Augusto Pinochet Ugarte docet, e il gramscismo c’è e batte un colpo

Giovanni Cantoni 28 anni fa
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GIOVANNI CANTONI, Cristianità n. 211 (1992)

1. Su l’Unità del 1° ottobre 1992 una nota su due colonne informava che, il giorno precedente, sulla Komsomolskaya Pravda, era comparsa una lunga intervista, tale da sorprendere e “per il titolo roboante: “Come salverei la Russia” e, soprattutto, per il personaggio intervistato: Augusto Pinochet, l’”ex uomo forte” del Cile, colui che governò il suo Paese con il pugno di ferro fino al 1990 dopo aver preso il potere nel famigerato golpe del 1973 nel quale venne rovesciato il governo costituzionale di Salvador Allende. Per “strappare” al generale un parere “qualificato” sui mali che affliggono la Russia, l’ex quotidiano degli ex giovani comunisti sovietici non ha badato a spese, inviando un giornalista sino a Mar del Plata, in Argentina, dove l’ex dittatore cileno si trova in vacanza in compagnia della moglie. Pinochet ha delineato il suo “augusto” pensiero sulla crisi russa, su come uscirne e, dulcis in fundo, sul nuovo spettro che si aggira nel mondo: il gramscismo (4).

 

“Dopo aver dettato la sua ricetta per risolvere la crisi russa — proseguiva la nota —, Pinochet si è poi lanciato in una preoccupata profezia planetaria: “Il comunismo è vivo. Certo, il marxismo-leninismo (quello col trattino dogmatico, ndr.) è fallito in Russia”. E questo, sottintende il generale, è un bene. Ma attenzione, aggiunge, perché è apparso un nemico ancor più pericoloso, il gramscismo. Al disorientato interlocutore, Pinochet offre una forbita spiegazione del suo grido di allarme: “La dottrina del comunista Antonio Gramsci è il marxismo con il vestito nuovo. Ed esso è pericoloso perché penetra nella coscienza della gente, ed in primo luogo in quella degli intellettuali”” (5).

 

2. Il 2 ottobre, Paolo Conti, sul Corriere della Sera, nella rubrica Il caso, fa stato della nota di l’Unità, “spalla a due colonne, […] un titolo su tre righe con tanto di tradizionale occhiello. Sembra copiato dal “Cuore” dei vecchi tempi, quando si chiamava “Tango” ed era lo scomodo inserto del “giornale fondato da Antonio Gramsci”” (6).

Rilevata l’“ironia” messa in campo dal quotidiano socialcomunista, lo stesso Paolo Conti afferma che, però, […] non tutti apprezzano. Per esempio Lucio Villari reagisce con una punta di irritazione a chi gli sollecita un commento. “È un uomo senza credenziali di alcun genere, né morali né culturali. Non vedo perché debba esprimersi sul marxismo”. Luciana Castellina, direttore di “Liberazione”, organo di Rifondazione comunista, non riesce a trattenere una risata: “Una faccenda fantastica! Scherzi a parte, lo stupore mi impedisce qualsiasi commento. Il problema non è Pinochet né il suo giudizio su Gramsci ma la gestione della ‘Komsomolskaya Pravda’. La formazione politica di quei ragazzi dev’essere davvero fragilissima”.

“Roba vecchia, Pinochet è un riciclatore, avverte Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci: “Ripete tesi lanciate nel Rapporto Santa Fé n. 2 alla fine dell’88. Fiore tardivo della pianificazione della ‘rivoluzione conservatrice’, fu elaborato quando in tutta l’America Latina il ciclo delle dittature militari stava finendo e si proponeva di suggerire all’amministrazione USA una strategia di intervento volta all’affermazione, nei Paesi che passavano alla democrazia, dei modelli monetaristi e neoliberisti”. Secondo Vacca “l’avversario da battere era individuato in tutte le correnti di pensiero qualificate come dirigiste. Gramsci è indicato come il pensatore politico capace di maggiore influenza in tal senso”.

Lucio Colletti boccia Pinochet-politologo senza appello: “Chi conosce il marxismo sa bene che il gramscismo non è separabile dalla tradizione marxista e ancor meno dal leninismo, visto che si tratta di un leninismo ripensato e libero da certe forme dogmatiche e più ricco di contenuti culturali. Delle due l’una: o Pinochet deve concludere che tutto il marxismo è ancora vivo e vegeto, e in Italia a crederlo resta forse solo Garavini, oppure deve ritenere morto il marxismo, e con lui il gramscismo”. E chiude con una battuta: “Da noi la somma ‘Generale’ più ‘Età avanzata’ non regala grandi frutti. Lo stesso vale, penso, per il Cile”” (7).

