Enzo Peserico, Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e Rivoluzione, Sugarco, Milano 2008, 248 pp., € 18,00

Alleanza Cattolica 12 anni fa
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PierLuigi Zoccatelli, Cristianità n. 346 (2008)

 

 

Enzo Peserico (1959-2008) nasce a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, il 20 ottobre 1959. Laureatosi in Giurisprudenza, nel 1986, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore del capoluogo lombardo, e in seguito collaboratore della cattedra d’Istituzioni di Diritto del Lavoro del medesimo ateneo, sin dal 1979 milita in Alleanza Cattolica, nella quale guida una unità formativa e operativa, la “croce” milanese di san Sebastiano martire. Gl’impegni familiari — sposato nel 1988, ha quattro figli —, quelli di apostolato e quelli professionali, dove si distingue come affermato consulente del lavoro, non lo distolgono dall’approfondimento culturale, al quale si applica con passione sin dagli anni universitari, consacrando la sua tesi di laurea al Sessantotto. Proprio questo snodo storico — per gl’innumerevoli addentellati che esso è in grado di evocare e che necessitano di un’approfondita messa a fuoco — costituirà negli anni a venire l’oggetto di alcuni suoi studi e interventi tematici.

Enzo Peserico muore improvvisamente, all’età di 48 anni, a Re, presso il santuario della Madonna del Sangue, in provincia di Verbania, il 1° gennaio 2008, al termine di un incontro per famiglie nell’ambito delle attività di Alleanza Cattolica, che lo stesso Peserico aveva organizzato e diretto, come sempre, in profonda amicizia e assiduo spirito cristiano, sotto lo sguardo di Maria.

Esito, come si è accennato, di una pluridecennale riflessione dell’autore, alla luce di una lettura non ideologica del Sessantotto e delle sue ripercussioni sociali, culturali e antropologiche, l’opera postuma di Peserico, Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e Rivoluzione, rivolge una particolare attenzione alle specificità e ai risvolti italiani di un fenomeno che ha avuto estensione e risonanza internazionale. Il volume si apre con una Presentazione di Marco Invernizzi, Un ricordo di Enzo Peserico (1959-2008) (pp. 7-9) — volta a presentare la vita dell’autore —, e una Prefazione (pp. 11-22) di Mauro Ronco, nella quale viene proposta una composizione di luogo sui […] frutti intossicati del 1968 [che] continuano a mietere vittime nell’Occidente che fu cristiano” (p. 11).

Nel primo capitolo — Il 1968 nel 2008 (pp. 23-29) — Peserico prende spunto da un discorso pronunciato il 29 aprile 2007 dal presidente della Repubblica Francese, Nicolas Sarkozy, durante la campagna elettorale che lo avrebbe portato all’Eliseo. Una frase e un intero discorso volti a liquidare l’eredità sociale e culturale del Sessantotto per prendere finalmen­te coscienza che “gli eredi del ’68 ci hanno imposto che non c’è alcuna differenza tra bene e male, tra bello e laido, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori” (p. 23), ma anche per constatare che gli eredi e i protagonisti del Sessantotto sono giunti e permangono in posizioni di pote­re, che la cultura di quegli anni è fieramente rivendicata da una buona parte della classe politica — non solo francese, ma anche e a maggior ragione italiana —, che i suoi epigoni e i suoi slogan sono ancora tra noi. Lo studio passa dunque ad approfondire che cosa è accaduto in quegli anni e perché, cercando di fornire priorita­ria­mente — pur nella messe d’informazioni, date e riferimenti bibliografici — un’interpretazione delle cause e delle dinamiche che hanno portato il Sessantotto, e in particolare quello italiano, a durare almeno un decennio — il cosiddetto “Sessantotto lungo”, che nel nostro Paese si è imposto fino al 1977 —, dichiarando sin dall’esordio la propria tesi: […] il Sessantotto italiano costitui­sce, per la sua durata nel tempo e per le modalità del suo svolgimento, il luogo d’incontro di una Rivoluzione culturale con l’utopia messianico-rivoluzionaria dell’arcipelago marxista, che riflette e conclude l’esperimento tragico della san­guinosa utopia ideologica del XX secolo: costruire l’uomo nuovo, il mondo per­fetto, attraverso la politica” (p. 28). Come si evince, il testo è quindi volto a inquadrare il Sessantotto nel solco di un processo storico rivoluzionario che viene da lontano e che ha conseguenze tutt’altro che secondarie anche riguardo all’attualità.

