Errico Passaro e Marco Respinti, Paganesimo e cristianesimo in Tolkien. Le due tesi a confronto, Il Minotauro, Frascati (Roma) 2004, pp. 216, € 14,50

Alleanza Cattolica 14 anni fa
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Giovanni Milano, Cristianità, 334 (2006)

 

 

Paganesimo e cristianesimo in Tolkien. Le due tesi a confronto è opera a due mani, articolata in altrettanti contributi: Il paganesimo in Tolkien (pp. 9-109) e Tolkien cristiano, Tolkien cattolico (pp. 111-210).

Il primo è di Errico Passaro, romano, laureato in Giurisprudenza, pubblicista e ufficiale dell’aeronautica, che ha edito circa novecento fra saggi e recensioni sul genere fantastico; autore di cinque romanzi e di oltre sessanta racconti, è specializzato nella tematica relativa all’opera di John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) collocandosi in una posizione intermedia fra quella dell’appassionato e quella del critico distaccato.

Il secondo contributo è di Marco Respinti, milanese, giornalista e saggista, collaboratore di varie testate nazionali e redattore de il Domenicale. Settimanale di cultura. Ha curato l’edizione italiana del saggio di Colin Duriez, Tolkien e il Signore degli Anelli. Guida alla Terra di Mezzo (Gribaudi, Milano 2002).

Premesso che la biografia di Tolkien non lascia adito a dubbi circa la sua visione del mondo cristiano-cattolica, Passaro pone il problema dell’effettiva corrispondenza dell’opera d’arte con la coscienza razionale dell’autore. Nel testo potrebbero infatti essere presenti “idee e concezioni sconosciute allo stesso autore, almeno a livello conscio” (p. 14).

In quest’ottica Passaro affronta temi […] che assumono diversa colorazione a seconda che li si riguardino da un’ottica cristiana, pagana o mista: la storia, il destino, la religione, la magia, la morte, l’eroismo, la giustizia” (p. 12).

Il Signore degli Anelli è un libro di “storia” costituito da storie legate fra loro e al corso del tempo. La metastoria che si svolge nel “mondo secondario” (p. 21) della Terra di Mezzo non è costituita da una semplice catena di eventi, ma risponde a “un piano divino” (p. 21) alla cui realizzazione concorrono più o meno consapevolmente uomini, elfi, nani e hobbit.

Per Tolkien “la cosmogonia è Storia nel senso più puro e squisitamente religioso del termine” (p. 23). In principio la Storia è in armonia con la Creazione, ma subito s’inserisce il presagio di un futuro decadimento. Questa concezione è presente sia in ambito cristiano con il peccato originale e la cacciata dall’Eden, che in ambito pagano con il mito dell’Età dell’Oro. Secondo Passaro l’opera tolkieniana contiene questo elemento, pur non costituendo né una parafrasi della Bibbia, né un sincretismo di miti pagani.

Altre significative differenze rispetto alla Rivelazione cristiana si evidenziano nel fatto che ne Il Signore degli Anelli non viene adombrata la fine del mondo ed è assente un messia che ristabilisca una Nuova Alleanza.

Per quanto concerne il concetto di “libero arbitrio” (pp. 29-31), Passaro sostiene che i buoni accettano l’esistenza di un disegno provvidenziale al quale partecipano con le proprie scelte personali mentre i servi del male, veri “signori del libero arbitrio” (p. 30), non si avvedono dell’esistenza di un piano provvidenziale e, quando lo colgono, si ribellano a esso.

Per quanto riguarda il concetto di destino, nel testo coesisterebbero due concezioni: la Provvidenza cristiana tipica degli hobbit e il fato pagano a cui tentano di ribellarsi uomini, elfi e nani.

Tolkien avrebbe riunito in un unico disegno la concezione cristiana della Provvidenza e la nozione pagana di Fato.

È inoltre completamente assente una religione con sacerdoti, libri sacri e culti e con gli elementi tipici delle religioni: preghiera, liturgie, sacramenti, icone, canoni e dottrine, dogmi e comandamenti. Non è inoltre presente alcuna tradizione orale che rimandi a una qualsiasi realtà trascendente.

Non sono presenti profeti, lo stesso Gandalf non ha precognizione degli eventi e non annuncia la venuta di un Messia.

