Dieci miti dell’architettura ecclesiastica contemporanea

Alleanza Cattolica 13 anni fa
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Duncan G. Stroik, Cristianità n. 343-344 (2007)

 

 

Duncan G. Stroik, nato nel 1962 a Philadelpia, nello Stato della Pennsylvania, è professore associato di architettura presso la University of Notre Dame, nello Stato dell’Indiana. Laureato in architettura alla University of Virginia, ha conseguito un master alla Yale University. Dal 1987 al 1990 ha lavorato per Allan J. Greenberg, l’architetto oriundo sudafricano che unisce tecnologia avanzata e modelli tradizionali. Nel 1990 viene chiamato a collaborare alla costituzione di un nuovo corso di laurea in architettura alla University of Notre Dame. Dall’impegno di Stroik per l’architettura sacra sono nate la Society for Catholic Liturgy e la rivista Sacred Architecture. Insieme all’architetto Cristiano Rosponi e al dottor Gianpaolo Rossi ha curato Riconquistare lo spazio sacro. La chiesa nella città del terzo millennio (Il Bosco e la Nave, Roma 2000), che accompagnava la mostra sulle nuove chiese tenuta a Roma nell’ottobre del 1999 in occasione del convegno internazionale Riconquistare lo spazio sacro. Riscoprire la tradizione nell’Architettura Liturgica del XX Secolo. Stroik ha organizzato conferenze e seminari in Italia sull’architettura sacra e ha costruito opere in Irlanda, nel Nebraska, in Texas, nel Kentucky e nel Missouri. È convinto che una rinascita dell’architettura sacra sia indispensabile per ogni vera rinascita dell’architettura e della società civile. L’articolo — pubblicato in Sacred Architecture, n. 1, autunno 1998, pp.10-11, con il titolo Ten Myths of Contemporary Church Architecture — è stato riveduto dall’autore per questa traduzione italiana redazionale.

 

 

1. Il Concilio Vaticano II richiede di rifiutare la tradizionale architettura ecclesiastica e di progettare le nuove chiese in uno stile moderno.

Questo mito non si fonda tanto sul pensiero della Chiesa, quanto su ciò che i cattolici hanno costruito negli ultimi trent’anni. L’architettura ecclesiastica degli scorsi decenni è stata un completo disastro, anche da un punto di vista professionale. Tuttavia le azioni parlano spesso più forte delle parole e i fedeli sono stati spinti a credere che la Chiesa stessa richiedesse edifici che fossero astrazioni funzionali, poiché è esattamente quanto abbiamo costruito. Nulla è più lontano dalle intenzioni dei padri conciliari i quali intendevano senza dubbio che l’eccellenza storica dell’architettura cattolica dovesse continuare. È bene tenere a mente che: […] non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti” (Sacrosanctum Concilium [n. 23]).

Così come fare teologia cattolica significa imparare dal passato, allo stesso modo nel progettare edifici cattolici bisogna ispirarsi, e anche citare, la tradizione e le forme di espressione dell’architettura ecclesiastica che hanno superato la prova dei secoli. Il Concilio Vaticano II lo sottolinea affermando che “la Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così, nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura. Anche l’arte del nostro tempo e di tutti i popoli e paesi abbia nella Chiesa libertà di espressione, purché serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti. In tal modo essa potrà aggiungere la propria voce al mirabile concerto di gloria che uomini eccelsi innalzarono nei secoli passati alla fede cattolica” (Sacrosanctum Concilium [n. 123]).

2. Le nuove chiese [negli Stati Uniti d’America] devono essere progettate sulla base del documento Environment and Art in Catholic Worship [Ambiente e arte nel culto cattolico], pubblicato dalla Commissione Episcopale per la Liturgia nel 1977.

