tale uscita”. Arrivati là, trovavano un certo Barry Goldwater con il suo aeroplano. Ogni giorno, nelle settimane che precedevano il Natale, e per tutto il giorno, caricava l’aereo di persone, volava in Arizona, le portava a casa e tornava indietro per un altro carico.

Nel corso del febbrile secondo tempo di una campagna, questo è un uomo che si è ritagliato il tempo di sedere accanto al letto di una vecchia amica che stava morendo di cancro. I manager della sua campagna erano comprensibilmente impazienti, ma lui aveva detto: “Non sono rimasti in molti cui importa ciò che le sta capitando. Mi farebbe piacere che lei sapesse che a me importa”. Questo è un uomo che al figlio di diciannove anni ha detto: “Non vi sono fondamenta paragonabili alla roccia dell’onestà e della bontà; se inizierai a costruire la tua vita su quella roccia, usando il cemento della fede in Dio che tu hai, allora acquisirai un reale vantaggio”. Questo non è un uomo che, a cuor leggero, manderebbe i figli degli altri in guerra. E questo è il tema politico che rende tutti gli altri che ho esaminato accademici, a meno che non ci renderemo conto di essere coinvolti in una guerra che deve essere vinta.

  1. Quelli che ci chiedono di scambiare la nostra libertà con la mensa per poveracci promessa dallo Stato sociale ci hanno detto di avere una soluzione utopistica di pace senza vittoria. Chiamano la loro una politica “di compromesso”. E dicono che se solo eviteremo qualsivoglia confronto diretto con il nemico, questo abbandonerà le sue strade malvagie e imparerà ad amarci. Tutti coloro che li ostacolano sono bollati come guerrafondai. Dicono che offriamo risposte troppo semplici per problemi complessi. Bene, forse vi è una risposta semplice, che non è una risposta facile.

Se solo avessimo, voi e io, il coraggio di dire ai nostri rappresentanti che la politica nazionale che vogliamo deve essere basata su ciò che nei nostri cuori sappiamo essere moralmente giusto! Non possiamo comprare la nostra sicurezza e liberarci dalla minaccia della Bomba con un atto così gravemente immorale come quello di dire al miliardo di persone che oggi vive in condizioni di schiavitù al di là della Cortina di Ferro: “Rinunciate ai vostri sogni di libertà, poiché noi, per salvare la nostra pelle, intendiamo accordarci con i vostri padroni”. Alexander Hamilton [1755/1757-1804] disse: “Una nazione che preferisce il disonore al pericolo è pronta per un padrone ed è ciò che si merita” (10). Diciamocela tutta. Sulla scelta fra la pace e la guerra non vi è da discutere; tuttavia ci sarebbe solo un modo garantito per avere la pace, e immediatamente: la resa senza condizioni.

È vero, seguire una qualunque altra via comporta rischi, ma vi è una lezione che la storia insegna costantemente: è l’appeasement, la pacificazione a mezzo di concessioni, la via che comporta i rischi maggiori. Questo è lo spettro che i nostri amici liberal, pur animati da buone intenzioni, si rifiutano di riconoscere. La loro politica di accomodamento è, in realtà, appeasement: non ti fa scegliere fra la pace e la guerra, ma solo fra la lotta e la resa. Se continueremo a essere accomodanti, a indietreggiare e a battere in ritirata, alla fine ci troveremo a dover fronteggiare l’intimazione finale: l’ultimatum. Che succederà allora? Nikita [Sergeevič] Krusciov [1894-1971] ha giŕ detto al suo popolo di sapere quale sarà la nostra risposta. Ha detto loro che, subendo la pressione della Guerra Fredda, stiamo battendo in ritirata, e quando verrà il giorno in cui ci intimeranno l’ultimatum, la nostra resa sarà volontaria, poiché per quella data saranno riusciti a indebolirci spiritualmente, moralmente ed economicamente dall’interno. Lui lo crede, perché da questa nostra parte ha sentito le voci che invocano una “pace a tutti i costi“, che dicono “Meglio rossi che morti” o che si esprimono come quel tale cronista che preferirebbe “vivere in ginocchio, piuttosto che morire in piedi” (11). E in ciò sta la strada che porta alla guerra, poiché quelli voci non parlano anche per noi.