Alla luce di queste considerazioni Passaro ritiene che i critici cattolici abbiano talvolta ecceduto nell’identificazione dei protagonisti del romanzo con i personaggi biblici. Quindi, pur non escludendo la presenza nell’opera di un immaginario cristiano, ritiene che questo si armonizzi con una preminente componente pagana.

Secondo Passaro l’attraversamento della soglia del mistero contraddistingue l’esperienza magica tipica del paganesimo e, a suo giudizio, la quantità di magia intesa come espressione dell’essere eccede nel testo quella di religione.

Egli sostiene che la stessa quest di Frodo costituisce un percorso iniziatico dove magia e religione sarebbero complementari, infatti […] dove non giunge l’iniziazione magica di Frodo, soccorre la potenza provvidenziale di Iluvatar” (p. 48).

La magia costituirebbe un’“azione religiosa” (p. 50) e un mezzo attraverso il quale si compie il disegno della Provvidenza. Passaro sostiene che la prospettiva cristiana è passiva in quanto caratterizzata da una fede che tutto accetta in una prospettiva escatologica.

Viene poi esaminato il tema della morte intesa come “dono di Iluvatar” (p. 52); proprio la morte costituirebbe un parziale punto di contatto fra la visione cristiana e quella pagana. La morte non è la fine di tutto, il non essere, ma il passaggio a una nuova esistenza […] a cui l’esperienza mondana predispone fra atti di grazia e di eroismo” (p. 53).

Quindi Passaro affronta il tema dell’eroismo esaminando i pareri critici su tale aspetto. Dall’esame emerge che nel testo coesisterebbero due forme di eroismo, uno “attivo ed affermatore” (p. 61), tipico del paganesimo, e uno “passivo e negatore” (p. 62), ascrivibile al cristianesimo. Nella visione cristiana la virtù consisterebbe nel non appartenere al male e nel farsi strumento della Provvidenza.

Non vi è tuttavia contrapposizione fra le due concezioni in quanto lo scopo è comune: permettere a Frodo di distruggere l’Anello. Ed è proprio Frodo il modello dell’eroe in senso cristiano poiché cristiane sono le sue virtù: pietà, compassione e capacità di perdonare le offese ricevute.

Anche una diversa concezione della giustizia distinguerebbe paganesimo e cristianesimo. Per il paganesimo la giustizia consiste nell’affrontare — nel senso di capire e di realizzare — il fato con onore, mentre in ambito giudaico -cristiano il fine della giustizia consiste nel ricusare il male. Secondo Passaro Tolkien realizza una sintesi fra le due concezioni, che supera la loro semplice somma.

Benché il senso dell’onore possa essere fatto proprio anche dal cristianesimo, secondo Passaro esso affonderebbe le proprie radici nel senso del sacro tipico del paganesimo e nella morale guerriera. Espressione tipica della mentalità pagana: rispetto della parola data alla comunità, assunzione di responsabilità, difesa a oltranza di un impegno nei confronti della famiglia, del clan e della Patria. In tale contesto la guerra non è demonizzata, ma accettata come un evento naturale, come lo strumento primario per risolvere i conflitti; il senso dell’onore è il riferimento etico di ogni soggetto che debba affrontare un conflitto.

Vengono poi esaminate alcune letture ideologiche del capolavoro di Tolkien, considerandone i punti di contatto, quali a esempio una sorta di ecologismo ante litteram.

Secondo Passaro la distinzione fra cristianesimo e paganesimo non ha assunto colorazioni politiche: la lettura cristiana infatti è presente in modo trasversale a destra, nell’area “centrista” e fra i critici laici.

La conclusione cui Passaro giunge è che le due letture hanno pari dignità, benché le tracce della religiosità pagana siano più rilevanti e inequivocabili.

Respinti avvia la propria analisi premettendo che il cristianesimo di Tolkien non dev’essere dimostrato, ma solamente raccontato. Tre sono i concetti che permettono di comprendere pienamente il significato della sua opera: la creazione di un “mondo secondario”, l’eucatastrofe e l’idea secondo cui “il mito è divenuto un fatto” (p. 115).

Certamente il cristianesimo costituisce uno dei tratti prevalenti della personalità di Tolkien. La sua biografia evidenzia questo aspetto: si pensi al peso avuto dalla conversione al cattolicesimo della madre, Mabel Suffield (1870-1904), e alla figura del padre oratoriano Francis Xavier Morgan (1851-1927), tutore di Tolkien dopo la morte della madre.

