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Catechismo: la preghiera nella vita cristiana

3 Luglio 2020
di Daniele Fazio La preghiera è un dono di Dio, ma è anche un’elevazione dell’uomo verso l’Assoluto. Attraverso questi due binari il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta l’importanza della preghiera nella vita dei cristiani, servendosi soprattutto dell’esperienza che viene dalla vita dei santi. Siano essi teologi o meno, sono proprio i santi che nella preghiera hanno fatto in modo che la fede si facesse vita in loro. Tutto il Catechismo è arricchito dalla testimonianza della vita dei santi, ma in particolar modo questa quarta parte (CCC nn. 2558-2865) ne evidenzia l’importanza, quasi a sintesi e coronamento di quanto appreso dalla dottrina della fede e della morale. Tali insegnamenti possono essere vissuti bene solo attraverso un continuo rinnovamento interiore il cui fulcro principale è l’intimo rapporto con Dio, che scaturisce certamente dall’Eucaristia, ma che deve essere curato quotidianamente da ogni credente, appunto nella preghiera personale. Attraverso le varie tappe della Rivelazione, Dio stesso istruisce il suo popolo attraverso i Patriarchi ed i Profeti alla preghiera e soprattutto tale percorso raggiunge un punto culminante nella tradizione veterotestamentaria nel libro dei Salmi. L’esperienza di preghiera di Israele viene fatta propria anche da Gesù, che in quanto inserito nel popolo ebraico predilige la preghiera dei Salmi, ma allo stesso tempo compiendo la Rivelazione ci apre la via ad una preghiera pienamente filiale, rivolta ossia al Padre ed espressa in maniera eminente perché scaturita dal cuore del Figlio Unigenito. Gesù, dunque, è il maestro e il modello della preghiera. Non è un caso che gli apostoli chiederanno: insegnaci a pregare. E Gesù non solo esaudisce tale desiderio, ma esaudisce, mediante la sua divinità, anche l’anelito che porta in sé ogni atto di richiesta a Dio. La Chiesa si è trovata sin dall’inizio assidua e concorde nella preghiera sotto l’influsso dello Spirito Santo, sperimentando varie modalità di preghiera. Esse possono essere sintetizzate nelle forme fondamentali di benedizione e adorazione, che si articolano in preghiera di domanda, di intercessione, di ringraziamento e di lode. La preghiera è alimentata dalla Parola di Dio, dalla Liturgia della Chiesa e dalle virtù teologali: fede, speranza e carità.   Quando pregare? Quotidianamente e a partire da tutte le vicende che riguardano la nostra vita. La preghiera è uno sguardo continuo a Dio, da rendere anche con un breve pensiero, con un sospiro, con brevi parole. Essa ci permette di guardare con gli occhi di Dio la realtà della nostra vita e della storia. Il Catechismo sottolinea anche che «è cosa buona e giusta pregare perché l’avvento del Regno di giustizia e di pace influenzi il cammino della storia» (CCC n. 2660). Se tanti sono i cammini di preghiera, la Chiesa discerne di tempo in tempo linguaggi, melodie e gesti che meglio permettono un rapporto filiale con Dio e dunque anche la preghiera non può che essere centrata nella Santissima Trinità. Tre modalità emergono nell’interrotta storia della Chiesa quali esperienze alte di orazione: la preghiera vocale, la meditazione e l’orazione mentale. In questo contesto, va scoperta sempre più la comunione con Maria,

Sante Messe del mese

3 Luglio 2020
Le Sante Messe del mese, per i benefattori di Alleanza Cattolica

Domenico Tardini. Diario di un cardinale (1936-1944).