Nel secondo capitolo — Nascita di una Rivoluzione culturale (pp. 31-52) — l’autore esplora con particolare attenzione le cause prossime della serie di eventi che per consuetudine oggi definiamo “il Sessantotto”, limitandone al massimo la portata di “evento”, di deflagrazione isolata e subito soffocata, per metterne in rilievo tutti gli elementi di preparazione, così come gli elementi di continuità che porteranno alla costituzione di una galassia di gruppi e di movimenti giovanili, quindi alla nascita sia del terrorismo di sinistra, sia di comportamenti auto-distruttivi e sintomi della disperazione — quali l’uso delle droghe e il suicidio —, esercitando infine un’influenza significativa sul costume, sull’educazione, sulla vita politica e culturale, sugli atteggiamenti dell’intera società italiana, con effetti che perdurano a quarant’anni di distanza. Peserico inizia la sua analisi dal boom economico seguito alla Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), evidenziando l’incapacità della nuova società dei consumi di rispondere ad attese di profilo diverso dall’innalzamento del livello materiale di vita, peraltro ottenuto attraverso un disordinato processo d’industrializzazione e di allargamento artificioso dei consumi, e vissuto da tanti giovani con l’insoddisfazione nei confronti di un ambiente percepito come sempre più ricco di risorse materiali, ma povero di autentici valori morali e spirituali. Su questo stato d’animo agiscono negativamente alcune avanguardie culturali e artistiche — quali la beat generation negli Stati Uniti, o la Scuola di Francoforte in Europa, o ancora la psicoanalisi nella versione offerta dall’austriaco Wilhelm Reich (1897-1957) —, che diffondono nuovi costumi sessuali, l’estetica della ribellione, la prassi della contestazione e il rovesciamento dei valori sociali; si aggiungono, quindi, il movimento scaturito dalla lotta dei neri per i diritti civili negli Stati Uniti d’America, la contestazione dell’intervento militare in Vietnam, e ancora il tentativo da parte della Cecoslovacchia di prendere le distanze dall’Unione Sovietica — subito piegato dai carri armati, in pieno 1968 —, per non dire della diffusione del pensiero marxista e della socializzazione dell’ammirazione per figure di rivoluzionari esemplari quali […] il cinese Mao Zedong (1873-1976), il vietnamita Ho Chi Minh (1890-1969) e l’argentino [Ernesto] “Che” Guevara [1928-1967] (p. 38).

“Così anche in Italia, alimentata dai miti rivoluzionari comunisti e dalla critica dell’ideologia borghese, si formava nel mondo giovanile, dopo un lungo periodo di incubazione politico-culturale, un’élite dotata di ideologia, di obiettivi e di strategie di azione capace di mobilitare e di entusiasmare larghe minoranze di giovani provenienti da diversi stili di vita, mossi da un forte desiderio di cambiamento radicale e accomunati da una sommaria e confusa identità di “sentimenti e di idee” che si diffondeva in tutto l’Occidente” (ibidem). Peserico sottolinea con convinzione come gli episodi esplosivi che hanno caratterizzato il Sessantotto — la contestazione nelle università e nelle piazze, gli scontri con le forze dell’ordine, le tumultuose manifestazioni, l’occupazione degli atenei —, altro non siano che l’incendio rapido e di vasta portata che infiamma grandi quantitativi di esplosivo che si andavano accumulando da anni nella società italiana. La visione spontaneista e “gioiosa” del Sessantotto, che ancora a distanza di decenni viene trasmessa da alcuni suoi protagonisti — emblematica di questa letteratura è l’opera di Mario Capanna, Formidabili quegli anni (Rizzoli, Milano 1988) —, è assai ridimensionata dall’analisi dei fatti, così come lo è la vulgata di un Sessantotto positivo e creativo, subito soffocato da qualcosa di diverso da sé, […] un Sessantotto mitico e irripetibile, di brevissima durata, per taluni interrotto ad intra già dalle manifestazioni operaie dell’autunno del 1969, per altri spezzato ad extra dalla strage di Piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969” (p. 28).