La biografia dimostra che egli era profondamente cattolico, certamente conscio delle proprie mancanze, e proprio per questo profondamente legato ai sacramenti, in particolare alla Confessione e all’Eucaristia. Una tale fede non poteva non lasciare traccia nella sua creazione artistica.

Nonostante ciò Il Signore degli Anelli ha subito numerosi tentativi di distorsione finalizzati all’appropriazione ideologica del testo. Negli Stati Uniti d’America divenne un manifesto della protesta hippy, in Italia prevalse la lettura cripto-fascista, ma non mancano visioni neopagane, gnostiche o esoteriche.

Occorre peraltro considerare che la critica più seria in lingua inglese non ha conosciuto queste letture ideologiche, assolutamente non giustificabili alla luce della biografia e degli altri scritti dell’autore.

La cultura cattolica italiana, in parte succube della cultura di sinistra, è stata talvolta vittima di false interpretazioni e non ha saputo o voluto contrastare il falso mito di Tolkien fascista e neopagano. Così l’enorme patrimonio costituito dalla sua opera le è stato sottratto per decenni. In realtà egli fu espressione della vera destra alternativa a tutti i dispotismi di ogni colore. Non si è dunque compreso il cattolicesimo integrale di Tolkien da cui emerge una concezione della società e della politica; in questo senso il suo “medievalismo” costituisce un riferimento culturale, ma anche sociale e politico alla Cristianità.

Per quanto concerne la tradizione cavalleresca essa è certamente un prodotto della Cristianità, ma occorre distinguere fra etica cristiana e medievalismo romantico. Tolkien è certamente lontano dalla concezione romantica del cavaliere: la figura di Boromir, figlio di Denethor, Sovrintendente di Gondor, lo dimostra. Egli è un uomo ricco d’umanità: non privo delle debolezze umane egli cade e pecca ma, riconoscendo il proprio errore, si riscatta sacrificandosi per difendere i propri amici. Boromir e Aragorn rappresentano degnamente le caratteristiche del cavaliere e del re giusti mentre non incarnano affatto la concezione pagana che esalta “l’onore fine a se stesso e la lotta contro il fato ineluttabile e rio” (p. 152).

In merito alla religione è noto che nelle opere di Tolkien non è presente alcun atto di adorazione a Dio, ma Dio è presente in modo esplicito ne Il Silmarillion e implicitamente ne Il Signore degli Anelli. L’universo tolkieniano è dunque regolato da Dio e al di sotto di Lui dalle potenze angeliche dei Valar: si tratta certo di un mito, ma fondamentalmente rispettoso della verità. La morale che vige nella Terra di Mezzo non differisce infatti da quella del mondo primario e le creature buone agiscono in base a una morale che è implicitamente cristiana.

Un altro significativo aspetto dell’opera esplorato da Respinti è quello ascrivibile alla cairologia, ovvero alla qualità del tempo: gli eventi più importanti del romanzo, ossia la partenza della Compagnia dell’Anello da Rivendell e la distruzione dell’anello hanno luogo in due date emblematiche: il 25 dicembre e il 25 marzo.

Il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione e del concepimento di Nostro Signore, coincide con la distruzione dell’Unico Anello e segna l’inizio dell’era degli uomini. Il senso della Grazia pervade dunque tutta l’opera e la “verità fittizia” (p. 162) è irrorata dalla “verità vera” (p. 162).

Palesemente infondate risultano le accuse di manicheismo gnosticheggiante: infatti nessun personaggio, compreso Sauron, “uno spirito angelico decaduto” (p. 161), è malvagio sin dall’inizio. Dio crea liberamente dal nulla, in lui libertà e volontà coincidono, il male non è creato da Dio, esso è privazione, perversione, negazione, ribellione e distruzione dell’essere, per questo la sua potenza è inferiore a quella del bene.

Circa il concetto di tradizione occorre ricordare che per Tolkien essa non è il corpo cristallizzato e immutabile dei laudatores temporis acti neopagani, bensì la traditio, che consiste nel tramandare innovando.

Anche il politeismo è assente: infatti nel Legendarium non troviamo traccia del pantheon pagano, Eru Iluvatar è l’unico, non un Dio supremo, ma l’unico Dio mentre gli Ainur sono creature angeliche generate dal pensiero di Dio e non dei, anche se gli uomini li hanno talvolta creduti tali.

