Heinrich II. Anno Domini 1002. Gregorianischer Krönungsritus [rito gregoriano d’incoronazione], Cristophorus CHR 77251, Heidelberg 2002, durata 76’ 49’’, € 14,70

Alleanza Cattolica 12 anni fa
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Maurizio Brunetti, Cristianità 349-350 (2008)

 

 

Domenica 7 giugno 1002, l’arcivescovo di Magonza incorona re di Germania Enrico (973-1024), duca di Baviera e futuro imperatore del Sacro Romano Impero, poi canonizzato nel 1146.

Un sostanzioso estratto della cerimonia e della Messa d’incoronazione viene proposto dalla casa discografica Christophorus, il cui catalogo ospita molte incisioni di canto gregoriano e di musica antica. L’esecuzione è affidata ai sei solisti della Schola Bamberg e alla direzione di Werner Pees, DomkapellMeister del coro della cattedrale di Bamberga, dove, peraltro, riposano i resti mortali di sant’Enrico e di santa Cunegonda (m. 1033), sua sposa.

Allegato al disco vi è un libretto di 32 pagine con il testo latino cantato e una sua traduzione a fronte in tedesco, in inglese e in francese (pp. 14-29); in queste tre lingue vi è poi anche una presentazione del disco, Salus, vita et victoria. Heil, Leben und Sieg. Musik zur Krönung Heinrich II. im Jahr 1002, firmata da Christof Nikolaus Schröder (pp. 2-13).

Le prime sette tracce del disco riguardano la cerimonia d’incoronazione vera e propria. La dovizia di particolari contenuti nell’Ordo coronationis di Magonza (960-961) ne ha permesso una ricostruzione verosimile. Mentre il re viene condotto in cattedrale da un gruppo di vescovi, un officiante canta la preghiera Abholung des Königs, “presa in custodia dei re” [1] (p. 14), invocando la grazia di Dio per il candidato alla corona […] ut ita in huius saeculi cursu cunctorum in communem salutem disponat” (ibidem), cioè “perché possa orientare tutte le scelte delle sua vita verso il bene comune”.

Durante la processione verso l’altare, viene cantato il responsorio Ecce mitto [2] (ibidem) costituito dai versetti scritturali Es. 23, 20.21-23 e Sal. 81, 9-11; al sovrano che gli rimarrà fedele Dio promette la propria benevolenza: […] et inimicus ero inimicis tuis, et affligentes te affligam” (ibidem), “[…] io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari”.

Arrivato all’altare, il re si prosterna stendendo le braccia come in croce. Il rito prevede le Domande al re seguite da un appello al clero e al popolo [3] (ibidem). Il re dichiara la sua volontà di difendere la fede e la Chiesa e di riconoscere l’origine divina della propria regalità; il clero e il popolo, dal canto loro, manifestano con un “Fiat, fiat. Amen” (ibidem) la volontà di sottomettersi a un tale sovrano. Si procede allora all’unzione del re [4] (p. 16) e all’incoronazione del re sulle note del Desiderium animae [5] (ibidem).

Poiché l’ordo di Magonza non precisa l’inno cantato mentre il clero presente si congratula con il sovrano, è stato scelto per il disco — e non arbitrariamente — l’Hymnus in adventu regis composto dal vescovo Teodolfo d’Orleans (m. 821) per l’imperatore Ludovico il Pio. Il canto del Te Deum [7] (p. 18) segna il passaggio dal rito d’incoronazione alla Messa.

L’Introitus [8] (p. 20) appartiene al Proprio della Messa di quella particolare Domenica, la seconda dopo Pentecoste. Chiaramente vi è una possibilità che, a causa della particolare solennità dell’evento, il calendario liturgico non sia stato in quell’occasione rispettato. Il Kyrie proposto [9] (ibidem), il Fons bonitatis, è con tropi, cioè con versi aggiunti alle nove ordinarie invocazioni di pietà.

Il manoscritto di Bamberga, risalente all’anno 1000, contiene il testo delle Laudes Regiae cantate in questo disco [11] (pp. 22 e 24), inserite fra il Gloria [10] (pp. 20 e 22) e le letture dalle Scritture [12-15] (pp. 24 e 26). La musica delle laudes, tuttavia, è tratta dall’antifonario di Worcester, che risale al secolo XIII. Rispetto a quella dell’anno 1000, si tratta di una melodia dal carattere più ampiamente neumatico, cioè è maggiore il numero di sillabe su cui ci s’intrattiene per più di una nota. La scelta, seppur discutibile dal punto di vista filologico, permette di ascoltare la versione medievale delle laudes che il musicologo Manfred F. Bukofzer (1910-1955) riteneva, fra quelle che ci sono pervenute, “artisticamente più coerente” (La musica delle “laudes”, in Ernst H. Kantorowicz (1895-1963), Laudes Regiae. Uno studio sulle acclamazioni liturgiche e sul culto del sovrano nel Medioevo, con il saggio “Cis Oceanum et ultra”. Breve profilo di Ernest H. Kantorowicz di Alfredo Pasquetti e Appendici, trad. it., Edizioni Medusa, Milano 2006, pp. 181-213 [p. 186]; cfr. la mia recensione in questo stesso fascicolo di Cristianità).

Dopo il Credo [16] (p. 26) che, contrariamente all’uso romano, veniva a nord delle Alpi ordinariamente cantato, l’Offertorio [17] (ibidem) e il Sanctus [18] (p. 28), vi è un Agnus Dei con tropi [19] (ibidem) la cui musica è stata composta dalla stessa Schola Bamberg nel rispetto dello stile del secolo XI, non essendo riportata nel Manoscritto di Bamberga, né in altri a esso contemporanei.

Il disco si conclude con il canto di Communio [20] (ibidem) e una Oratio ad Complendum [21] (ibidem) con la quale il vescovo invoca per Enrico la grazia perché Dio lo renda invincibile “contra visibiles atque invisibiles hostes” (ibidem), “contro tutti i nemici, visibili e invisibili”.

Molto a proposito, gli esecutori adottano per la lettura dei testi la cosiddetta “pronunzia ecclesiastica”. Una decisione non scontata per gli ensemble di area germanofona che, talvolta, preferiscono la “pronuntiatio restituta”, quella elaborata dagli umanisti del secolo XV — e forse più fedele al latino parlato dell’età classica — in base alla quale le parole “Caesar“, “regnum” e “agnus” andrebbero lette “Cà-esar“, “regh-num” e “agh-nus“. Sicché la scelta della Schola Bamberg preserva l’ascoltatore italiano dal prevedibile e conseguente effetto straniante, a prescindere da una maggiore o minore attendibilità storica.

Maurizio Brunetti

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