Don Luis de Moya, Strada facendo. Un tetraplegico che ama la vita, trad. it., con prefazione di Gaspare Crimi, Cercate, Verona 2002, pp. 248, € 9,20

Alleanza Cattolica 16 anni fa
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Massimo Lucchelli, Cristianità 324 (2004)

 

Don Luis de Moya nasce, primo di otto fratelli, a Ciudad Real, in Spagna, nel 1953. Frequenta a Madrid la facoltà di Medicina e nel 1972 chiede l’ammissione all’Opus Dei. Fra il 1975 e il 1978 è segretario del Collegio Universitario Moncloa, opera apostolica dell’Opus Dei nella capitale spagnola. Alla fine del 1978 è a Roma a studiare teologia e al ritorno, nel 1981, viene ordinato sacerdote. Nel 1984 è nominato segretario del Consiglio dei Cappellani dell’Università di Navarra, a Pamplona, cappellano della Scuola di Architettura e segue il Collegio Universitario Goroabe. Nel 1991, in seguito a un incidente automobilistico, diventa tetraplegico. Attualmente, con la sua reintegrazione nella docenza, è tornato a essere cappellano della Scuola di Architettura. Oltre che sacerdote e medico, è anche dottore in Diritto Canonico.

Non è difficile rimanere colpiti da Strada facendo. Un tetraplegico che ama la vita, un’autobiografia — con Prefazione del professor Gaspare Crimi, primario fisiatra a Verona (pp. 11-13) — nella quale don de Moya descrive come sia diventato tetraplegico in seguito a un incidente stradale, e come, grazie a una profonda fede, abbia saputo accettare l’inaspettato cambiamento della sua vita. Ma che cosa significa essere tetraplegico, vivere da tetraplegico? […] un trauma, spesso un incidente stradale — spiega il professor Crimi —, lesiona irreparabilmente il midollo spinale e non si muovono più né le braccia né le gambe; non è più possibile comandare il corpo, dal collo in giù; per espletare ogni funzione, anche la più intima, o per raggiungere qualunque oggetto, una persona tetraplegica deve sempre chiedere aiuto, deve sempre dipendere da altri. La mente però è integra, la persona pensa, studia, si esprime, insegna, con le capacità di prima, anche se è incarcerata in un corpo che non risponde più ai comandi” (p. 11).

Questa nuova situazione avrebbe potuto facilmente stroncare la volontà di sopravvivenza di chiunque; solo la forza d’animo di don de Moya, sorretta da una profonda fiducia in Dio, gli ha permesso di accettarne il volere e di superare le enormi difficoltà del suo stato.

Nei sette capitoli in cui è articolato il testo — L’incidente (pp. 15-25), Cure intensive (pp. 27-45), Al terzo piano (pp. 47-87), Al quinto piano (pp. 89-151), Ritorno al lavoro (pp. 153-185), Un’altra volta in clinica (pp. 187-208) e La strada (pp. 209-248) — si rileva come questa dolorosa esperienza, giunta inaspettatamente in un momento della sua vita di massima attività ed efficienza, lo abbia portato a un livello d’invalidità quasi totale da un punto di vista funzionale. È pressoché impossibile rendersi conto di quello che può esplodere nella mente di un uomo che, in un attimo, passa da una vita attiva pienamente realizzata come uomo, medico, sacerdote, cappellano e docente, a uno stato di totale impotenza fisica.

Con un corpo che non risponde più ai comandi, che deve dipendere dagli altri per qualsiasi piccola necessità, senza avere più alcuna intimità e senza più libertà; solo l’amore verso gli altri e il desiderio di servizio attraverso l’insegnamento e la pratica del sacerdozio gli hanno permesso di ricuperare e di riprendere le sue attività.

