Francesco Pappalardo, L’Unità d’Italia e il Risorgimento, D’Ettoris, Crotone 2010, pp. 76, € 7,90

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Paolo Martinucci, Cristianità 365 (2012)

 

Il centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia ha offerto l’occasione per una rivisitazione della storia patria, anche con la pubblicazione di numerose opere che, non limitandosi alla semplice presentazione dell’evento, hanno illustrato, spesso acriticamente e con grande enfasi, le gesta dei protagonisti dell’unificazione nazionale, il loro pensiero e l’azione di governo della classe politica liberale.

Il saggio di Francesco Pappalardo, L’Unità d’Italia e il Risorgimento, che ha per oggetto il periodo compreso fra il Congresso di Vienna (1814-1815) e la forzata annessione di Roma al Regno d’Italia, nel 1870, è invece lontano da ogni forma di retorica e dalla tradizionale vulgata risorgimentale. L’autore, socio benemerito di Alleanza Cattolica, del cui organo ufficiale, Cristianità, è direttore editoriale, e presidente dell’IDIS, l’Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale, di Roma, ha pubblicato diversi saggi su questo periodo storico, fra cui Il brigantaggio postunitario. Il Mezzogiorno fra resistenza e reazione (D’Ettoris, Crotone 2004); Il Risorgimento (Quaderni del Timone, Art, Novara 2010); e Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia (Sugarco, Milano 2010; cfr. la mia recensione in Cristianità, anno XXXIX, n. 360, aprile-giugno 2011, pp. 69-74). È pure curatore, con Oscar Sanguinetti, e coautore di 1861-2011. A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia. Quale identità? (Cantagalli, Siena 2011).

Nella Premessa (pp. 7-9) viene introdotta la distinzione fra l’Unità, un fenomeno di natura politica, necessario a causa della situazione internazionale del tempo, che relegava i piccoli Stati italiani in un ruolo di sempre più difficile sopravvivenza, e il Risorgimento, fenomeno eminentemente culturale e finalizzato a “modernizzare” il Paese, considerato pregiudizialmente arretrato.

Il capitolo primo, La nazione Italia (pp. 11-17), si sofferma, invece, sulla distinzione fra la nazione — l’insieme delle persone che hanno in comune delle caratteristiche di una certa rilevanza, quali la storia, la lingua e la cultura, dunque un’identità riconosciuta e fondante i legami sociali e civili — e lo Stato, cioè la struttura politica della società, che può includere anche più nazioni, così come esistono nazioni divise in più Stati.

La nazione italiana, nata nel contesto della Cristianità occidentale ed erede della tradizione romana, si è formata “in un complesso mosaico di lingue e di stirpi” (p. 12), pur con una “complessiva unità di caratteri” (ibidem), e presenta una grande varietà istituzionale: grandi regni e principati regionali, repubbliche aristocratiche e repubbliche “marinare” e “commerciali”, nonché una monarchia elettiva come lo Stato Pontificio, tutti caratterizzati da un elevato livello di vita morale e civile, e le cui relazioni erano mediate dalle due grandi realtà sovranazionali, la Chiesa e l’Impero.

La pace di Lodi del 1454 definisce le basi di un equilibrio che costituirà “l’embrione di un assetto confederale […] nella rafforzata consapevolezza di una “comunità di destino” della nazione” (p. 15). Gl’italiani, infatti, trovano l’unità di fronte al comune nemico islamico: gli Stati maggiori operano accanto a quelli più piccoli, che assumono iniziative ed esercitano la loro influenza attraverso le capacità militari dei propri sovrani-condottieri, la caratteristica dotazione delle proprie forze armate e l’intraprendenza economica e finanziaria. Il predominio della monarchia ispanica, nei secoli XVI e XVII, consolida l’omogeneità politica dell’area italiana, che si distingue per ricchezza culturale e politica.