Il Sessantotto che Peserico ricostruisce è invece il frutto di un’élite rivoluzionaria, capace d’influenzare il corpo più vasto del movimento studentesco, attraverso […] un metodo pensato e guidato da rivoluzionari di professione, che scandivano i passaggi e i risultati del sistema assembleare come una rodata macchina di produzione di decisioni già prese e di obiettivi già determinati” (p. 41). Un’élite con una strategia ben precisa: “La saldatura tra le lotte studentesche nelle università […] e quelle che si stavano preparando nelle fabbriche e che esplosero nel 1969, fu prima teorizzata e quindi cercata dai leader dei movimenti studenteschi” (p. 42). In questo risiede la specificità del Sessantotto italiano, come pure nella particolarità del quadro politico nazionale, dove — nel contesto della Guerra Fredda (1946-1991) — il Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista d’Occidente, percepisce tutta la difficoltà di un accesso al potere per via elettorale, mentre in esso è ancora vivo non solo il “mito resistenziale”, ma un articolato nucleo organizzato di militanti e di dirigenti pronti a imbrac­ciare le armi per portare a termine quel processo rivoluzionario innescato dalla Resistenza e interrotto definitivamente con le elezioni politiche del 1948, ovvero la componente che idealmente e operativamente fa riferimento al dirigente comunista Pietro Secchia (1903-1973); una componente che, come le ricostruzioni storiche più aggiornate non hanno mancato di documentare, passerà idealmente il testimone — e materialmente le armi — della Resistenza ai giovani esordienti della lotta armata negli “anni di piombo”.

I soggetti che, con diverse sfumature, tendono ad abbattere il sistema, a rovesciare l’ordine istituzionale, politico, familiare, sociale, arrivano a postulare sempre più apertamente il tema della violenza rivoluzionaria, tanto che diventa questione di come applicare questa violenza nella situazione data e non più di un quesito sulla sua eventualità: […] quanto viene rifiutato inizialmente in modo per molti istintivo, ma poi con sempre maggiore consapevolezza ideologica, è il sistema dei valori, d’istituzioni e di strutture giuridiche sul quale era stata edificata la società democratica occidentale” (p. 49). Tale rifiuto radicale oscilla fra un polo individuale — la […] rivoluzione in interiore homine […]; il tipo antropologico che l’incarna è il rivoluzionario d’elezione: “la mia vita come rivoluzione”” (p. 52) — e un polo sociale, la […] rivoluzione politica […]; il tipo antropologico che l’incarna è il rivoluzionario di professione: “la mia vita per la Rivoluzione”” (ibidem), mettendo in conto anche l’esito del terrorismo.

Il terrorismo, appunto, è l’oggetto del terzo capitolo — L’assalto al cielo: il messianismo rivoluzionario (pp. 53-64) — che compie un breve excursus delle definizioni date del fenomeno, per poi scegliere in particolare la definizione di terrorismo rivoluzionario come la più adatta a definire la frangia più violenta scaturita dal Sessantotto: “Si tratta dell’utilizzazione del terrorismo come mezzo privilegiato, da un lato, per distruggere un’organizzazione della società considerata come intrinsecamente malvagia e, dall’altro, per edificare un mondo nuovo nel quale la sconfitta del male coinciderà con la creazione di un uomo perfetto” (p. 55). In tale edificazione dell’uomo perfetto, nella sua certezza di redenzione intramondana e intrastorica, si ravvisa una deformazione della speranza religiosa in una salvezza ultraterrena che viene da Dio, impastando elementi religiosi di matrice gnostica — a questa quinta dello scenario viene non a caso dedicato ulteriormente il capitolo successivo, Il terrorismo nel messianismo rivoluzionario (pp. 65-108) — con elementi ideologici che giustificano la distruzione totale del reale onde potere finalmente edificare la società perfetta, in cui gli uomini possano superare tutti i limiti che li rendono insoddisfatti nella società attuale e, grazie a un gruppo di rivoluzionari di professione — capaci di pianificare e indicare al resto dell’umanità la società ideale —, siano trasportati — anche con la forza, ove necessario — in un nuovo mondo, completamente riscattato dai difetti della società che ci circonda.