Leggendo l’opera emerge, passo dopo passo, il carattere di don de Moya che, anche se sacerdote e soldato di Cristo, presenta pur sempre caratteristiche comuni a tutti gli uomini. In frangenti come questi emergono le incertezze umane, le debolezze, le preoccupazioni dovute per esempio alla lunga degenza in ospedale, prima nel reparto di Cure Intensive e poi, via via, in un reparto più “normale”, fino alla dimissione. Purtroppo questa non sarà, come per tante persone, seguita da una guarigione, ma da un susseguirsi di controlli e da una continua accurata assistenza. A ogni cambiamento, don de Moya si preoccupa e fa resistenza; dalla più banale situazione come il cambio d’infermieri, al cambio di stanza, al cambio di reparto, fino all’utilizzo della sedia motorizzata che gli permetterà finalmente di riprendere a muoversi. Naturalmente non si può sapere se questo comportamento sia conseguenza della situazione o se è insito nel suo carattere. La fede e il desiderio di migliorare il suo stato gli hanno comunque permesso di superare queste situazioni e le relative difficoltà psicologiche.

Nonostante le gravissime difficoltà della sua situazione, e diversi aggravamenti della patologia, don de Moya svolge un’intensa pratica di apostolato e di annuncio della verità sulla vita e sul dolore, in particolare attraverso la redazione di alcuni siti web, tra cui: www.luisdemoya.org, www.fluvium.org, www.muertedigna. org.

Strada facendo. Un tetraplegico che ama la vita è opera densa di messaggi quali: l’aver fiducia nel disegno di Dio e il sapersi sottomettere al suo progetto, l’impegno che ogni cattolico deve sempre porre nelle cose che fa, la continua tensione a migliorarsi, a imparare cose nuove e a cercare la perfezione anche nei dettagli. Infine, il senso di fratellanza che si deve creare fra le persone credenti: ci si sente fratelli proprio perché si sa di essere figli di un unico Padre che è Dio. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per don de Moya, ed emerge pienamente nelle pagine in cui parla dell’Opus Dei, prelatura di cui fa parte e che riconosce come la sua famiglia. Molte persone di questa famiglia sono state — e sono — coinvolte nell’assisterlo e nel facilitargli tutte le attività, come per esempio muovere le braccia, le gambe, eseguire gli esercizi respiratori, o cambiare l’appoggio del corpo da una posizione all’altra. Il loro desiderio di assisterlo in ogni cosa lo fa sentire speciale, ma a volte diventa persino eccessivo per le sue attese. È puro affetto, ma alcuni che non conoscevano ancora il suo modo di essere, e altri, che non avevano alcuna esperienza nell’assistere un tetraplegico, non sempre lo aiutavano a lasciarsi aiutare. Tuttavia, come scrive don de Moya, “tutti hanno imparato dal Beato Josemaría Escrivá: “Per un malato ruberemmo un pezzettino di Cielo”” (p. 156). Non è sempre chiaro tuttavia in che cosa consista questo “pezzettino di Cielo” in ogni momento concreto: si deve imparare a scoprirlo ogni giorno.

Una delle considerazioni più significative emerse dalla sua situazione d’invalidità, e che condiziona anche la vita di relazione nelle persone sane, è il rendersi conto dell’importanza di sentirsi amato. Quest’aspetto, infatti, aiuta particolarmente nelle difficoltà. Se le persone ti vogliono bene questo è un aiuto che ti sprona a vivere e, come dice don de Moya: […] non c’è nulla che sproni tanto, che incoraggi tanto, come l’affetto” (p. 153); […] notare che mi vogliono bene mi spinge a vivere in circostanze che, senza questa carica e le mie convinzioni di fede, risulterebbero insopportabili a chiunque” (ibidem).

L’amore poi viene naturalmente ricambiato attraverso la sua dedizione all’insegnamento presso l’università di Navarra, alla pratica del sacerdozio, all’offerta dell’esempio della sua vita realizzata accettando quello che Dio ha stabilito per lui.

Don Luis de Moya, proprio perché credente, è riuscito a cogliere in quanto accaduto il volere di Dio. Forte di questa verità, è fermamente convinto che la sua salvezza e santificazione si realizzerà facendo quello che Dio ha stabilito per lui; scrive infatti: “Dopo l’incidente ho maggiore sensibilità per dare valore alla mia condizione personale e per riconoscere che qualcosa di grande, tanto al di sopra di altri modi di esistere, mi è stato dato gratuitamente: avere un destino in Dio, in funzione della mia libertà, è incredibilmente fantastico” (p. 103).

Massimo Lucchelli

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