I re, i ceti dirigenti, i condottieri e i soldati italiani, nel corso dei secoli, servono la Cristianità, anche in terre lontane, dando lustro alla nazione, al servizio della Santa Sede, della Corona spagnola e del Sacro Romano Impero. Fra costoro non vanno dimenticati gl’italiani che, fra il 1796 e il 1814, si oppongono con le armi agli eserciti rivoluzionari francesi, dando vita all’Insorgenza, “ancora una volta in difesa della patria comune” (p. 16), dei suoi valori, della sua identità cristiana; un’insurrezione di popolo, che non avrà eguali nella storia d’Italia, nemmeno durante il Risorgimento.

Il capitolo secondo, La Restaurazione (pp. 19-27), considera gli assetti politico-istituzionali della Penisola conseguenti al Congresso di Vienna e la politica di “conciliazione” del cancelliere austriaco Clemens Wenzel Lothar di Metternich (1773-1859). È appunto l’epoca della Restaurazione, solo parziale, perché vengono conservate “in buona parte le novità introdotte dalla Rivoluzione francese e da Napoleone [Bonaparte (1769-1821)] (p. 20). L’accentramento del potere nelle strutture statali a discapito delle articolazioni sociali, la diffusione di metodi polizieschi, retaggio della dominazione napoleonica, e la crisi economica, peggiorano la situazione a vantaggio dei nostalgici delle “conquiste” della rivoluzione, moderati e democratici. Questi ultimi fomentano rivolte, attraverso le società segrete, che fanno proseliti particolarmente presso quei ceti — “i quadri intermedi dell’esercito, i gruppi della borghesia delle professioni” (p. 23) — declassati rispetto al periodo napoleonico. Critici nei confronti della Restaurazione sono pure i sostenitori di una “restaurazione integrale” (p. 22), “saldamente ancorati a principi contro-rivoluzionari” (p. 23): il venerabile Pio Bruno Lanteri (1759-1830), il marchese Cesare d’Azeglio (1763-1830), Antonio Capece Minutolo principe di Canosa (1768-1838) e il conte Monaldo Leopardi (1776-1847). Essi, più ostacolati che appoggiati dai rispettivi sovrani, danno vita a una rinnovata forma di apostolato laicale, anche con iniziative editoriali di valore e di significativa diffusione.

Nel clima culturale del nascente romanticismo, che enfatizzava la libertà individuale e la capacità insurrezionale del popolo, il concetto di nazione sostituisce la legittimazione religiosa del potere. Il genovese Giuseppe Mazzini (1805-1872) ne è il rappresentante esemplare. Nonostante il carattere ideologico, la sequela di fallimenti — come quello del 1834 in Savoia e a Genova, in cui viene coinvolto anche Giuseppe Garibaldi (1807-1882), poi costretto a espatriare in Sudamerica — e il ricorso alla violenza e al terrorismo, la sua propaganda politica avrà largo seguito, in Europa e nelle Americhe.

Lo studio delle correnti risorgimentali più moderate è l’oggetto del capitolo terzo, Federalismo e neoguelfismo (pp. 29-33). I moderati contribuiscono alla formazione di un diffuso sentimento d’italianità e interpretano anche le esigenze commerciali dei ceti più attivi, rivendicando la formazione di un mercato nazionale e di una lega doganale fra i vari Stati, e la realizzazione di una rete ferroviaria unitaria, senza indicare come prioritaria l’unità politica, che, semmai, doveva scaturire da “un’evoluzione graduale, un insieme di politiche convergenti dei singoli governi, volte a realizzare una confederazione di Stati” (p. 30). L’abate Vincenzo Gioberti (1801-1852), con l’opera Del Primato morale e civile degli italiani, del 1843, ripropone la soluzione federale sotto la guida del Papa — già avanzata, nel secolo XVIII, dal conte Gianfrancesco Galeani Napione (1748-1830) —, riuscendo a conquistare alla causa nazionalistica le nuove classi medie, la nobiltà liberale e una parte del clero, che diventa “strumento decisivo di mobilitazione patriottica” (p. 31). Anche il sacerdote beato Antonio Rosmini-Serbati (1797-1855), nel saggio Sull’unità d’Italia, afferma che il processo unitario federale deve salvaguardare il pluralismo sociale e le differenti istituzioni politiche della Penisola.