 

3. Comincio dall’ultima affermazione, di fatto emblematica, cioè dalla più che discutibile — sia quanto a contenuto che quanto a bon ton“battuta” socio-geriatrica di Lucio Colletti, il cui unico pregio sta nel “penso”, in qualche modo cautelativo: Lucio Colletti è proprio sicuro che, per esempio, la “somma” “docente universitario più età avanzata” sia sempre feconda di “grandi frutti”? Dalla forza esegetica e argomentativa che mette in campo non si direbbe. Infatti, è certo che il generale Augusto Pinochet Ugarte non è un noto studioso di Karl Marx e della “tradizione marxista”, comunque neppure lontanamente paragonabile — per profondità e per notorietà spontaneamente e universalmente riconosciute — a grandi interpreti del filosofo di Treviri come, per esempio, Kim Il Sung oppure Enver Hoxa, a proposito dei quali scripta manent; ma, non è forse eccessivo affermare simpliciter che marxismo-leninismo e gramscismo aut simul stabunt aut simul cadent? Non è forse il gramscismo lo strumento marxista della Rivoluzione in Occidente, non quella da imporre golpisticamente, come in Russia nel 1917; né quella da esportare militarmente, come in Polonia nel 1920 e nei paesi dell’Europa Orientale, dal Mar Baltico al Mediterraneo, nel 1945; ma quella da seminare culturalmente, con una “guerra di posizione”, in una società più articolata di quella “orientale”, su cui instaurare l’”egemonia”, come in Italia (8)?

Se sì — come lo stesso Lucio Colletti asserisce in tesi e come, sempre in tesi, ammette fra parentesi l’ironico redattore di l’Unità che sigla U.D.G. — come negare sostanziale verità all’affermazione dell’uomo di Stato cileno? È proprio così risibile, come pare a Luciana Castellina? E cosa importa se non è nuova, se è “riciclata”, come sostiene il presidente dell’Istituto Gramsci, posto che sia vera? E se è vera, se vi è nel tutto qualcosa di patetico non sta piuttosto nello sforzo di buoni conoscitori del marxismo — gli estensori del “Rapporto Santa Fé n. 2 alla fine dell’88” — di far intendere cose troppo complesse a funzionari dell’amministrazione degli Stati Uniti d’America forse non adeguatamente preparati o, ancora, cose troppo vere a personaggi dell’establishment sempre statunitense geneticamente détente oriented?

Del resto, l’asserto dell’uomo di Stato cileno trova conferma in una tesi di un “docente universitario argentino di età non avanzata” — la “somma” dovrebbe rassicurare Lucio Colletti, benché la variabile “argentino” possa costituire fonte di sospetto —, secondo cui […] le possibilità della desacralizzazione e secolarizzazione della società contemporanea si spingono più lontano, soprattutto dopo che Brzezinski, in un nuovo libro, denomina “il grande crollo” quello del comunismo. Questo gran crollo, in realtà, significa che si disgrega solo il “marxismo istituzionalizzato”, evolvendosi verso forme “democratiche”, caratterizzate, precisamente, dalla rinuncia alle vecchie utopie” (9).

 

4. Ma non è tutto. Infatti, merita di essere evidenziato un altro aspetto del problema. Il 3 ottobre, sempre sul Corriere della Sera, Paolo Franchi raccoglieva un’intervista a Massimo D’Alema, presentato come “il numero due di Botteghe Oscure”, in cui l’esponente socialcomunista notava […] quanto assomiglia alla fine del socialismo reale, la crisi del nostro sistema” (10). Si tratta di osservazione significativa, che aiuta a interpretare il quadro, solo che si porti l’analogia fino a sfiorare l’identità. In realtà, la crisi del sistema italiano assomiglia alla fine del socialismo reale perché l’Italia, per chi volesse accorgersene, rappresenta il tipo del paese a regime socialcomunista gramsciano, cioè è un paese nel quale il marxismo non si è incarnato visibilmente in istituti, ma in cultura. Se, dove si sono prodotti istituti, vi sono Case del Popolo da abbattere e una classe politica da sostituire, dove si è perseguita, e realizzata, l’egemonia culturale, vi è poco di fisico da togliere di torno, e piuttosto si dovrebbe mandare a casa un’intera intellighenzia… o almeno destinarla alla schedatura dell’opera omnia di Kim Il Sung e di Enver Hoxa, oppure alla redazione senza skanner e senza computer di un indice analitico dell’opera omnia di Vladimir Ilic Lenin, così da poter agevolmente rilevare, più delle “contraddizioni del reale”, quelle del pensiero marxista-leninista. Ma tant’è: questa intellighenzia continua a mietere vittime da tutte le cattedre di educazione permanente, da quelle universitarie e liceali — ma in Emilia-Romagna, in Toscana e in Umbria non si possono escludere neppure le scuole elementari e quelle materne — alle poltrone editoriali e massmediatiche.

