Friedrich von Gentz, L’origine e i princìpi della Rivoluzione Americana a confronto con l’origine e i princìpi della Rivoluzione Francese, Sugarco, Milano 2011, pp. 160, € 16,00

Alleanza Cattolica 7 anni fa
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Cristianità 368 (2013)

 

Parallelamente a quello sulle radici cristiane dell’Europa, soprattutto dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York, l’ultimo decennio ha visto studiosi e intellettuali di differente cultura ed estrazione confrontarsi vivacemente su un altro dibattito di notevole portata: ovvero su che cosa faccia nello specifico dell’Occidente una civiltà a suo modo unica e ineguagliata, e posto che questo sia vero — come evidentemente lo è — che cosa abbia contribuito in maniera significativa a determinarla politicamente. Di solito, se è intellettualmente onesta, la ricerca in merito esordisce con l’accostare un paio di riferimenti storici ben precisi: lo scoppio della cosiddetta Rivoluzione Americana (1775-1783), che porterà le colonie di Oltreoceano a dichiarare l’indipendenza dalla madrepatria britannica e quello, “quasi” immediatamente successivo, della Rivoluzione Francese del 1789. Ma in quel “quasi” passa, e non solo letteralmente, un mondo intero. Lo dimostra per primo, con dovizia di particolari, scrivendo da testimone oculare dei fatti narrati, il diplomatico prussiano Friedrich von Gentz (1764-1832), che nel 1800 pubblica a puntate, sull’Historisches Journal — un giornale di approfondimento storico e culturale da lui stesso fondato e diretto — la prima analisi comparativa di taglio storico-politologico tra i fatti di Francia e quelli americani, con il titolo L’origine e i princìpi della Rivoluzione Americana a confronto con l’origine e i princìpi della Rivoluzione Francese. Il saggio, finora inedito in Italia, viene proposto dall’editore milanese Sugarco in una traduzione a cura di Omar Ebrahime e comprende altri due inediti: la Prefazione (pp. 45-46) stesa dal sesto presidente degli Stati Uniti d’America John Quincy Adams (1767-1848) per la prima edizione dell’opera, apparsa sempre nel 1800 negli Stati Uniti, e l’Introduzione (pp. 33-44) del più insigne riscopritore del pensiero di Gentz nel secolo scorso, lo storico statunitense delle idee Russell Amos Kirk (1918-1994), all’edizione statunitense del 1955, l’unica in commercio fino a un paio di anni fa, quando Peter Koslowski ha curato una nuova versione per la Liberty Fund.

Ripercorrere la singolare storia di traduzioni, rifacimenti e riproposizioni del testo gentziano, in effetti, porta inevitabilmente a ricostruire — come spiega la nota introduttiva del curatore, Il Conservatorismo da Friedrich von Gentz a Russell Kirk (pp. 7-16) — i sentieri ancora troppo poco inesplorati, almeno per il grande pubblico italiano, del pensiero conservatore occidentale: una vera e propria galassia sommersa che, originando dalla lezione del pensatore e statista angloirlandese Edmund Burke (1729-1797), redatta pure, altrettanto significativamente, all’indomani dell’Ottantanove francese — le sue Reflections on the Revolution in France appaiono già nel 1790 —, tiene insieme uomini, lingue e culture soltanto apparentemente distanti: il prussiano Gentz, lo statunitense del Massachussets Adams, il quale arrivò a scrivere che quello sconosciuto diplomatico berlinese mostrava di conoscere gli americani più e meglio di quanto questi conoscessero sé stessi, il poeta statunitense naturalizzato britannico Thomas Stearns Eliot (1888-1965) e infine Kirk che, non a caso, nel 1953, vergando a sua volta l’affresco novecentesco del pensiero conservatore occidentale lo intitolerà, citando esplicitamente i migliori precursori ideali, The Conservative Mind: from Burke to Eliot.

Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, dunque, a voler semplificare, e anche piuttosto rozzamente, perchè lo stesso Gentz — a lungo consigliere politico del principe Klemens Wenzel von Metternich (1773-1859), a fianco del quale parteciperà al Congresso di Vienna (1814-1815) — eserciterà un’influenza duratura anche in un certo mondo culturale a est di Vienna, per esempio tramite i circoli esplicitamente contro-rivoluzionari animati dalla predicazione del sacerdote redentorista moravo, poi canonizzato, Clemens Maria Hofbauer (1751-1820) e perfino nei cantoni della vicina — ma da sempre refrattaria a ogni temperie esterna — Svizzera, se si pensa alla produzione tipicamente antimoderna di un autore come Karl Ludwig von Haller (1768-1854)).

La vita del diplomatico viene brevemente descritta in una Nota bio-bibliografica (pp. 17-24) che permette di apprezzare l’atipico processo di conversione intellettuale di Gentz che, formatosi prima alla scuola di Immanuel Kant (1724-1804) ed entusiasmatosi poi allo scoppio della Rivoluzione Francese, salutata persino illo tempore come “il primo trionfo pratico della filosofia” (p. 17), giunge a elaborare un’argomentata critica dei princìpi illuministici, che colpisce per la precocità, considerato che mentre scrive le sue riflessioni la Rivoluzione è ancora in fieri. Da allora in poi la sua vita e il suo pensiero saranno in costante opposizione a quella che oggi definiremmo come “modernità francese”, laddove il primo termine definisce la rottura radicale con tutto ciò che è fedeltà rispetto al passato mentre il secondo ne accentua i tratti più ideologicamente aggressivi e rivoluzionari come la forma di Stato repubblicana e la vera e propria religione civile, laicista e anticlericale, tendenzialmente totalitaria. Non è un caso che questa analisi lo portasse a frequentare e stimare, peraltro ricambiato, il principe di Metternich: ai suoi occhi la figura nobile di costui — nel portamento come nelle espressioni — rappresentava, non solo dal punto di vista simbolico, l’esistenza e l’incarnazione reale dell’altra Europa, tanto politicamente realista quanto filosoficamente anti-illuminista. È al servizio di questa Europa e della sua grandiosa storia di libertà e di civiltà che Gentz pone con convinzione, e senza mai risparmiarsi, tutte le sue forze, finché la morte lo sorprenderà anzitempo, in un giorno di giugno del 1832, alla vigilia delle rivoluzioni nazionalistiche e liberali che cambieranno, questa volta per sempre, l’assetto disegnato a Vienna nel Congresso che s’illuse di chiudere l’età napoleonica.

