Fiume e Woodstock due facce della stessa Rivoluzione

Lo sballo e l’anarchismo come ricetta di vita, e un filo rosso che inquieta
Salvatore Calasso 10 mesi fa
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di Salvatore Calasso

Quest’anno si celebrano due anniversari: i cento anni dell’impresa di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio (1863-1938) e i cinquant’anni del festival musicale di Woodstock. Sembrano due eventi distinti e distanti, eppure li lega un filo sottile: sono eventi “rivoluzionari”. Si sono realizzati entrambi in periodi di grandi sconvolgimenti sociali: il primo, dopo la Prima guerra mondiale (1914-1918), che decretò la fine degli ultimi imperi multinazionali, vestigia di un modo di concepire lo Stato in cui popoli diversi coesistevano, sostituiti da nuovi Stati-nazione che invece soffocano al proprio interno le minoranze non appartenenti all’“etnia” maggioritaria; il secondo, nel pieno della “rivoluzione culturale” del 1968 – il cosiddetto “Sessantotto” —, di cui divenne uno degli eventi simbolo. Il primo ebbe come protagonista un artista geniale e poliedrico quale D’Annunzio, che fece dell’impresa fiumana il proprio capolavoro; del secondo fu protagonista l’arte del rock, colonna sonora di tre giorni di «pace, amore e libertà» in cui tutti i freni inibitori scomparvero in un miscuglio libertario di sesso, droga e musica.

D’Annunzio si pose a capo di un gruppo di “legionari” — partiti da Ronchi, in Friuli, il 12 settembre 1919 — cui presto si unirono truppe regolari, per andare a conquistare la città “irredenta” di Fiume, in Istria, il cui possesso era stato inutilmente rivendicato dalla delegazione italiana alla Conferenza di pace di Parigi di quello stesso anno, convocata per affrontare il dopoguerra. La milizia dannunziana riuniva, in un melting pot davvero ante litteram, personaggi molto diversi ed eterogenei: reduci di guerra, nazionalisti, nullafacenti in cerca di gloria, Arditi, sindacalisti rivoluzionari, garibaldini.

Vi erano anche intellettuali, come gli aderenti al movimento futurista. Il governo provvisorio di Fiume, in carica fino al 28 dicembre 1920, elaborò una sorta di costituzione, la Carta del Carnaro, di stampo libertario e socialisteggiante, dovuta alla penna del sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris (1874-1934) e curata nello stile dallo stesso D’Annunzio. Significativo è l’Articolo 14, che recita: «la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà».

Questo periodo fu un singolare esempio di vita libertina. A Fiume venne legalizzato il divorzio. L’omosessualità e il libero amore vennero praticati apertamente. Si faceva ampio uso di droghe e il clima che si respirava era quello di una festa perenne. Il governo fiumano sostenne valori completamente contrari a quelli tipici della tradizione italiana e dunque la città istriana divenne un punto di raccolta degli intellettuali antagonisti, mettendo in scena un esperimento avanguardistico in cui forgiare l’«uomo nuovo».

Lo Stato Libero del Carnaro fu il primo a riconoscere la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e la sua legittimità. Dopo la firma del Trattato di Rapallo, il 12 novembre 1920, che definiva Fiume Stato libero e che d’Annunzio non accettò, il 26 dicembre le truppe italiane attaccarono la città e il Vate dovette arrendersi.

A cinquant’anni di distanza, nel 1969, dopo lo scoppio della rivoluzione culturale del Sessantotto, avvenne l’evento simbolo di quella stagione. Dal 15 al 18 agosto, a Bethel, cittadina rurale nello Stato di New York, si svolse il Woodstock Music and Art Fair, una rassegna rock emblema di un’epoca. Racchiuse in sé lo spirito di una “rivoluzione” i cui protagonisti furono la musica e il movimento hippy, che, in quel periodo dilagava tra i giovani statunitensi.

Woodstock attirò circa mezzo milione, mandando nel caos una contea intera.

Gli hippy distrussero le cancellate e fecero irruzione nell’area del concerto, costringendo gli organizzatori a renderlo gratuito. Tutto terminò e culminò con l’esibizione del chitarrista statunitense Jimi Hendrix (1942-1970), diventato l’icona l’evento per la celebre versione dell’inno degli Stati Uniti d’America eseguito alla chitarra elettrica: i suoni distorti, dissonanti, stranianti erano una chiara protesta contro la politica di Washington, la Guerra del Vietnam (1955-1975) e la repressione delle manifestazioni contro-culturali giovanili. Nell’area del concerto vi era uno stagno dove il pubblico si immergeva nudo poiché in questo modo si vissero quelle giornate, superando ogni limite.

Woodstock fu insomma il regno della libertà senza freni, dell’anarchia e della promiscuità. La kermesse si svolse in uno scenario surreale, con scarsissime condizioni igieniche e di sicurezza, in un inferno di sporcizia, condito da dosi enormi di cannabis e di Lsd. Tutto quanto fosse commestibile era infatti coperta da questa droga, persino i cubetti di ghiaccio. C’erano tende dell’infermeria strapiene di persone drogate o ubriache che andavano in overdose o che vomitavano ovunque. Il cibo era poco, ma in compenso abbondava il fango causato dalle piogge, nel quale peraltro molti si rotolovano.

Al festival parteciparono alcuni degli artisti più famosi dell’epoca, da Joan Baez a Carlos Santana, da Janis Joplin (1943-1970) ai Grateful Dead e poi gli Who, i Jefferson Airplane, il gruppo Crosby, Stills, Nash & Young. Molti musicisti si esibirono in uno stato alterato e in preda alle allucinazioni. Alla fine si contarono due morti, uno per overdose e l’atro schiacciato accidentalmente da un trattore. Circa 4mila persone furono soccorse per ferite, per malattie o per problemi legati all’alcol e alla droga. Ci fu almeno una nascita, insieme ad alcuni aborti.

Con quella tre giorni Woodstock volle essere la dimostrazione che la musica poteva cambiare il mondo e che lì era presente il nuovo popolo americano: una massa festante, allucinata, discinta di persone. Come la musica cambiò i costumi dei giovani americani lo dimostra la riedizione del festival nel 1999: durante il concerto dei Limp Bizkit si verificò uno stupro di gruppo e mentre la band suonava Break Stuff la folla cominciò a picchiarsi e a distruggere il palco. Durante l’esecuzione di Under the Bridge dei Red Hot Chili Peppers, invece, una veglia per protestare contro le armi da fuoco si trasformò in un incendio doloso. L’evento si concluse con 44 arresti.

Cosa lega i due avvenimenti apparentemente così diversi? Uno è la prosecuzione dell’altro. Il primo innalza una bandiera, quella dell’uomo «rifatto intiero dalla libertà», l’altra la raccoglie e la rende di massa.

Tutte e due volevano portare alle estreme conseguenze una rivoluzione che ha l’obiettivo di cambiare l’uomo, renderlo libero, farlo ritornare al giardino dell’Eden da cui un “Dio cattivo” l’aveva scacciato. I risultati di questa rivoluzione sono sotto gli occhi di tutti. L’uomo «libero» è un uomo solo, senza legami, in preda agli istinti che ne fanno un selvaggio non sempre buono.

Martedì, 24 settembre 2019

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 Salvatore Calasso

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