Il capitolo quarto, Il 1848 (pp. 35-39), descrive le rivoluzioni del biennio 1848-1849. Il fallimento dei moti mazziniani rende ancor più apprezzabile la soluzione federalista neoguelfa, che però poggia sull’equivoco di voler attribuire al Pontefice un ruolo che questi non ha mai dichiarato di voler assumere. Ciò risulta evidente con l’ascesa al soglio pontificio del cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti con il nome di Pio IX (1846-1878). Alla guerra “federale” contro l’Impero d’Austria prendono parte quasi tutti gli Stati italiani, ma le popolazioni non appoggiano i nuovi regimi e il Pontefice rifiuta di porsi alla testa della rivoluzione nazionale. Le disfatte sabaude di Custoza e di Novara segnano la fine delle ostilità, cui seguono l’abdicazione di Carlo Alberto di Savoia (1798-1849) e l’ascesa al trono del figlio Vittorio Emanuele II (1820-1878). Il fallimento della strategia moderata apre il campo a esperienze politiche estreme, come quella della Repubblica Romana il cui governo — rifugiatosi il Pontefice a Gaeta, sotto la protezione di Ferdinando II di Borbone (1810-1859) — si distingue per il feroce anticlericalismo e si macchia di orribili delitti nei confronti di numerosi sacerdoti. Il presidente della Repubblica Francese, Luigi Napoleone Bonaparte (1808-1873), invia delle truppe in soccorso del Papa e il biennio rivoluzionario in Italia si chiude nell’agosto 1849 con la resa di Venezia.

Il capitolo quinto prende in esame L’opera del conte di Cavour (pp. 41-44), Camillo Benso (1810-1861), presidente del Consiglio subalpino dal maggio 1852 al giugno 1861. Imparentato con una famiglia dell’aristocrazia finanziaria svizzera di origine ugonotta, “”anglico nelle idee; gallico nella lingua” (p. 42), secondo la definizione di Gioberti, e formatosi al di fuori della tradizione culturale italiana, Cavour utilizza i propri legami con il mondo culturale e politico d’Oltralpe e le conoscenze negli ambienti della grande finanza internazionale per conseguire l’unità politica della Penisola sotto la guida del Regno di Sardegna, retto da una dinastia desiderosa di ampliare il proprio regno, e per compiere una “Rivoluzione culturale italiana all’insegna del laicismo” (p. 42).

Fra il 1854 e il 1855 vengono arrestati o espulsi dal Regno alcuni vescovi, critici verso l’operato governativo, e sono soppresse le comunità religiose di natura contemplativa. I cattolici piemontesi, oltre a raccogliere centomila firme contro le nuove leggi, vincono le elezioni politiche del 1857, raddoppiando con il 40 per cento dei suffragi il consenso rispetto alle consultazioni del 1853. Il governo reagisce annullando le elezioni in 17 collegi; ben prima della cosiddetta Questione Romana nasce quindi una “questione cattolica”, diretto effetto della politica antireligiosa dello Stato liberale.

Il Regno di Sardegna alla guida della Rivoluzione nazionale è l’argomento del capitolo sesto (pp. 45-51), in cui vengono descritti il dissolvimento della Santa Alleanza su pressione di Luigi Napoleone Bonaparte, dal 1852 imperatore dei francesi con il nome di Napoleone III; la Guerra di Crimea (1853-1856) con la partecipazione delle truppe sarde al fianco degli anglo-francesi e quella del Regno di Sardegna al congresso di Parigi del 1856, dove si discute un nuovo assetto politico della Penisola; l’attività cospirativa di Cavour, che instaura contatti regolari, spesso per mezzo d’intermediari, con singoli esponenti del mondo repubblicano e democratico, fra cui Garibaldi e Giuseppe La Farina (1815-1863), fondatore, nel luglio del 1857, della Società Nazionale, nella speranza di provocare fatti compiuti, che la diplomazia europea non avrebbe potuto sconfessare. Molti democratici — che non condividevano più le sterili azioni terroristiche e insurrezionali di Mazzini — aderiscono ai progetti della Società Nazionale, rinunciando alla pregiudiziale istituzionale repubblicana; nello stesso tempo Cavour promuove una politica di discredito dell’Austria e “mediante gli esuli un’azione destabilizzatrice verso gli Stati della Penisola” (p. 47).