In mancanza di alternative questo pamphlet era la bibbia per tutte le chiese nuove e rinnovate. Questo documento, che non fu mai votato dalla Conferenza dei Vescovi americani e non ha alcun peso canonico, s’ispira più ai princìpi dell’architettura modernista che alla dottrina cattolica. Fra i suoi punti deboli vi sono uno sbilanciamento eccessivo verso una visione assembleare della Chiesa, ostilità contro storia e tradizione e una stridente iconoclastia. A causa della natura controversa del documento, la Commissione episcopale per la Liturgia nel 2000 ne ha scritto uno nuovo e migliore, Built of Living Stones [Edificio di pietre vive].

3. È per noi impossibile costruire belle chiese attualmente.

È un po’ come dire che è impossibile per noi avere santi al giorno d’oggi. Senza dubbio possiamo e dobbiamo costruire ancora belle chiese. Viviamo in un’epoca che ha mandato uomini sulla luna e ingenti somme di denaro vengono spese per musei e per stadi. Dobbiamo pure essere capaci di costruire edifici al livello delle basiliche paleocristiane o delle cattedrali gotiche. Nella recente architettura profana stiamo assistendo a un grande revival dell’architettura, dell’artigianato e dell’edilizia tradizionali. Vi è un crescente numero di giovani talenti, che stanno progettando edifici secondo la tradizione classica; molti di loro sarebbero felici di progettare edifici sacri. Studenti dell’università di Notre Dame, tutti formati nella tradizione classica, sono molto richiesti da imprese e da clienti.

D’altro canto vi è un certo numero di chiese costruite negli ultimi due decenni che incarnano i princìpi di durata nel tempo, convenienza e bellezza: Ognissanti nel Kentucky, il santuario del Santissimo Sacramento in Alabama, la chiesa della Trasfigurazione a Cape Cod [nel Massachussets], la chiesa di San Giuseppe in Georgia, la chiesa del Corpus Christi a Hertforshire, in Gran Bretagna, Nostra Signora di Walsingham a Houston [in Texas], la cappella del Sacro Cuore nel South Dakota, il santuario di Nostra Signora di Guadalupe nel Wisconsin e il monastero di Clear Creek in Oklahoma.

4. Non possiamo permetterci di costruire chiese belle oggi. La Chiesa non ha il denaro che aveva in passato.

In realtà i cattolici attualmente sono il maggiore gruppo cristiano nel paese. Abbiamo più CEO [Chief Executive Officers, “alti dirigenti”] e leader civici di qualsiasi altro gruppo religioso. In passato non siamo mai stati più ricchi di ora, eppure non abbiamo mai costruito chiese a buon mercato. Questo riflette le priorità degli americani: dal 1968 al 1995 la quota di reddito personale che i fedeli hanno dato alla Chiesa è diminuita del 21%. Il popolo di Dio ha bisogno di essere incoraggiato a sostenere generosamente la costruzione di luoghi di culto. Vescovi e diocesi devono essere incoraggiati a privilegiare la qualità invece di porre un tetto ai costi di costruzione. I fedeli dovrebbero essere disposti a spendere più per la casa di Dio che per le loro case private e a costruirla di qualità superiore agli altri edifici pubblici. Vi è una storia di grande dedizione dietro la chiesa dello Spirito Santo di Atlanta [nello Stato della Georgia], che ha ricevuto una generosa somma di denaro da alcuni parrocchiani permettendo di costruire una chiesa romanica in mattoni davvero elegante nei primi anni 1990. Tante parrocchie, pur di costruire chiese degne e belle, hanno atteso il tempo di raccogliere somme adeguate oppure hanno scelto di costruire in più fasi.

 

5. Il denaro speso per le chiese sarebbe impiegato meglio per servire i meno abbienti, nutrire gli affamati ed educare la gioventù.