Il monoteismo è certamente un’esigenza della ragione e un anelito del cuore, tuttavia per lungo tempo le religioni sono state politeiste. Tolkien riteneva che le antiche mitologie, cosmogonie e teogonie costituissero il racconto poetico di un fatto certo. L’Incarnazione di Cristo non le abroga, ma le nobilita rendendo palese il senso di attesa che le caratterizza. Il logos dei greci e il mito dei gentili si sono incarnati nel Cristo dei profeti che ha dato un senso alla storia. Quindi gli dei sono stati tali solo nel mondo della “verità fittizia” (p. 162) e ciò non crea scandalo per chi sa che Cristo è la “verità vera” (p. 162). Gli dei pagani altro non erano che potenze angeliche, quindi l’errore del paganesimo consiste nell’aver creduto che la “verità fittizia” dei miti coincidesse con la “verità vera”.

La magia è un ingrediente comune nei miti e la sua presenza potrebbe far pensare a una caratterizzazione neopagana dell’opera e dei personaggi. Tolkien afferma il contrario: la magia intesa come “Macchina” (p. 177) consiste nell’utilizzo di mezzi esterni in alternativa allo sviluppo dei talenti, oppure nell’uso di questi ultimi per imporsi con la forza sugli altri.

Invece, praticata dagli elfi, la […] “magia” è Arte” (p. 178), è intesa come suprema capacità poietica che rende la creatura simile al creatore e quindi non mero esercizio di potere.

La magia, arte oscura, praticata dalle forze del male, può solamente distruggere e ha come fine il possesso. Non esistono dunque una magia buona e una magia cattiva, secondo la lettura neopagana: la magia è tutta cattiva, essa è volontà di potenza e pretende di rifare la Creazione giudicandola sbagliata.

L’assenza della magia ha per conseguenza l’assenza di maghi e di stregoni: lo stesso Gandalf è una creatura angelica inviata dai Valar per portare conforto e consiglio, un emissario dei Signori dell’Occidente; sempre rispettoso della libertà altrui, egli non agisce in vece degli altri forzando la realtà.

La dimensione cristiana è profondamente radicata nel testo; lo stesso Tolkien lo afferma in una lettera inviata al gesuita e amico di famiglia Robert Murray, nella quale scrive: Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione” (cit. p. 197). L’adesione al cattolicesimo gli ha permesso di scrivere un’opera profondamente cattolica anche senza averne l’intenzione e senza rendere esplicita tale caratteristica. L’ambientazione, la trama, i personaggi, il tono, l’ethos e il simbolismo sono cristiani ed è lo stesso autore che afferma: […] il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini” (cit. p. 198).

Respinti affronta poi il concetto di eucatastrofe, ossia il capovolgimento felice che non può mancare in una fiaba: l’intensa gioia che ne deriva dipende naturalmente dalla possibilità della discatastrofe, ossia del dolore e del fallimento. In sostanza “quella Gioia […] intensa come il dolore” (p. 206) contraddistingue le vere fiabe e contiene “un’eco distante dell’evangelium nel mondo reale” (p. 206).

I Vangeli contengono infatti tutti gli elementi delle fiabe e dei miti, essi costituiscono “la più grande e più completa eucatastrofe” (p. 207). La “storia” narrata dai Vangeli è vera e la sua Arte ha il tono convincente dell’Arte primaria, ossia della Creazione. La gioia cristiana “suprema” (p. 208) e “vera” (p. 208) nasce dunque dalla consapevolezza che il racconto evangelico è vero, che esso appartiene al mondo primario.

Dunque, “l’arte ha avuto la sua verifica. Dio è il Signore, degli angeli e degli uomini — e degli elfi. La Leggenda e la Storia si sono incontrate e fuse” (p. 208). L’evangelium non ha abrogato le leggende, ma nel lieto fine le ha santificate, in esso “verità fittizia” e “verità vera” s’incontrano perché il mito si è fatto carne.

Tutta l’opera è basata su amor, pietas, e charitas, oltre che sul coraggio e sulla fortezza” (p. 208), la sua creazione letteraria non è fattuale ma è reale perché creata da un uomo che, in quanto tale, partecipa della facoltà creatrice di Dio.

Il Signore degli Anelli si conclude con la sconfitta di Sauron e con l’inizio dell’era degli uomini, nel mondo la “verità fittizia” lascia il posto alla “verità vera” e un giorno, proprio dagli uomini, verrà la Salvezza.

Giovanni Milano

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