La Rivoluzione prende il posto della Redenzione. Da questa forma mentis può scaturire il terrorismo rivoluzionario o, quando riesca a prendere il sopravvento, lo Stato totalitario. L’uno e l’altro, però, non vivono senza elevate dosi di violenza, a scopo sovversivo o “educativo”, a seconda delle circostanze. In ciò si nasconde una fiducia nella bontà originaria dell’uomo che chiaramente confligge con la consapevolezza del peccato originale e che ha origine nel […] chiliasmo — cioè il millenarismo, dal greco chilo, “mille”: la credenza nell’avvento di un radicale rinnovamento del genere umano e nell’instaurazione di uno stato definitivo di perfezione” (p. 67). In tale prospettiva, alcuni gruppi gnostici medievali, quali i catari, teorizzavano un totale amoralismo nell’intento di accelerare la liberazione dello spirito dalla materia — frutto di un cattivo Demiurgo — o, secondo altri gruppi gnostici, il ritorno di Cristo e il suo regno millenario. Qualunque sia la peculiare teologia adottata dai vari gruppi a sfondo gnostico che si sono succeduti nella storia — catari, hussiti, taboriti, gioachimiti, e così via —, le esplosioni di violenza e il sovvertimento dell’ordine costituito rimangono una costante. Particolarmente nel quarto e nel quinto capitolo dell’opera, Peserico ricostruisce i passaggi che portano dal messianismo religioso di matrice gnostica alla sua immanentizzazione nella pratica rivoluzionaria, prima della Rivoluzione Francese, poi dei movimenti rivoluzionari e totalitari dei secoli XIX e XX, quindi del terrorismo durante gli “anni di piombo”: si tratta della medesima aspirazione alla tabula rasa, al distruggere per poter ricostruire l’uomo nuovo, secondo i princìpi dettati dalle avanguardie rivoluzionarie, che diventano gli unici arbitri e giudici dell’ortodossia.

Non esistono dunque princìpi da difendere al di fuori della Rivoluzione, né atti in sé morali o immorali: è morale tutto quanto serve alla Rivoluzione, in un’identificazione totale fra etica e prassi politica. “Possiamo così mettere a fuoco le due caratteristiche costanti del messianismo rivoluzionario […]. La prima caratteristica è l’utopia […]: essa origina, come si è detto, dalla profonda convinzione dello gnostico che sia possibile salvarsi dal male del mondo, perché il male non è nell’uomo, ma è prodotto dalla struttura sociale intrinsecamente deficiente […]. La seconda caratteristica è l’ideologia: lo gnostico è convinto di possedere la tecnica che condurrà l’uomo dal mondo malvagio all’utopia. Essa trasformerà il mondo e insieme l’uomo stesso. Viene elaborata a tal fine l’ideologia, […] una vera e propria religione secolarizzata” (pp.105-106).

Nel quinto capitolo — Il terrorismo rivoluzionario nell’esperimento del Sessantotto (pp. 109-136) — l’autore mostra come il Sessantotto italiano si richiami al modello di violenza rivoluzionaria già sperimentato durante la Rivoluzione Francese — appositamente è più volte evocato lo storico e sociologo francese Augustin Cochin (1876-1916), che nel suo studio Lo spirito del giacobinismo. Le società di pensiero e la democrazia: una interpretazione sociologica della Rivoluzione francese (trad. it., Bompiani, Milano 1981) […] definisce i tre momenti del processo rivoluzionario francese come socializzazione del pensiero, o stato filosofico; socializzazione della volontà, o stato politico, e socializzazione dei beni, o stato rivoluzionario propriamente detto” (p. 111) —, ripercorrendone le tre fasi caratterizzanti attraverso un itinerario derivato da uno studio del sociologo patavino Sabino Acquaviva: “Tutto è accaduto in tre fasi che riguardano l’evoluzione di tutta la società italiana: la prima è stata quella della disgregazione dei valori dominanti, che abbiamo vissuto in questi dieci-venti anni; la seconda fase è stata quella dell’aggregazione di tipo ideologico dei movimenti politico culturali in cui cresce l’ideologia della guerriglia e del terrorismo; la terza è quella che definirei di guerriglia diffusa: cioè una fase rivoluzionaria verso la quale andiamo” (Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia. Ideologia, fatti, prospettive, Rizzoli, Milano 1979, p. 17).