Se la chiesa fosse esclusivamente un luogo di ritrovo, tale punto di vista sarebbe legittimo. E comunque una chiesa bella è anche una casa per i poveri, un luogo di nutrimento spirituale e un catechismo di pietra. La chiesa è un faro e una città posta sulla collina. Essa può evangelizzare proprio esprimendo la bellezza, la stabilità e la trascendenza del cristianesimo. Soprattutto, la chiesa-edificio è immagine del corpo di nostro Signore, e costruendo un luogo di culto noi imitiamo quella donna che unse il corpo di Cristo con olio prezioso (cfr. Mc. 14, 3-9).

6. La forma a ventaglio, in cui ciascuno può vedere tutta l’assemblea ed essere vicino all’altare, è la forma più appropriata per esprimere la piena, attiva e consapevole partecipazione al corpo di Cristo.

Questo mito proviene dall’eccessiva visione dell’assemblea come simbolo principale della chiesa. Mentre la forma  a ventaglio è ottima per attività teatrali, d’insegnamento, o governative, non è invece una forma appropriata per la liturgia. Curiosamente, l’argomentazione principale portata a favore di questa forma è incoraggiare la partecipazione, eppure la disposizione semicircolare deriva da luoghi d’intrattenimento. La forma a ventaglio non deriva affatto dai testi del Concilio Vaticano II, bensì dal teatro greco e romano. Fino a tempi recenti essa non è mai stata presa a modello per le chiese cattoliche. Infatti le prime chiese-teatro furono gli auditorium protestanti del secolo XIX, progettate per convergere sul predicatore.

7. Gli edifici ecclesiastici dovrebbero essere progettati con nobile semplicità. Cappelle devozionali e immagini di santi distolgono l’attenzione dalla liturgia.

In base a questo principio sono state costruite e rinnovate le chiese secondo criteri estremamente iconoclasti. Lo storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) sin dal 1755 intendeva per “nobile semplicità” la genuina opera d’arte che combinava elementi sensibili e spirituali come il bene, il bello e gl’ideali morali in una forma sublime, incarnata secondo lui dall’arte classica greca. Tale “nobile semplicità” non va confusa con il mero funzionalismo, con il minimalismo astratto o con la rozza banalità. La Sacrosanctum Concilium stabilisce che l’arte sacra deve indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio e che “nel promuovere e favorire una autentica arte sacra, gli ordinari procurino di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità” [n. 124]. L’Institutio Generalis Missalis Romani stabilisce che “l’arredamento della chiesa s’ispiri a una nobile semplicità, piuttosto che al fasto” [n. 292].

La preoccupazione per le distrazioni deriva dall’avversione modernista per le immagini figurative e da una mentalità didattica piuttosto che simbolica. Eppure l’IGMR stabilisce anche che […] i luoghi sacri e le cose che servono al culto siano davvero degni, belli, segni e simboli delle realtà celesti” [n. 288]. Il Concilio Vaticano II chiede che “si mantenga l’uso di esporre nelle chiese le immagini sacre alla venerazione dei fedeli” [Sacrosanctum Concilium, n. 125). E l’IGMR dispone che, […] secondo un’ antichissima tradizione della Chiesa, negli edifici sacri si espongano alla venerazione dei fedeli le immagini del Signore, della beata Vergine Maria e dei Santi; lì siano disposte in modo che conducano i fedeli verso i misteri della fede che vi si celebrano” [n. 318].

8. Le chiese cattoliche dovrebbero essere gli edifici architettonici più all’avanguardia del proprio tempo, come è sempre stato nel corso della storia.

Per quindici secoli, e addirittura fino alla seconda guerra mondiale [1939-1945], la Chiesa Cattolica è stata considerata il miglior mecenate di arte e di architettura. La Chiesa formava artisti e architetti cristiani che, a loro volta, influenzavano l’architettura secolare. Nell’ultimo mezzo secolo tuttavia vi è stata un’inversione dei ruoli e la Chiesa si è messa al seguito della cultura secolare e di architetti formati in una concezione non cattolica. Se precedentemente lo sviluppo dell’architettura cattolica era ispirato dalle — e in continuità con le — opere del passato, il concetto modernista di “avanguardia” indica un progresso mediante una continua rottura con il passato.