3 Luglio 2020
L’autore, sacerdote, prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano, più che un “diario” mette in pagina appunti personali e di ufficio del cardinale Domenico Tardini (1888-1961) quando era Segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, organismo della Curia romana ora soppresso, le cui funzioni sono attualmente esercitate dalla “seconda sezione” della Segreteria di Stato. Gli appunti erano stati riordinati dal porporato, probabilmente in vista di una pubblicazione, e, andati persi, solo recentemente sono stati ritrovati nel fondo del cardinale Antonio Samorè (1905-1983). Domenico Tardini, nato a Roma il 29 febbraio 1888 e scomparso nella Città del Vaticano il 30 luglio 1961, ha percorso tutta la carriera ecclesiastica nella Curia romana fino ad arrivare alla carica di Segretario di Stato con Papa san Giovanni XXIII (1881-1963), nel 1959, carica che ha quindi mantenuto fino alla morte. Non fu un teologo e nemmeno un intellettuale, ma, come diceva egli stesso, un “funzionario”, dotato di una grande capacità di lavoro. Non appartenne ad alcuno schieramento della Chiesa, né a quello conservatore e neppure, si può dire, a quello progressista, nonostante l’amicizia con personaggi di questo secondo mondo, come don Giuseppe De Luca (1898-1962), Nella missione di servire la Chiesa negli affari diplomatici fu fedele collaboratore di due pontefici, Pio XI (1857-1939) e il Venerabile Pio XII (1876-1958), vivendo in prima persona i momenti cruciali e drammatici del nazionalsocialismo e del comunismo, e quello dei Patti Lateranensi del 1929. Del nazismo e del comunismo diceva che: <<(omissis) il nazismo è affine al comunismo e quindi non poteva (almeno in un primo momento) che allearsi con quest’ultimo (omissis)>> (p. 143) mentre, inizialmente favorevole al Concordato, a distanza di cinque anni dalla sua stipula, il suo giudizio si fece più critico: «Ma fu davvero vantaggioso il Concordato […]? L’esperienza avrebbe dovuto insegnare qualcosa: tutti i concordati sono destinati ad essere trasgrediti ed a cadere” ( C.F. Casula, “Domenico Tardini (1886-1961). L’azione della Santa Sede nella crisi fra la due guerre”, Roma, 1988, pp 76-77). L’interesse di questa pubblicazione non risiede tanto nella trascrizione quotidiana dei fatti di cui Tardini veniva a conoscenza, che non c’è, ma nella descrizione delle situazioni e dei personaggi, tra i quali i due Pontefici, di cui sono tratteggiati luci e ombre dei caratteri: giudizi sulle persone fulminanti, a tratti pungenti, financo spietati, ma quasi sempre affettuosi, fatti con la franchezza popolare e ironica da prete romano (quale il cardinale sempre rimase), e che, forse, per questo ne sconsigliarono per molto tempo la pubblicazione. Il libro si rivolge agli studiosi di cose vaticane e dei rapporti tra Chiesa e Stato tra le due guerre e del periodo immediatamente successivo, ma anche ai non specialisti amanti dei retroscena e dei personaggi vaticani di quell’epoca. Categoria:Saggio Autore:Sergio Pagano (a cura di) Pagine: 246 pp Prezzo: € 20.00 Anno: 2020 Editore:Edizioni San Paolo ISBN: 8892221582 Libreria San Giorgio

