“#TheSun20, il rock che punta al Cielo. Dritto ma all’inverso”

Marco Respinti 4 mesi fa
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Da La bianca Torre di Ecthelion del 12/12/2017. Foto da articolo

«Di questi tempi noto spesso quanto le mie scelte vadano dritte ma all’inverso». È un sunto ottimo della divisa del cristiano di oggi, tempi ultimi, come lo sono tutti i tempi. Ed è un verso di una canzone, Outsider, di un gruppo rock italiano, The Sun, che merita molto. Sabato 9 dicembre hanno celebrato il concerto per i 20 anni di attività in una discoteca di Parma, il Campus Industry Music, certamente non abituata a vendere il frontman che, tra una schitarrata e l’altra, punta il Cielo al dito, commosso, ringraziando Dio per gli amici, i fratelli, la musica, la fede.

Sì, The Sun è un gruppo rock cristiano, anzi cattolico, che non nasce però, con tutto il rispetto, sui pullman delle gite parrocchiali strimpellando «Crapa pelada la fà i turtei». Un tempo erano degli sciamannati. Si chiamavano Sun Eats Hours, facevano il verso alle band del punk californiano e vivevano di eccessi. La loro data di nascita è il 4 dicembre 1997, il luogo Thiene, in provincia di Vicenza. Allora erano Francesco Lorenzi voce e chitarra, Riccardo “Trash” Rossi batteria, Marco Auriemma basso e Andrea “Byron” Barone showman e cori. Nel giro erano stimati, tanto da finire a suonare da supporter degli Offspring, tanto per dirne una. Suonavano ovunque in giro per l’Europa e in Giappone. Poi, un decennio e parecchi dischi in inglese dopo, i nodi sono venuti al pettine: litigi, incomprensioni e divisioni che portano il gruppo all’agonia. Anche loro si rivelano essere cioè solo un piccolo ingranaggio sacrificabile della vecchia, solita grande truffa del rock’n’roll, come si compiaceva il film-documentario del 1979 The Great Rock’n’Roll Swindle dei Sex Pistols, la grande pagliacciata in cui anche la ribellione anarchica contro ogni convenzione e regola è fuffa industriale debitamente contrattualizzata con qualcuno però che ogni tanto ci rimette tristemente la pelle.

I Sun Eats Hours toccano il fondo, ma, Deo gratias, risalgono. Anzi, rinascono. Perché il nodo venuto al pettine non era tanto musicale, artistico, ma intimo, personale, umano. Il leader della band, Lorenzi, si guarda allo specchio e oltre il mascara da un po’ non riesce più a vedere niente. È entrato in crisi, profonda, lacerante. È il 1997. Ne esce in un solo modo, convertendosi. Grazie alla famiglia e ad alcuni testimoni che gli sono stati vicini quando più ne ha bisogno scopre Gesù Cristo. Oggi, invece della confusione sfasciatutto canta l’amore, quello vero però, intimo, essenziale, niente di sentimentale. Vengono alla mente le liriche di una vecchia canzonaccia dei Kiss, avete in mente i mostri dipinti dello shock-rock per i quali è Halloween tutto il tempo dell’anno? Nel 1976, nell’album Destroyer, pubblicano un brano, Do you love me? Sono all’apice della carriera, hanno tutto, sono osannati come dèi, ma pure loro si guardano allo specchio e sotto il trucco pesante da battona trans sono solo uomini come tutti gli altri, bisognosi di un’unica cosa. Di amore sincero, di una parola di verità.  Ami la mia limousine, il mio tacco venti, gli spettacoli, le mie carte di credito, i jet privati, i vestiti alla moda, gli alberghi di lusso, il suono delle chitarre elettriche, ma dimmi tu: ami davvero me? Voglio dire, davvero?

Lorenzi ha travato chi lo ama davvero in Gesù e ha mutato vita. Con lui, dopo di lui si sono convertiti gli altri membri della band. La passione, l’energia e la creatività che un tempo mettevano al servizio del melodic hardcore punk adesso lo trasfondono in una musica diversa, che non rinuncia affatto alle sonorità forti, maschie, persino guerriere, ma che inneggia la luce venuta a visitarli dall’altro in un giorno che proprio non se lo aspettavano.