I documenti della Chiesa chiedono ai vescovi d’incoraggiare e di favorire la vera arte sacra e di formare gli artisti […] allo spirito dell’arte sacra e della sacra liturgia” [Sacrosanctum Concilium, n. 127]. L’attuale ritorno d’interesse da parte dei fedeli verso l’architettura liturgica indica che la Santa Madre Chiesa può riconquistare il suo legittimo posto di mecenate principale. In tale ruolo essa […] si è sempre ritenuta a buon diritto come arbitra, scegliendo tra le opere degli artisti quelle che rispondevano alla fede, alla pietà e alle norme religiosamente tramandate e che risultavano adatte all’uso sacro” [Sacrosanctum Concilium, n. 122]. Inoltre, “i vescovi abbiano ogni cura di allontanare dalla casa di Dio e dagli altri luoghi sacri quelle opere d’arte, che sono contrarie alla fede, ai costumi e alla pietà cristiana; che offendono il genuino senso religioso, o perché depravate nelle forme, o perché insufficienti, mediocri o false nell’espressione artistica” (Sacrosanctum Concilium [n. 124]).

9. In passato, la gente vedeva nell’edificio sacro la “domus Dei” o “casa di Dio”, ora invece siamo tornati all’originaria visione cristiana della chiesa come “domus ecclesiae” o “casa del popolo di Dio”.

Il cattolicesimo, come è stato indicato, non è una religione del “questo o quello” [aut… aut…] ma del “questo e quello” [et… et…]. Al contrario, una concezione antinomica derivante dall’Illuminismo afferma che una chiesa non può essere nello stesso tempo casa di Dio e casa del Suo popolo, cioè delle membra del Suo corpo. Quando la chiesa è pensata esclusivamente come casa del popolo di Dio essa viene progettata come una sala orizzontale o un auditorium. Questi due nomi storici, domus Dei e domus ecclesiae, esprimono due nature dell’edificio sacro distinte ma complementari, la presenza di Dio e la comunità convocata insieme da Dio. “Tali chiese visibili non sono semplici luoghi di riunione, ma significano e manifestano la Chiesa che vive in quel luogo, dimora di Dio con gli uomini riconciliati e uniti in Cristo” (Catechismo della Chiesa Cattolica  [n. 1180]).

10. Poiché Dio dimora ovunque, Egli è presente in un parcheggio così come lo è in una chiesa. Quindi le chiese non dovrebbero più essere considerate come luoghi particolarmente sacri.

Questa è un’idea contemporanea molto attraente che ha a che fare più con la teologia popolare che con la tradizione cattolica. Sin dall’inizio Dio ha scelto d’incontrare il suo popolo in luoghi sacri. Il “suolo sacro” del Monte Sinai fu trasferito nella tenda nel deserto e nel Tempio di Gerusalemme. Con l’avvento del cristianesimo i credenti costruirono edifici specificamente dedicati alla divina liturgia che riflettessero il tempio celeste, la sala superiore e questi luoghi sacri. Nel Diritto Canonico “col nome di chiesa si intende un edificio sacro destinato al culto divino, ove i fedeli abbiano il diritto di entrare per esercitare soprattutto pubblicamente tale culto” [can. 1214]. In quanto “luogo solitario” [cfr. Lc. 6, 31] deputato alla ricezione dei sacrmenti, la chiesa stessa diventa un sacramentale, con il suo centro nel santuario, che significa un luogo santo. Sia le cerimonie, sia elementi come l’altare e l’ambone, e l’arte, tutto è riferito al “sacro” e in funzione di essi sono progettati gli edifici. Quindi, tentare di eliminare la peculiarità della chiesa come luogo sacro per attività sacre significa diminuire la nostra riverenza nei confronti di Dio, che gli edifici dovrebbero invece contribuire a generare.

Duncan G. Stroik

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