La voce del Magistero

Uniti e profetici

2 Luglio 2020
di Michele Brambilla Papa Francesco sospende l’udienza del mercoledì per tutto il mese di luglio. Può essere utile, allora, recuperare quanto affermato dal Pontefice in occasione della solennità dei SS. Pietro e Paolo (lunedì 29 giugno). Celebrando la Messa nella basilica di S. Pietro, il Papa sottolinea che si tratta soprattutto della festa patronale della città di Roma e propone come chiave di lettura della liturgia del giorno due “parole-chiave”: «unità e profezia». Inizia immediatamente ad analizzare l’unità: «celebriamo insieme due figure molto diverse: Pietro era un pescatore che passava le giornate tra i remi e le reti, Paolo un colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe. Quando andarono in missione, Pietro si rivolse ai giudei, Paolo ai pagani. E quando le loro strade si incrociarono, discussero in modo animato, come Paolo non si vergogna di raccontare in una lettera (cfr Gal 2,11 ss.)», episodio che è stato spesso rievocato in questi anni di polemiche intra-ecclesiali. «Erano insomma due persone tra le più differenti», conferma il Pontefice, «ma si sentivano fratelli, come in una famiglia unita, dove spesso si discute ma sempre ci si ama. Però», puntualizza, «la familiarità che li legava non veniva da inclinazioni naturali, ma dal Signore. Egli non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci. È Lui che ci unisce, senza uniformarci. Ci unisce nelle differenze». Come vuole la tradizione, «oggi si benedicono i palli, che vengono conferiti al Decano del Collegio cardinalizio e agli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno. Il pallio ricorda l’unità tra le pecore e il Pastore che, come Gesù, si carica la pecorella sulle spalle per non separarsene mai». Venendo alla profezia, «i nostri Apostoli sono stati provocati da Gesù. Pietro si è sentito chiedere: “Tu, chi dici che io sia?” (cfr Mt 16,15). In quel momento ha capito che al Signore non interessano le opinioni generali, ma la scelta personale di seguirlo». Saulo-Paolo fu interpellato sulla via di Damasco e scelse anche lui di seguire il Signore. In entrambi i casi «[…] la profezia nasce quando ci si lascia provocare da Dio: non quando si gestisce la propria tranquillità e si tiene tutto sotto controllo. Non nasce dai miei pensieri, non nasce dal mio cuore chiuso», ma dall’apertura di cuore e mente al messaggio evangelico: «quando il Vangelo ribalta le certezze» mondane «scaturisce la profezia» autentica. Il Papa ribadisce all’Angelus di quello stesso 29 giugno che i cattolici devono essere uniti e profetici, sapendo andare oltre le proprie preoccupazioni personali, «perché c’è un percorso nella vita di Pietro, che può illuminare il percorso della nostra vita. Il Signore gli concesse tante grazie e lo liberò dal male: fa così anche con noi. Anzi, noi spesso andiamo da Lui solo nei momenti del bisogno, a chiedere aiuto. Ma Dio vede più lontano e ci invita ad andare oltre, a cercare non solo i suoi doni, ma a cercare Lui, che è il Signore di tutti i doni». Il Santo Padre dà un piccolo suggerimento per la nostra vita spirituale: «oggi, davanti agli Apostoli, possiamo chiederci: “E io,

La misura della dedizione di Cristo

29 Giugno 2020
di Michele Brambilla Come dice Papa Francesco all’Angelus del 28 giugno, «in questa domenica», XIII del Tempo ordinario, «il Vangelo (cfr Mt 10, 37-42) fa risuonare con forza l’invito a vivere in pienezza e senza tentennamenti la nostra adesione al Signore. Gesù chiede ai suoi discepoli di prendere sul serio le esigenze evangeliche, anche quando ciò richiede sacrificio e fatica». Il Santo Padre si riferisce in particolare a questo versetto: «Chi ama padre o madre, […] figlio o figlia più di me non è degno di me» (Mt 10, 37). Poiché sono parole facilmente fraintendibili, il Pontefice precisa: «Gesù non intende di certo sottovalutare l’amore per i genitori e i figli, ma sa che i legami di parentela, se sono messi al primo posto, possono deviare dal vero bene. Lo vediamo: alcune corruzioni nei governi, vengono proprio perché l’amore alla parentela è più grande dell’amore alla patria, e mettono in carica i parenti». Il Pontefice esemplifica anche in senso opposto: «quando invece l’amore verso i genitori e i figli è animato e purificato dall’amore del Signore, allora diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là di essa». «Poi, Gesù dice ai suoi discepoli: “Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10, 38). Si tratta», prosegue Francesco, «di seguirlo sulla via che Egli stesso ha percorso, senza cercare scorciatoie». Il Papa ricorda che «non c’è vero amore senza croce, cioè senza un prezzo da pagare di persona. E lo dicono tante mamme, tanti papà che si sacrificano tanto per i figli e sopportano dei veri sacrifici, delle croci, perché amano». Si potrebbe chiamare in causa un altro versetto del Vangelo di san Matteo, «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia – cioè per amore, per amore a Gesù, per amore al prossimo, per il servizio degli altri –, la troverà» (Mt 10, 39), che induce il Santo Padre a riflettere sulla dedizione dimostrata da molte persone in questi mesi di emergenza: «quanta gente, quanta gente, sta portando croci per aiutare gli altri! Si sacrifica per aiutare gli altri che hanno bisogno in questa pandemia. Ma, sempre con Gesù, si può fare. La pienezza della vita e della gioia si trova donando sé stessi per il Vangelo e per i fratelli, con apertura, accoglienza e benevolenza». La generosità del popolo cattolico si manifesta nelle maniere più sorprendenti: «in questi giorni, ho sentito un prete che era commosso perché in parrocchia gli si è avvicinato un bambino e gli ha detto: “Padre, questi sono i miei risparmi, poca cosa, è per i suoi poveri, per coloro che oggi hanno bisogno per la pandemia”. Piccola cosa, ma grande cosa! È una riconoscenza contagiosa, che aiuta ciascuno di noi ad avere gratitudine verso quanti si prendono cura delle nostre necessità». Il Santo Padre ammonisce: «quando qualcuno ci offre un servizio, non dobbiamo pensare che tutto ci sia