Voi e io lo sappiamo e non riteniamo che la vita sia così cara e la pace così dolce da dover essere acquistata al prezzo di catene e di schiavitù. Da quando sarebbe vero che non vi è nulla, nella vita, per cui vale la pena morire? Solo da quando abbiamo di fronte questo nemico? O, forse, Mosè avrebbe dovuto dire ai figli d’Israele di vivere contenti nella schiavitù imposta dai faraoni, Cristo rifiutare la croce e i patrioti di Concord Bridge gettare le armi e rifiutarsi di sparare il colpo che si sentì in tutto il mondo? (12) I martiri nel corso della storia non sono stati dei pazzi, e quei morti onorati che hanno dato la propria vita per fermare l’avanzata dei nazisti non sono morti invano. Ma, allora, dov’è la strada che porta alla pace? La risposta, dopotutto, è semplice.

Voi e io abbiamo il coraggio di dire ai nostri nemici: “Vi è un prezzo che non siamo disposti a pagare”. Vi è un punto oltre il quale non dovranno avanzare [Lunghi applausi]. Questo è ciò che significa lo slogan di Barry Goldwater “Pace attraverso la forza”. Winston [Leonard Spencer] Churchill [1874-1965] disse che “[…] il destino dell’uomo non è misurabile con calcoli materiali. Quando nel mondo sono in moto grandi forze, noi impariamo che siamo spiriti, non animali“. E disse pure che “sta accadendo qualcosa, nel tempo e nello spazio, e anche oltre il tempo e oltre lo spazio, che, ci piaccia o no, sta vergando le lettere della parola “dovere”“.

Voi e io abbiamo un appuntamento con il destino. O preserveremo per i nostri figli questa che è l’ultima e più grande speranza dell’uomo sulla terra, oppure li condanneremo a compiere l’ultimo passo verso un’oscurità destinata a durare migliaia di anni.

Noi ricorderemo, tenendolo bene in mente, che Barry Goldwater ha fiducia in noi. Egli ha fiducia nel fatto che voi e io possediamo la capacità, la dignità e il diritto di prendere da soli le nostre decisioni e di determinare il nostro destino.

Molte grazie.

 

Note:

(1) Il relatore era stato presentato come segue da una voce fuori campo: “Il programma politico pre-registrato che seguirà è sponsorizzato da TV per Goldwater-Miller a beneficio di Barry Goldwater, candidato Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Signore e signori, abbiamo l’onore di annunciare un autorevole discorso di Ronald Reagan”.

(2) L’argomento è, per così dire, classico. Qualche anno prima il filosofo tedesco Josef Pieper (1904-1997) aveva notato: “Il diventare […] totalitario è il pericolo implicito nella sua struttura, di uno stato [sic] mondiale, di uno stato cioè cui mancano per definizione i “vicini” e il quale, per questo, finisce inavvedutamente per coincidere con le isole politiche delle utopie. In considerazione di ciò il liberale [Edward] Gibbon [1737-1794] ha detto dell’impero romano che, anche per questo, s’era in tale impero potuto strappare dalle radici la libertà, perché “non c’era possibilità di fuggire”” (Josef Pieper, Sulla fine del tempo. Meditazione filosofica sulla storia, 1950, trad. it., Morcelliana, Brescia 1959, p. 123). La stessa pagina ospita l’opinione del saggista Gerhard Nebel (1903-1974): all’organizzazione mondiale unitaria — che per Pieper era “sicuramente in formazione” (cfr. ibidem) — “si potrebbe obiettare, dal punto di vista della libertà, che, quando quella sarà realizzata, nessun luogo ci sarà più nel quale sia possibile emigrare” (Gerhard Nebel, Bei der nördlichen Hesperiden. Tagebuch aus dem Jahre 1942, Marees Verlag, Wuppertal 1948, p. 258).

(3) In seguito all’assassinio del presidente eletto John Fitzgerald Kennedy (1917-1963), avvenuto il 22 novembre 1963, alla Presidenza era subentrato il vicepresidente in carica Lyndon Baines Johnson (1908-1973). Great Society è il nome con il quale Johnson, in un suo discorso all’Università del Michigan del 22 maggio 1964, aveva battezzato la politica che intendeva adottare, consistente in vasti programmi di spesa federale finalizzati all’eliminazione della povertà e delle ingiustizie sociali: cfr. Lawson Bowling, Shapers of the great debate. A Biographical Dictionary, Greenwood Press, Westport (CT) 2005.