Gli accordi di Plombières, stipulati nel luglio del 1858 da Napoleone III e da Cavour, portano l’anno seguente all’intervento dell’Impero Francese a fianco del Regno di Sardegna in una guerra d’aggressione contro l’Impero d’Austria. Cavour ordina l’insurrezione nell’Italia del Nord, ma fino allo sgombero delle truppe asburgiche da Milano non si verifica alcuna rivolta generale. Nei piccoli Stati le trame rivoluzionarie hanno invece successo, ottenendo l’allontanamento del granduca di Toscana Leopoldo II di Asburgo-Lorena (1797-1870), della duchessa di Parma e Piacenza Maria Luisa di Borbone (1819-1864) e di Francesco d’Asburgo-Este (1819-1875), duca di Modena, seguito dal suo piccolo esercito, poi confluito nell’esercito imperiale austriaco. La mancata insurrezione e lo scarso contributo militare dell’esercito sabaudo deludono le aspettative di Napoleone III, che dopo la vittoria di Solferino firma un armistizio a Villafranca di Verona con l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo (1830-1916), ottenendo la Lombardia, poi trasferita al Regno di Sardegna. Cavour, prima dimissionario, torna alla guida del governo e baratta la cessione all’Impero Francese della Contea di Nizza e del Ducato di Savoia con l’annessione al Regno di Sardegna delle Legazioni pontificie e dei piccoli Stati dell’Italia Centrale. I plebisciti svoltisi nel marzo del 1860 fra i brogli e l’assenza di un’opposizione organizzata ne sanciscono l’annessione al Regno di Sardegna.

Questi Stati scompaiono soprattutto perché era venuta meno la solidarietà fra le monarchie e non vi era stata consapevolezza […] dei mutati equilibri internazionali, che rendevano ardua la sopravvivenza dei piccoli Stati” (p. 50). Papa Pio IX, il 26 marzo 1860, lancia la scomunica contro i collaboratori dell’usurpazione e ribadisce la necessità del potere temporale per esercitare liberamente il ministero spirituale.

Il capitolo settimo, dedicato a L’impresa di Garibaldi e la nascita del Regno d’Italia (pp. 53-62), descrive la preparazione e lo svolgimento della Spedizione dei Mille, nel 1860. Garibaldi si presenta quale persona adatta per intervenire nel Mezzogiorno e per dare all’operazione una parvenza di legittimazione popolare. Lo sbarco viene progettato in Sicilia perché l’isola era ritenuta il punto nevralgico del regno borbonico per la presenza di un’aristocrazia liberaleggiante e di ceti rurali spesso in rivolta, sensibili più alla mancata soluzione del problema della distribuzione delle terre che alle sollecitazioni religiose e legittimistiche.

La Società Nazionale si attiva per il reclutamento dei volontari — un “vero e proprio esercito di quadri pronti ad assumere il comando di reparti” (p. 55) — e il reperimento dei finanziamenti e degli armamenti, con contributi provenienti anche dall’estero; non manca l’appoggio del massonico Supremo Consiglio del Grande Oriente d’Italia di Palermo. Inoltre, lo sbarco a Marsala, l’11 maggio, viene facilitato dall’azione di disturbo esercitata da navi da guerra britanniche presenti nel porto. A Calatafimi avviene il primo scontro con i borbonici, i cui comandanti, privi della necessaria esperienza bellica, si dimostrano inadeguati al compito, mentre i soldati combattono con valore. Caduta Palermo, nelle file borboniche e nella corte napoletana si diffondono lo scoraggiamento e la convinzione di essere stati traditi. Garibaldi, nel mese di giugno, incontra non poche difficoltà — scarsità di armi e di uomini, indisciplina dei “picciotti”, fallimento della chiamata alle armi, anarchia diffusa, occupazioni delle terre demaniali —, che non vengono sfruttate dai borbonici. I garibaldini devono intervenire con le armi per ripristinare l’ordine; l’episodio più significativo avviene a Bronte, sulle pendici dell’Etna, dove Nino Bixio (1821-1873) compie un eccidio per difendere alcune proprietà inglesi.