Seguono quindi una Nota bio-bibliografica su Russell Kirk (pp. 25-28), che rende ragione del revival, il risveglio conservatore statunitense all’indomani della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) e permette di comprendere per quale via Gentz torni d’attualità negli anni 1950, e una Nota bio-bibliografica su John Quincy Adams (pp. 29-30), il primo scopritore, in ordine di tempo, dell’opera di Gentz.

Il lavoro di traduzione del saggio vero e proprio — come spiega la Nota del curatore (31-32) —, piuttosto complesso, è consistito dunque in un’articolata collatio di vari testi: l’originale tedesco di Gentz, la prima traduzione americana operata da Adams, che offriva già qualche glossa d’accompagnamento critico, e una terza versione in lingua spagnola — tratta dalla rivista Cuadernos del pensamiento liberal —, che ha il pregio di aver suddiviso logicamente in quattro parti, per aree grosso modotematiche, un testo redatto ab origine senza soluzione di continuità.

Nell’Introduzione Kirk presenta in dettaglio il lavoro di Gentz, inquadrandone le premesse storiche e mostrando come il principio della libertà religiosa — su cui si fonda il Primo Emendamento della Costituzione statunitense — sia, già dalla fine del secolo XVIII, l’autentico architrave costituente della società più libera e dinamica del mondo. Da questo punto di vista, un rapido confronto con la concezione di libertà religiosa transalpina, da quelle parti tradotta piuttosto con il termine laïcité, spiega perchè da una parte la fede religiosa sia vista, ancora oggi, persino come un imprescindibile virtù civica, in ogni caso da mostrare pubblicamente con un certo orgoglio, e dall’altra come un’imbarazzante presenza residuale del tempo che fu, di cui per convenzione non si parla fra persone perbene.

La Prefazione di Adams chiarisce quindi perchè il lavoro dello studioso prussiano assume tanta rilevanza: la sua è una testimonianza imparziale, resa da un osservatore esterno, che non deve dimostrare alcuna tesi preconfezionata ma semplicemente osserva la realtà davanti ai propri occhi, cercando di darne un’interpretazione il più possibile plausibile e veritiera, cosa che fino a oggi non è stata smentita.

Seguono le quattro parti del saggio vero e proprio — L’origine della Rivoluzione Americana (pp. 52-78), Il diritto di sollevarsi (pp. 78-93), “Rivoluzione difensiva” e “Rivoluzione offensiva” (pp. 94-107) e Gli obiettivi minimi della Rivoluzione Americana e la “hýbris” della Rivoluzione Francese (pp. 107-132) —, che, ripercorrendo cronologicamente con dovizia di particolari le vicende che avrebbero portato alla sollevazione delle tredici colonie nordamericane, spiegano perchè mai quella d’Oltreoceano più che un moto rivoluzionario di stampo egualitaristico sia una reazione vera e propria alla degenerazione del parlamentarismo britannico moderno e anzi, perfino, una “contro-rivoluzione consapevole”, come dimostrerebbe — fra gli altri — il fatto che alcuni protagonisti delle vicende americane qualche anno dopo saranno impegnati anche sul campo di battaglia francese contro le armate al servizio dei “lumi”. Significativa al riguardo è la parabola del colonnello Charles Armand Tuffin (1751-1793), marchese di La Rouerie, che — avendo prima contribuito a sconfiggere le truppe britanniche sulla costa atlantica — corre poi in Francia ad organizzare quella Association Bretonne che sarà all’origine dell’irriducibile insorgenza controrivoluzionaria della Bretagna (1791-1800), la cosiddetta chouannerie. Da questo punto di vista non sarebbe errato accomunare i coloni che si ribellarono legittimamente a Londra — contro l’assolutismo del Parlamento, ma fedeli alla Corona — per fare osservare gli antichi usi, la tradizione del common law, il diritto consuetudinario medievaleggiante, e i francesi che si opposero alla Rivoluzione giacobina, chiedendo il rispetto del diritto naturale e divino sotto un’unica grande insorgenza transatlantica, che lega, idealmente e fisicamente, due Paesi d’importanza comprensibilmente capitale per la società occidentale, cristiana nelle radici e quindi rispettosa delle gerarchie naturali. Cosicché, alla fine, pare aver davvero ragione la storica Madeleine Bourset la quale ha dimostrato — gazzette del popolo transalpino alla mano, perché, come noto, verba volant ma scripta manent — che il termine oggetto della discordia, “insorgenza”, compare, in riferimento ai fatti d’Oltreoceano, sulla stessa stampa francese già nel 1775. Insomma quella d’America, per riprendere parole di Gentz, che in realtà rifletteva su Burke ma sarebbe passato alla storia con Kirk, fu “una rivoluzione non realizzata, ma impedita” (p. 39).

 

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