Davide e le sue contraddizioni

25 Giugno 2020
di Michele Brambilla «Nel nostro itinerario di catechesi sulla preghiera», dice Papa Francesco all’udienza generale del 24 giugno, «oggi incontriamo il re Davide. Prediletto da Dio fin da ragazzo, viene scelto per una missione unica, che rivestirà un ruolo centrale nella storia del popolo di Dio e della nostra stessa fede», dato che «nei Vangeli, Gesù è chiamato più volte “figlio di Davide”», che divenne nei secoli uno dei principali epiteti messianici. «Dalla discendenza di Davide, secondo le promesse, viene il Messia: un Re», continua il Pontefice, «totalmente secondo il cuore di Dio, in perfetta obbedienza al Padre, la cui azione realizza fedelmente il suo piano di salvezza». L’unzione di Davide avvenne proprio nella Betlemme nella quale, dieci secoli dopo, nascerà Gesù. «La vicenda di Davide», infatti, «comincia sui colli intorno a Betlemme, dove pascola il gregge del padre, Iesse. È ancora un ragazzo, ultimo di molti fratelli. Tanto che quando il profeta Samuele, per ordine di Dio, si mette in cerca del nuovo re, sembra quasi che suo padre si sia dimenticato di quel figlio più giovane (cfr 1 Sam 16,1-13)». Ma il Signore, per mezzo di Samuele, cerca proprio quel pastorello. «Davide», osserva il Pontefice, «lavorava all’aria aperta: lo pensiamo amico del vento, dei suoni della natura, dei raggi del sole. Ha una sola compagnia per confortare la sua anima: la cetra; e nelle lunghe giornate in solitudine ama suonare e cantare al suo Dio»: sapeva quindi cogliere la presenza del Signore nel creato. Francesco aggiunge immediatamente: «giocava anche con la fionda», con la quale il giovane abbatté il filisteo Golia (1 Sam 17,49). È l’inizio di un rapporto con la violenza che, ad un certo punto della sua vita, si trasformerà in vera e propria prevaricazione (emblematico l’affaire Betsabea in 2 Sam 11), ma «la cetra lo accompagnerà sempre: a volte per innalzare a Dio un inno di gioia (cfr 2 Sam 6,16), altre volte per esprimere un lamento, o per confessare il proprio peccato (cfr Sal 51,3)». Esiste, infatti, un filo rosso che percorre tutta la biografia di Davide, ed è proprio la preghiera: «quella è la voce che non si spegne mai. Davide santo, prega; Davide peccatore, prega; Davide perseguitato, prega; Davide persecutore, prega; Davide vittima, prega. Anche Davide carnefice, prega». E la sua è sempre la preghiera del pastore, perché Davide si sente responsabile di ogni singola pecora della casa di Israele. La prima preoccupazione dei pastori è infatti quella per l’unità del gregge che hanno in cura. Ecco perché, tracciando un parallelismo con san Giovanni Battista, di cui il 24 giugno ricorre la Natività, il Papa esorta: «impariamo da Colui che fu il precursore di Gesù la capacità di testimoniare con coraggio il Vangelo, al di là delle proprie differenze, conservando la concordia e l’amicizia che fondano la credibilità di qualsiasi annuncio di fede». Anche nella Chiesa ci si divide, spesso, in fazioni che cercano di vagliare la purezza dottrinale dei “rivali”. La vicenda di Davide ci insegna, invece, che neppure i santi sono esenti dal peccato, ma non