Garibaldi, in agosto, sempre agevolato dalla marina britannica, sbarca in Calabria, dove riceve l’appoggio dei rappresentanti della borghesia terriera, da tempo in contrasto con la monarchia napoletana per il tentativo di quest’ultima di ripristinare gli usi civici sulle terre demaniali. Gli ufficiali borbonici si arrendono senza opporre resistenza, ma moltissimi soldati non aderiscono alla causa garibaldina e raggiungono Napoli, unendosi alle unità fedeli al re. Qui, il ministro di polizia, Liborio Romano (1793-1867) affida a elementi della camorra, aderenti alla causa unitaria, il compito di organizzare la guardia nazionale cittadina, favorendo in questo modo “la saldatura tra l’elemento liberale e quello popolare” (p. 59).

Le truppe sarde, l’11 settembre 1860, invadono gli Stati della Chiesa, difesi da molti volontari, la cui presenza mostrava che la gioventù europea non era sensibile soltanto ai richiami delle sirene rivoluzionarie. Le truppe papaline, guidate dal generale francese Christoph-Louis-Léon Juchault (1805-1865), vengono sconfitte a Castelfidardo dalle soverchianti forze del generale Enrico Cialdini (1811-1892), che aveva sferrato l’attacco senza nemmeno aspettare la risposta del Papa al suo ultimatum. Le truppe piemontesi invadono anche il Regno delle Due Sicilie: Francesco II di Borbone (1836-1894), assalito da due eserciti, attacca invano i garibaldini sul fiume Volturno, quindi si ritira prima a Capua e poi a Gaeta.

Dopo il plebiscito del 21 ottobre, le cui irregolarità suscitano scandalo presso gli osservatori stranieri, Garibaldi rinuncia a marciare su Roma e si ritira nell’isola di Caprera. Nel 1861 cedono gli ultimi baluardi borbonici: Gaeta, dove re Francesco II aveva opposto una tenace ed eroica resistenza, “confortato dall’intrepido comportamento della moglie Maria Sofia di Wittelsbach (1841-1925)” (p. 61); la cittadella di Messina e la fortezza di Civitella del Tronto. La lotta antiunitaria continua negli anni, anche con forme di resistenza passiva, come il rifiuto di accettare incarichi nelle magistrature e nell’amministrazione, di partecipare alle elezioni e di prestare il servizio militare, con la diffusione della stampa clandestina e la polemica di molti pubblicisti. La resistenza armata è comunque l’aspetto più evidente: il Mezzogiorno è per anni teatro di un’insurrezione generale contro gl’invasori, “bollata riduttivamente come “brigantaggio”” (p. 62).

Il capitolo ottavo, La Questione Romana (pp. 63-67), analizza il problema giuridico-istituzionale e politico determinato dalla volontà di sottrarre al Pontefice ciò che era rimasto dello Stato della Chiesa e di regolamentare in modo unilaterale i rapporti fra il Regno d’Italia e la Santa Sede. Infatti, l’opera di consolidamento e di legittimazione del nuovo Stato trova un punto di aggregazione culturale nel mito della Roma “rigenerata”, la Roma del Popolo, sottratta al governo del Pontefice. Tuttavia, l’assoluta contrarietà di Napoleone III a modificare la situazione impedisce di percorrere la via diplomatica per dare soluzione alla Questione Romana. L’ambiguo comportamento del presidente del Consiglio Urbano Rattazzi (1808-1873) porta, nel 1862, allo scontro sull’Aspromonte fra le forze governative e i garibaldini, che cercavano di raggiungere Roma.