Lo stesso Massimo D’Alema ha detto che “una classe dirigente è anche quella che riconosce i propri errori, manda in pensione i maggiori responsabili e dà l’esempio” (11). L’episodio da cui ho tratto spunto prova che nella situazione italiana si verifica esattamente il contrario: approfittando del fatto che il potere culturale è meno identificabile di quello politico, si nega l’esistenza del gramscismo, perché, diversamente, sarebbe confermata la propria responsabilità e l’opportunità di un proprio pensionamento, indipendentemente dagli anni di servizio; e si fa dell’ironia, più o meno di buona lega, ma dietro di essa emerge l’irritazione di chi vede scoperto il proprio gioco. Comunque, il tutto conferma un altro asserto significativo di Massimo D’Alema, sempre a proposito dell’Italia: “Certo, c’è un ritardo tragico della politica” (12).

 

Il Manifesto del Partito comunista, del 1848, si apriva con l’affermazione: “Uno spettro si aggira per l’Europa — lo spettro del comunismo” (13). Oggi, nel 1992, si cerca di far credere che, siccome non […] tutto il marxismo è ancora vivo e vegeto”, si […] deve ritenere morto il marxismo, e con lui il gramscismo”, cioè che lo “spettro” è tutto morto. Ma il problema è più complesso, quindi la soluzione meno semplicistica. Perciò, non resta che complimentarsi con il vecchio generale Augusto Pinochet Ugarte: infatti, se non il problema, ha indubbiamente centrato un problema — e non secondario —, tanto che lo “spettro morto”, interrogato, ha battuto il classico “colpo”, a riprova che non era così completamente morto come vuol far credere.

Quanto poi a “la formazione politica di quei ragazzi”, cioè dei redattori della Komsomolskaya Pravda, essa è probabilmente “debolissima” — come ha osservato con “una risata” Luciana Castellina —, né potrebbe essere diversamente, avendo presente la scuola che hanno frequentato; ciò non toglie che, sollecitati dalla necessità che “aguzza l’ingegno”, il loro intuito li abbia messi sulla buona strada e oggi, dopo l’incontro con il vecchio generale cileno, sanno certamente qualcosa di più e, soprattutto, di più reale, quindi di più vero e di più giusto.

Giovanni Cantoni

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(4) U.D.G., “Attenti al gramscismo, il marxismo in abiti nuovi è il vero pericolo”, in l’Unità, 1°-10-1992; sul caso cileno, cfr. Fabio Vidigal Xavier da Silveira, Frei, il Kerensky cileno, trad. it., Cristianità, Piacenza 1973; Plinio Corrêa de Oliveira e Sociedad Chilena de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad, Il crepuscolo artificiale del Cile cattolico, Cristianità, Piacenza 1973; e i miei La “lezione italiana”. Premesse, manovre e riflessi della politica di “compromesso storico” sulla soglia dell’Italia rossa, Cristianità, Piacenza 1980, pp. 19-32; e Pro Augusto (Pinochet). Apologia del “golpe” “inedita” e sorprendente, in Cristianità, anno XII, n. 105, gennaio 1984.

(5) U.D.G., “Attenti al gramscismo, il marxismo in abiti nuovi è il vero pericolo”, cit.

(6) Paolo Conti, Pinochet discetta su Gramsci? L’Italia intellettuale sorride: “Non ha titoli per parlare”, in Corriere della Sera, 2-10-1992.

(7) Ibidem.

(8) Cfr., per un’esposizione “scolastica”, Luciano Gruppi, Il concetto di egemonia in Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1972 — nove lezioni tenute all’Istituto Gramsci fra l’ottobre e il dicembre del 1970 —, soprattutto pp. 169-175; sull’applicazione della teoria gramsciana alla vita politica italiana, cfr. il mio La “lezione italiana”. Premesse, manovre e riflessi della politica di “compromesso storico” sulla soglia dell’Italia rossa, cit., passim.

(9) Alberto Caturelli, Il Nuovo Mondo riscoperto. La scoperta, la conquista, l’evangelizzazione dell’America e la cultura occidentale, trad. it., Ares, Milano 1992, p. 364; il riferimento del cattedratico di filosofia all’Università di Córdoba è certamente a Zbigniew Brzezinski, Il grande fallimento. Ascesa e caduta del comunismo nel XX secolo, trad. it., Longanesi, Milano 1989.

(10) D’Alema: un dovere non perdere la testa, intervista a cura di Paolo Franchi, in Corriere della Sera, 3-10-1992.

(11) D’Alema: un dovere non perdere la testa, intervista cit.

(12) Ibidem.

(13) Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito comunista, trad. it. di Palmiro Togliatti, XIV ed., Editori Riuniti, Roma 1971, p. 53.

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