Dall’archivio

Legge contro l’omofobia, violazione della libertà

20 Giugno 2020
Nota del 20 giugno 2020. Sono in corso nuovi tentativi — contro i quali è intervenuta di recente anche la Conferenza Episcopale Italiana — di introdurre nella nostra legislazione una legge che punirebbe perfino la semplice e scientifica affermazione secondo cui chi ha il DNA maschile è maschio e chi ha quello femminile è femmina. In proposito riproponiamo un articolo del prof. Mauro Ronco, Presidente del Centro Studi Livatino, scritto in risposta ad analoghi tentativi di sette anni fa.   Mauro Ronco, Cristianità n. 369 (2013)   Legge contro l’omofobia, violazione della libertà   1. La proposta di legge contro l’”omofobia”. Il 19 settembre 2013 la Camera dei Deputati ha approvato, con modifiche, il testo unificato delle proposte di legge nn. 245, 280 e 1071, recante “Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia”, che sarà quindi sottoposto all’esame del Senato della Repubblica. Attesa l’importanza della cosa, è urgente manifestare con chiarezza le gravi perplessità che sconsigliano l’approvazione del disegno di legge. Il nocciolo della proposta, che reca aggiunte alla legge n. 205 del 1993 — destinata a contrastare la violenza discriminatoria motivata da odio etnico, nazionale, razziale o religioso —, sta nella punizione, con la reclusione fino a un anno e sei mesi, oltre di chi incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, altresì di chi incita a commettere o commette atti di discriminazione motivati dall’identità sessuale della vittima. La portata della norma è difficilmente percepibile da chi non sia esperto di cose giuridiche. Per esemplificarne il senso va detto che, alla stregua di tale proposta, potrebbero essere sottoposti a processo, in quanto incitanti a commettere atti di discriminazione per motivi d’identità sessuale, tutti coloro che sollecitassero i parlamentari della Repubblica a non introdurre nella legislazione il “matrimonio” gay e, ancor più, tutti coloro che proponessero di escludere la facoltà di adottare un bambino a coppie omosessuali. Invero, secondo l’ideologia appena accolta dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, non ammettere una coppia gay al matrimonio costituirebbe discriminazione motivata dall’identità sessuale. Una campagna di opinione organizzata affinché i parlamentari si opponessero al “matrimonio” gay costituirebbe, pertanto, incitamento a commettere atti di discriminazione penalmente punibili. Né deve trarre in inganno l’approvazione dell’emendamento 1.61, primo firmatario l’on. Walter Verini, che contiene la seguente, presunta “clausola di salvaguardia”: “Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente”. Non è facile capire che cosa “salvaguarda” questa clausola, dal momento che escludere dal concetto di discriminazione “le condotte conformi al diritto vigente” è una tautologia: “diritto vigente”, infatti, è anche quello che verrà fuori dall’approvazione di questa legge. Inoltre, il richiamo a “la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza” è estremamente generico, apre la strada a interpretazioni arbitrarie e non tutela la

Domenico Petromasi, Alla riconquista del Regno. La marcia del Cardinale Ruffo dalle Calabrie a Napoli, con una Introduzione di Silvio Vitale, Editoriale il Giglio, Napoli 1994, pp. XXII+98, £ 18.000