Il contrasto fra il nuovo Stato e la Chiesa non riguarda solo gli aspetti territoriali. Il laicismo dominante — diffuso dai circoli anticlericali e dalle logge massoniche, i cui esponenti influenzavano il parlamento, l’esercito, la burocrazia e la scuola — porta alla persecuzione del clero e alla spoliazione del patrimonio ecclesiastico. Fra il 1866 e il 1867 vengono soppressi duemila fra ordini, corporazioni e congregazioni religiose e perdono la personalità giuridica circa 25.000 enti ecclesiastici, regolari e secolari, le cui proprietà, messe all’asta, passano alla borghesia fondiaria. Si tratta di “una delle più profonde trasformazioni della struttura economica e sociale del Paese” (p. 65), che spezza il tradizionale legame sociale della Chiesa con il mondo rurale, facilitando il processo di secolarizzazione e aprendo la strada alla diffusione delle idee socialiste in vasti strati della popolazione.

L’esito della terza guerra d’indipendenza, nel 1866 — l’Impero d’Austria viene costretto a cedere il Veneto a Napoleone III, che a sua volta lo “gira” al Regno d’Italia — rende più audace Rattazzi, che autorizza i garibaldini a invadere il territorio pontificio. Ma a Mentana, il 3 novembre 1867, le truppe pontificie, guidate dal generale barone Hermann Kanzler (1822-1888) e appoggiate dai francesi, sbaragliano le forze garibaldine.

Dopo le prime sconfitte dell’esercito francese contro il Regno di Prussia, nel 1870, Napoleone III ritira i propri soldati dalla Città Eterna. Il 20 settembre, le truppe sabaude, attraverso la breccia di Porta Pia, entrano a Roma, nonostante le ripetute proteste del Pontefice, che fino alla morte ribadisce che […] il principato civile costituiva la condizione necessaria per il libero esercizio della sua autorità spirituale” (p. 67). Solo con la stipula dei Patti Lateranesi del 1929 la Questione Romana trova una sua soluzione. Il Regno d’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede, pone fine alla radicale separazione fra Stato e Chiesa e attenua il carattere laicista della nuova realtà unitaria frutto della Rivoluzione italiana.

La Conclusione (pp. 69-70) offre una riflessione sul carattere ideologico del Risorgimento, partendo da un’affermazione di Ernesto Galli Della Loggia, secondo cui le modalità dell’unificazione sono “la causa principale della frattura tra l’antica identità “italiana” e la moderna identità “nazionale”” (p. 69). Ciò ha determinato l’estraneità della maggior parte della popolazione al nuovo Stato e alla sua ideologia e, soprattutto nel Mezzogiorno, un processo di alienazione culturale e uno sfilacciamento dei rapporti sociali — noti come Questione Meridionale —, che aprono la strada all’affermazione della grande criminalità organizzata. All’omogeneizzazione delle istituzioni su tutto il territorio viene associata “una gigantesca opera pedagogica” (ibidem) attraverso la coscrizione militare e quella scolastica, la sacralizzazione dei miti risorgimentali e il tentativo di creare una “religione civile” per formare il cittadino “nel culto esclusivo della patria e per ridimensionare il ruolo educativo della Chiesa” (p. 70). L’attacco alla Chiesa cattolica, alle sue istituzioni e ai suoi ministri apre una ferita che colpisce “non un elemento secondario della “nazionalità spontanea” degli italiani, bensì il suo cuore, il senso di appartenenza religiosa” (ibidem), causando la lunga emarginazione dei cattolici dalla vita politica nazionale e la “mancata formazione di una classe politica integralmente cattolica” (ibidem).

Chiudono il saggio una Cronologia (pp. 71-74) degli avvenimenti risorgimentali più significativi e una Bibliografia (pp. 75-76) essenziale.

Paolo Martinucci

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