(4) Il discorso risale all’agosto del 1961. I passi cui Reagan si riferisce sono citati in G. Edward Griffin, The Fearful Master. A second look at the United Nations, Western Islands Publisher, Appleton (Wisconsin) 1964, p. 192.

(5) Nel 1961 il neo-eletto presidente Kennedy e il suo Segretario dell’Agricoltura Orville Freeman (1918-2003) erano riusciti a far approvare al Congresso un programma d’incentivi governativi tesi a far diminuire la produzione di grano, orzo e sorgo al fine di preservarne il prezzo di mercato. Ai coltivatori che accettavano di non coltivare il 20 per cento dei loro campi di grano, lo Stato garantiva il 60 per cento degl’importi lordi che un’annata “normale” avrebbe assicurato.

(6) Reagan si riferisce alla truffa gigantesca attuata dal magnate texano Billie Sol Estes. Dichiarando di coltivare e immagazzinare quantità di grano in realtà inesistenti, questi se n’era servito come garanzia per ottenere prestiti bancari e per entrare nel novero degli agricoltori che beneficiavano della politica federale di supporto ai prezzi. Accusato di aver accumulato almeno 24 milioni di dollari in maniera fraudolenta, e di essere coinvolto in alcune morti sospette, era stato condannato a quindici anni di prigione nel 1962, ma ne era uscito solo tre anni dopo in seguito a una revisione del processo. Fra i finanziatori del senatore L. B. Johnson, nel 1984 si era dichiarato pronto a esibire all’FBI, il Federal Bureau of Investigation, in cambio dell’immunità, le prove che inchiodavano Johnson come mandante di molti omicidi, fra cui quello di J. F. Kennedy.

(7) L’espressione Urban Renewal, “Rinnovamento Urbano”, fu usata negli Stati Uniti d’America a partire dall’approvazione, avvenuta nel 1949, dell’Housing Act, in base al quale, per riqualificare gli slum, i quartieri identificati come bassifondi, il Governo federale metteva a disposizione dei comuni i due terzi del prezzo di acquisizione dei siti su cui costruire nuovi fabbricati o far passare autostrade.

(8) Figlio di un direttore di ufficio postale, Robert Gene Baker fece una carriera politica sfolgorante di politico “dietro le quinte”, diventando uno dei più stretti collaboratori di L. B. Johnson. Fu coinvolto in molti scandali a sfondo affaristico-sessuale ad alcuni dei quali non furono estranei né J. F. Kennedy né il fratello Robert (1925-1968). Accusato di corruzione, Baker diede le dimissioni da Segretario della Maggioranza il 7 ottobre 1963.

(9) I Civilian Conservation Corps erano stati istituiti dall’amministrazione Roosevelt [Franklin Delano (1933-1945)] nel 1933. Essi impiegavano giovani disoccupati di età compresa fra i diciotto e i venticinque anni in una sorta di “lavori socialmente utili” rivolti alla tutela e alla valorizzazione delle risorse naturali. Questo tipo di programma assistenziale era cessato nel 1942.

(10) Americus (Alexander Hamilton), The Warning no. 3, del 21 febbraio 1797, in The Works of Alexander Hamilton, Haskell House Publishers, New York 1904, p. 245.

(11) L’autore e critico teatrale inglese Kenneth Peacock Tynan (1927-1980) ha scritto: “Meglio rossi che morti sembra una dottrina ovvia per chiunque non sia ossessionato da un desiderio di morte. Preferirei vivere in ginocchio, piuttosto che morire in ginocchio”, cit. in William Buckley jr. (1925-2008), An Island of Hope, discorso del 21 settembre 1961, raccolto in Idem, Let Us Talk of Many Things: The Collected Speeches, Basic Books, New York 2000, pp. 42-48 (p. 47).

(12) La battaglia, avvenuta il 19 aprile 1775, nei pressi del ponte settentrionale di Concord, nel Massachusetts, fra i minutemen, le squadre speciali delle milizie coloniali, e l’esercito inglese, segna l’inizio della Guerra d’Indipendenza Americana (1776-1783).

 

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 Alleanza Cattolica

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