Il processo passa attraverso la socializzazione del pensiero unico e la “non agibilità” politica — ma non di rado anche fisica — del dissenso. “La diffusione degli schemi ideologici del Sessantotto, attraverso la socializzazione del pensiero, produce nel tempo una tale misura di odio collettivo da rendere il minimo pretesto sufficiente a scatenare la violen­za e da trasformare il più vile atto terroristico in una pratica di giustizia” (p. 116): si giunge così coerentemente — anche se non necessariamente — dalle assemblee diffuse del Sessantotto alla “critica delle armi” del decennio successivo. In questo quadro viene letta una lunga serie di eventi che va dall’esperimento dell’”università negativa” presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento, nel 1967, passando per la nascita di Potere Operaio, nel 1967, del Collettivo Politico Metropolitano e di Lotta Continua, nel 1969, fino alla nascita delle formazioni terroristiche vero nomine, come i Gruppi di Azione Partigiana dell’editore milanese Giangiacomo Feltrinelli (1926-1972), nati nel 1969, le Brigate Rosse, sorte nel 1970, i Nuclei Armati Proletari (1974), Prima Linea (1976), ovvero quel baratro di odio e violenza che […] negli anni 1970 […] assume proporzioni impressionanti, sia per il numero di giovani terroristi “prodotti”, che per la quantità e la qualità delle azioni delittuose: dal 1969 al 1986 sono morte in episodi terroristici 415 persone, e 1181 sono state ferite” (p. 110).

Nel sesto capitolo — L’”altro” Sessantotto e il terrorismo nero (pp. 137-150) — e nel settimo — Il Sessantotto e la disfatta dei cattolici (pp. 151-156) — l’autore delinea le posizioni assunte da quanti in Italia si posizionavano alla destra dello schieramento politico, fino alle frange estreme e radicali di questa opzione, e dai cattolici. Fra i primi, non pochi praticarono “il neo-terrorismo nazionalrivoluzionario” (p. 145), con la precisazione che […] un duplice aspetto […] caratterizza” (p. 143) questa generazione del “terrorismo nero”: “essa non si basa su un’ideologia di tipo messianico-rivoluzionario […]; nessun filone culturale della destra esprime precise dottrine e prassi della lotta politica. Perciò, molto spesso, i gruppi si aggregano non sulla base di una strategia in qualche modo studiata e ragionata, ma si fondano sul primato della prassi fascisticamente intesa, ossia dell’azione vitalistica e, in quanto tale, ipotizzata come sempre positiva” (ibidem). Il mondo cattolico, invece, alla prese con la crisi seguita al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), […] frastornato dall’”aggiornamento” conciliare e soffocato politicamente dall’egemonia democristiana, si lascia sedurre dall’utopia marxista: i suoi quadri dirigenti abbandonano in larga parte la Chiesa e la base giovanile finisce in buon numero a ingrossare le fila dei rivoluzionari di professione” (p. 155). Il movimento cattolico, pertanto, […] perde nel Sessantotto un’occasione storica: di fronte alla debolezza della cultura liberal-illuministica e all’aggressione intellettuale e politica della rivoluzione marxista, rinuncia a prendere l’iniziativa ed entra a sua volta “in crisi”, perde la memoria dell’originale pensiero cristiano, abbandona la dottrina sociale della Chiesa e diventa subalterno all’analisi sociale marxista, assumendo un atteggiamento di inferiorità culturale che ancora oggi produce i suoi effetti desolanti. Il Sessantotto diventa così, per i cattolici, una grande occasione perduta” (ibidem).

