Alfredo Mantovano, Prima del kamikaze. Giudici e legge di fronte al terrorismo islamico, con Introduzione di Giuseppe Pisanu, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2006, pp. 154, € 12,00

Alleanza Cattolica 14 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità, 334 (2006)

 

Quando si dice che l’azione del secondo governo guidato fra il 2001 e il 2006 dall’on. Silvio Berlusconi è stata frenata dalla magistratura si pensa in genere a temi diversi dalla lotta al terrorismo. Certo, tutti ricordano alcune decisioni clamorose, ma si pensa in genere che si tratti di sentenze isolate di magistrati oltranzisti. Non è così. Lo dimostra una minuziosa ricerca del sottosegretario di Stato al ministero dell’Interno di quella compagine governativa, l’on. Alfredo Mantovano, di Alleanza Cattolica, intitolata Prima del kamikaze. Giudici e legge di fronte al terrorismo islamico, che si apre con una Introduzione (pp. VII-X) del ministro dell’Interno nel II Governo Berlusconi, l’on. Giuseppe Pisanu.

Mantovano raccoglie centinaia di sentenze che dimostrano come non ci si è trovati di fronte a casi isolati, ma a un vero e proprio disegno di una parte politicizzata della magistratura per imporre nel quinquennio 2001-2006, che si è aperto con i tragici eventi dell’11 settembre 2001, una linea diversa da quella del Governo e del Parlamento in tema di terrorismo e d’immigrazione. Se due indizi fanno una prova, che dire di quasi settecento?

La ricerca di Mantovano raccoglie sentenze — e documenti della corrente di sinistra della magistratura organizzata nell’associazione Magistratura Democratica, che esplicitano il disegno soggiacente — su due temi.

Il più clamoroso — evocato nei primi due capitoli, Arrivare prima (pp. 3-11) e La toga e il Corano (pp. 13-38) — è quello del terrorismo, dove lo schema è purtroppo noto: Carabinieri e Polizia di Stato, con una professionalità elogiata da chiunque nel mondo si occupi di terrorismo, identificano a tempo di record e catturano cellule terroristiche, ma i giudici assolvono e i terroristi spariscono. Si va dall’ordinanza dell’11 gennaio 2004 del GIP, il Giudice per le Indagini Preliminari, del Tribunale di Napoli, dottor Umberto Antico, con cui si ritiene non provata la natura terroristica del GIA, il Gruppo Islamico Armato algerino, che ha fatto almeno centomila morti, a un ampio plesso di sentenze lombarde — non solo milanesi —, che costituiscono ormai una vera e propria giurisprudenza, secondo cui è lecito reclutare in Italia “combattenti” destinati a compiere attentati in Iraq perché non si tratterebbe di terrorismo, ma — come recita testualmente un’ordinanza del GIP del Tribunale di Milano, dottoressa Clementina Forleo, del 24 gennaio 2005 — di “forze armate diverse da quelle istituzionali” (cit. pp. 25-26). La stessa sentenza assicura che Ansâr al-Islâm, l’organizzazione guidata da Abû Mus‘ab al-Zarqâwî — che in Iraq taglia sistematicamente la testa a ostaggi innocenti e piazza bombe nei mercati e sugli autobus —, è […] una vera e propria organizzazione combattente islamica, munita di una propria milizia addestrata appunto alla guerriglia […] senza perciò avere obiettivi di natura terroristica” (cit. p. 26). Peraltro la dottoressa Forleo assicura che Ansâr al-Islâm, “bombardata e distrutta” (cit. p. 26) nel corso del conflitto iracheno, ormai agl’inizi del 2005 non esiste più. Peccato non se ne siano accorti gl’iracheni, che non leggono le ordinanze del Tribunale di Milano ma continuano quotidianamente a morire vittima delle bombe di al-Zarqâwî.