12 Giugno 2020
Nota del 13 giugno 2020. Il 13 giugno 1799 il cardinale Fabrizio Ruffo di Baranello, alla testa dell’Armata della Santa Fede, entrava trionfalmente in Napoli, cacciandone i rivoluzionari francesi. Nella ricorrenza dell’evento riproponiamo la recensione di Francesco Pappalardo al libro di Domenico Petromasi Alla riconquista del Regno. La marcia del Cardinale Ruffo dalle Calabrie a Napoli, acquistabile on line presso la Libreria S. Giorgio.   Francesco Pappalardo, Cristianità, 250-251 (1996)   Domenico Petromasi, Alla riconquista del Regno. La marcia del Cardinale Ruffo dalle Calabrie a Napoli, con una Introduzione di Silvio Vitale, Editoriale il Giglio, Napoli 1994, pp. XXII+98, £ 18.000   La ricorrenza bicentenaria del Triennio Giacobino in Italia (1796-1799) offre l’occasione per meditare sull’origine delle insorgenze anti-rivoluzionarie e per rileggere con spirito critico quegli avvenimenti, che si pongono agli albori dell’unità italiana. Queste considerazioni valgono in modo particolare per l’insorgenza meridionale, per l’epopea della Santa Fede, che, rispetto ad altre simili vicende italiche, può essere assunta come modello per l’ampiezza del fenomeno, per la minore frammentarietà degli avvenimenti e per la presenza di un nucleo dirigente che, per quanto piccolo, sa coordinare la generosa reazione popolare. La lettura storica di quell’episodio è inquinata dalle interpretazioni di parte liberal-progressista e marxista, che ignorano la matrice religiosa delle insorgenze e riconducono il fallimento della Rivoluzione alla “immaturità” delle popolazioni. Per parte sua, la storiografia di ispirazione cattolica o legittimista ha avuto fortuna breve, anche e soprattutto in conseguenza della manipolazione del patrimonio culturale della nazione compiuta dai “vincitori”, cosicché sono stati relegati nell’oblio avvenimenti e personaggi particolarmente significativi. La Storia della spedizione dell’Eminentissimo Cardinale D. Fabrizio Ruffo allora Vicario Generale per S. M. nel Regno di Napoli e degli avvenimenti e fatti d’armi accaduti nel riacquisto del medesimo compilata da D. Domenico Petromasi commissario di guerra e tenente colonnello de’ Reali Eserciti di S. M. Siciliana, la cui unica edizione risale al 1801, a Napoli, per i tipi di Vincenzo Manfredi, viene ripresentata con il titolo Alla riconquista del Regno. La marcia del Cardinale Ruffo dalle Calabrie a Napoli. Il volume si apre con un’introduzione (pp. V-XVII) di Silvio Vitale, uomo politico napoletano nonché editore de L’Alfiere. Pubblicazione napoletana tradizionalista e animatore dell’Editoriale il Giglio. Silvio Vitale, dopo un breve riepilogo delle vicende della Repubblica Napoletana e dell’impresa vittoriosa del card. Fabrizio Ruffo, passa in rassegna la copiosa produzione storica ottocentesca sull’argomento e ricostruisce la polemica storiografica fra i due opposti schieramenti, individuando nell’infelice “autocensura” borbonica le radici della sconfitta culturale dei sostenitori del Trono e dell’Altare. Infatti è re Ferdinando IV a proibire, dopo la prima restaurazione, la pubblicazione di opere sul periodo repubblicano e sulla spedizione della Santa Fede, cioè “[…] su una vicenda che, seppur vittoriosa, considerava legata agli eccessi di una guerra fratricida e il cui ricordo, a suo avviso, non avrebbe fatto altro che rinfocolare rancori nefasti” (p. XIV). Dopo la spedizione dei Mille, invece, sono gli “unitari” a imporre il silenzio agli storici di parte borbonica, cosicché le vicende del 1799 sono ricordate tuttora secondo la

Maggio-giugno 1945: il rimpatrio forzato di cosacchi e altri crimini di guerra «eccellenti» 