Nell’ottavo capitolo — Gli “anni del desiderio e del piombo” fra “disincanto” e “reincanto” (pp. 157-167) — Peserico parte dalla data che indica l’ideale, nonché tragica, conclusione del “Sessantotto lungo” italiano, il 1977, non a caso immediatamente anticipatrice di quella che sarà la stagione più cruenta e drammatica degli “anni di piombo” nel nostro Paese, quando sullo scenario internazionale s’inizia a prendere atto del “disincanto” prodotto dalla sempre più diffusa coscienza degli orrori del socialismo reale — nell’Unione Sovietica, ma anche in Vietnam, in Cambogia e altrove —: il crollo di molti miti che sostenevano la rivolta, la sensazione che rimanesse in piedi solo la pars destruens — “abbattere il sistema” —, senza più alcun progetto di mondo nuovo verso cui tendere. Ne è scaturita una disarticolazione dei comportamenti privati e collettivi: […] il terrorismo, la libertà di drogarsi, di abortire, di darsi la morte con l’eutanasia, la pretesa di annullare la sessualità annullando le differenze di genere, costituiscono la moneta con la quale è stato ripagato il desiderio di una vita buona” (p. 160). Il Sessantotto ha così mostrato il suo volto di compimento della modernità e non di rivolta contro di essa: […] lo svuotamento interno del principio di autorità, […] la sostituzione dell’”abito” e della “divisa” con un modo di vestire uniformante e casual“, l’oscuramento del valore della sessualità, insidiato dalla sessuofobia del rigorismo protestante e rapidamente trasbordato al libertinismo […] non costituiscono una rottura con il pensiero dominante ma la coerente fase successiva al predominio in Occidente del pensiero laicista dell’epoca borghese” (p.161).

Ma è sulle note di una “speranza ritrovata” (p. 162), successiva alla crisi della modernità e alle teorizzazioni che di questa modernità avevano profetizzato il “nocciolo duro” — il “disincanto” del mondo, l’ideologia secolarizzatrice come tentazione e processo di allontanamento dalle verità naturali e religiose —, di cui il Sessantotto è stato un “epifenomeno caldo”, che Peserico termina la propria ricostruzione e analisi, constatando non solo come tali prospettive abbiano evidenziato un’intrinseca fallacia, ma verificando nel reale autentici segni di “re­incanto”, particolarmente dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989. “La riflessione, senza occhiali ideologici, sugli “anni del desiderio e del piombo”, che caratterizzano la storia italiana dell’ultima parte del XX secolo, mostra la continuazione della straordinaria “lezione italiana”: da un lato il Sessantotto, compiuta la Rivoluzione culturale in nome della negazione dell’autorità, falsifica il desiderio di giustizia e di felicità delle giovani generazioni e si suicida negli esiti della cultura della morte, con il terrorismo, il diritto all’aborto, l’annientamento attraverso l’eutanasia e la libertà di droga; dall’altro, l’Italia del post-1989 riscopre ancora una volta l’esistenza di un popolo, non di tutto un popolo ma di una parte significativa, anche numericamente, di un “Paese reale” non rappresentato dall’intellighenzia che occupa i poteri politici, economici e mass­mediatici” (p. 165). Fra questi segnali, l’astensione al referendum del 2005 sulla legge in materia di procreazione artificiale, il Family Day del 12 maggio 2007, un praticabile risveglio religioso e identitario: un risveglio del “reale” contro l’utopia, cioè un ritorno alla speranza, cristianamente intesa.

Il testo si arricchisce di due Appendici — una preziosa Cronologia 1968-1978 (pp. 171-196) e la ripresa di un’emblematica intervista rilasciata al quotidiano Avvenire, il 2 febbraio 1984, da un protagonista degli “anni di piombo”, Io, Marco Barbone (pp. 197-220) —, e si conclude con una dettagliata Bibliografia (pp. 221-230).

PierLuigi Zoccatelli

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