A vederli suonare sul palco ti sembra di conoscerli da sempre. Cantano con gioia, vigorosi ma rilassati, felici di stridere corde elettriche e pestare tamburi per dire al mondo che c’è una cosa sola bella da morire anzi da vivere: la fede in Cristo. Hanno una particolarità, i The Sun. Quando suonano si guardano negli occhi e sorridono. Suonano per l’emozione che questo dà loro, prim’ancora che per lo spettacolo. Sono essenziali, niente divismi. Hanno suonato, nel ventennale parmense, dalle 22,00 alle due del mattino come si fa tra amici. E senza bis, senza tirarsela come star. Si sono raccontati, hanno raccontato il loro cambiamento, hanno ironizzato con intelligenza su se stessi. E hanno fatto tanta, tanta buona musica. The Sun ‒ me ne assumo la responsabilità culturale ‒ fanno un baffo ai gruppi poppettari che spopolano nella galassia dell’indie rock o del rock alternativo (me lo sono sempre domandato: alternativo a cosa?), dai Kasabian ai Muse, dai Coldplay ai Franz Fernand, più la pletora d’imitatori seriali italiani. Di quei “mostri sacri” hanno il medesimo appeal sui giovani, ma contano la bellezza, il Sole, l’amore puro e indissolubile (breaking news: esiste!), la fede, cantano alle GMG e si fanno benedire dall’arcivescovo di Milano. Quando rivangano i vecchi pezzi punk tengono facilmente testa ai sopravvalutati Green Day e se la giocano alla pari con tipi come i Linkin Park.Il gruppo musicale rinasce, si rifonda come The Sun nel 2009. Escono quattro dischi, uno più vero dell’altro: Spiriti del sole nel 2010, Luce nel 2012, Cuore aperto nel 2015 e The Sun 20, il doppio nuovo di zecca che racconta in musica proprio questa storia dal punk al rock per Cristo. La line-up attuale vede Francesco “The President” Lorenzi sempre alla voce e alla chitarra, Gianluca “Boston” Menegozzo alla chitarra e ai cori; Matteo “Lemma” Reghelin al basso, alla fisarmonica e all’armonica a bocca (e quale giovane suona più strumenti di bellezza e perizia “da matusa” così, regolando momenti d’intensità rara?) e Riccardo “Trash” Rossi alla batteria, più turnisti quali Andrea “Cherry” Cerato alla chitarra e Nicola “Tigerboy” Righele all’amonica a bocca (ancora).

Il mondo del post-grunge e del nu metal è stato recentemente sconvolto dai suicidi di Chris Cornell (1964-2017) e di Chester Bennington (1976-2017). Tragedie. Soprattutto perché si tirano dietro uno stuolo enorme di adolescenti (ma non solo). Senza volerlo, senza esserci stati scritturati, i The Sun sono la via d’uscita da quel buco. E quindi, dopo averli visti divertirsi e divertire per i loro primi 20 anni di successi e di testimonianza, viene naturale, alle tre di notte, rincasando sull’autostrada deserta, chiedersi perché i Sanremi triti e ritriti, i talent show del piffero, le prime serate di programmi televisivi musicali scontati e insulsi debbano ammorbarci ancora con il grugno di Marilyn Manson o con «le strofe languide di tutti quei cantanti, con le facce da bambini e con i loro cuori infranti», come cantava Eugenio Finardi in Musica ribelle (che sarà pure comunista, ma che se la dice bene, la dice bene) invece che mostrarci ragazzi che ancora sanno gridare al Cielo: «Sarei un nulla se non ci fossi te», come canta il testo di Betlemme. Tanto quel “Tu” avete capito benissimo chi è: è quello del brano strumentale 33, che dura esattamente 33 secondi, come i Suoi anni.

Marco Respinti

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