Meno noto, ma non meno pericoloso, è il secondo insieme di sentenze — studiato da Mantovano nel terzo capitolo, 100 ricette per disapplicare la Bossi-Fini (pp. 39-59) —, che cerca di sabotare, attraverso una puntuale disapplicazione, la legge 30 luglio 2002, n. 189, che prende nel linguaggio giornalistico i nomi degli onn. Umberto Bossi e Gianfranco Fini, definita nel 2003 dal dottor Claudio Castelli, segretario di Magistratura Democratica, come basata su “pregiudizi razzisti” (cit. p. 44) e addirittura paragonata, in una sentenza del 4 ottobre 2005, dalla Corte d’Appello di Venezia alle leggi razziali fasciste (cfr. p. 40). In ben 617 casi i giudici hanno bloccato l’espulsione di clandestini con ricorsi alla Corte Costituzionale, nelle more dei quali, beninteso, il clandestino resta in Italia e spesso si rende irreperibile. In altri casi, si è trovato modo di disapplicare la legge. Il Tribunale di Bologna, con ordinanza del 26 aprile 2005 in sede di riesame di un’ordinanza del GIP, ha perfino annullato provvedimenti di convalida dell’arresto e di sottoposizione all’obbligo di dimora di “disobbedienti” che avevano assaltato, sfasciando mobili e computer, un Centro di Permanenza Temporanea per clandestini a Modena, ritenendo che avessero “manifestato” nell’ambito di un legittimo “vasto movimento di idee” (cit. p. 53) contro quelli che il giudice bolognese paragona ai campi di concentramento. Talora, si tratta infatti di giudici noti per il loro estremismo ideologico; altre volte, di una sconcertante carenza d’informazioni anche elementari in materia di terrorismo ultra-fondamentalista islamico, alla quale — come Mantovano spiega nel quarto capitolo, Giudici, CSM e formazione (pp. 61-74) — si dovrebbe rimediare con una sistematica opera di formazione dei magistrati, alla quale però il CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura, sembra scarsamente interessato, mentre si muove con rapidità e solerzia per difendere i giudici politicizzati quando li ritiene vittima di diffamazioni.

La ricerca di Mantovano s’intitola Prima del kamikaze, con riferimento all’opera di prevenzione e di polizia — illustrata nel quinto capitolo, Contro il terrorismo: il lavoro del Parlamento e del Governo (pp. 75-96) — grazie alla quale, finora, il terrorista suicida è stato fermato in Italia prima che colpisse. Altro sarebbe rimasto da fare, come l’autore spiega nel sesto capitolo Tra riforma dei servizi e procura antiterrorismo: i temi dei prossimi interventi normativi (pp. 97-115). Né gl’interventi legislativi, da soli, possono bastare: occorre — è il titolo del settimo e conclusivo capitolo — Vincere la sfida dell’integrazione (pp. 117-141), da una parte con una politica di dialogo, avviata nella fase finale del II Governo Berlusconi, pur fra mille difficoltà, dal ministro dell’Interno Pisanu e rivolta a quelle componenti dell’immigrazione islamica disponibili a condannare senza riserve il terrorismo, dall’altra attraverso un’opera volta a “restaurare la nostra identità” (p. 135) e la nostra cultura, “impregnate di cristianesimo e […] intimamente intrecciate col cammino della Chiesa” (p. 136). Infatti, “non vi può essere confronto fra identità culturali se noi ci presentiamo all’incontro come soggetti frammentati, incerti su noi stessi, privi di radici, e quindi senza la possibilità di elaborare un nostro progetto” (p. 135). Come dialogare con un’identità forte come quella islamica, se si è privi d’identità?

La seconda fase del contrasto al terrorismo, già programmata dal II Governo Berlusconi per la legislatura successiva e delineata da Mantovano anche nei suoi passaggi tecnici, non sarà messa in atto. Anzi, la preziosa ricerca del parlamentare — di cui va raccomandata la lettura a tutti coloro che a qualunque titolo s’interessano di terrorismo e d’immigrazione — rischia di avere una valenza profetica. Se dovesse essere attuato il programma dell’Unione, che prevede l’abrogazione della cosiddetta legge Bossi-Fini e il sostegno all’”indipendenza” della magistratura politicizzata, la situazione diventerebbe esplosiva non solo e non più in senso metaforico. Potremmo trovarci a dover ragionare sui danni fatti da certi giudici dopo che gli attentati terroristici avranno dimostrato che avevano torto.

Massimo Introvigne

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