6 Giugno 2020
Nota del 6 giugno 2020. Circa tre quarti di secolo fa si consumò, ad opera degli anglo-americani, il più ignorato e, volutamente, dimenticato e negato crimine di guerra del secondo conflitto mondiale, di cui riproponiamo la rievocazione fatta in occasione del cinquantenario. Fuori dell’articolo vogliamo anche ricordare un esiguo numero di russi bianchi, che avevano combattuto nei Balcani contro i comunisti, scampati alla deportazione grazie al geniale stratagemma di un tedesco di Russia di madre cosacca, naturalizzato italiano e ufficiale del nostro Regio Esercito, Nicola Wolkenstein (1918-2003). Dopo la guerra Wolkenstein, che era un’autentica “mente matematica”, divenne un pioniere dell’informatica in un istituto pisano del Consiglio Nazionale delle Ricerche.   Marco Respinti, Cristianità n. 245 (1995)   Nel maggio del 1945 Maurice Harold MacMillan — poi primo ministro dal 1957 al 1963 — concordò con i sovietici e il 5° Corpo d’Armata inglese la riconsegna a Stalin di circa quarantamila prigionieri cosacchi — combattenti e civili —, che si erano battuti contro l’Armata Rossa. La stessa sorte toccò anche agli anticomunisti slavi meridionali riparati in Austria: fra il 17 e il 31 maggio da trenta a trentacinquemila persone vennero consegnate agli uomini di Tito. Questi gravissimi crimini di guerra sono stati accuratamente ricostruiti dallo storico anglo-russo conte Nicolay Dmitrevic Tolstoy nelle opere Victims of Yalta, del 1977, e The Minister and the Massacres, del 1986. In seguito alle sue affermazioni, tutte documentate, l’autore ha dovuto subire numerosi procedimenti giudiziari.   Maggio-giugno 1945: il rimpatrio forzato di cosacchi e altri crimini di guerra «eccellenti»   «Il principale centro di resistenza alla rivoluzione francese fu la Vandea — scrive lo storico statunitense William Henry Chamberlin, aprendo il capitolo XXVII della Storia della Rivoluzione russa, intitolato Denikin e la Vandea cosacca —, dove i contadini bretoni nutrivano sentimenti di lealismo verso il re, la Chiesa e la nobiltà, e combatterono ostinatamente contro le truppe rivoluzionarie. La Vandea della rivoluzione russa fu il ricco paese cosacco del sud-est, dove l’opposizione al regime sovietico fu più ostinata e generale. Il fatto che l’Esercito volontario, coi suoi generali sperimentati e un corpo di ufficiali tra i quali c’erano molti veterani, scegliesse la Vandea cosacca come suo campo di operazioni, fece delle regioni del sud-est il centro più formidabile dei molti sforzi che vennero tentati per rovesciare il regime sovietico con le ami» (1).   I cosacchi fra anticomunismo e nazionalsocialismo  Il popolo cosacco, etnia fiera delle proprie tradizioni e della propria indipendenza, è stato baluardo, dopo la conversione al cristianesimo, dei confini della Santa Russia contro le invasioni da oriente delle orde pagane, di cui peraltro condivideva l’origine tartaro-mongolica, nonché conquistatore di nuove terre per lo scettro imperiale degli zar, quantunque sempre indomito oppositore, anche in armi, delle involuzioni assolutistiche e accentratrici della monarchia russa moderna che ne minacciavano l’identità, l’indipendenza e la sopravvivenza. La sua storia recente può essere raccontata a partire dal calvario che esso, come tanti altri popoli vicini e lontani, è stato costretto a percorrere, dopo il golpe bolscevico dell’ottobre del 1917

Il messaggio di san Bonifacio

31 Maggio 2020
Nota del 31 maggio 2020. Oggi, Solennità di Pentecoste, riproponiamo la lettera, inviata da san Giovanni Paolo II al Vescovo di Fulda nella Solennità di Pentecoste del 2004, in memoria del martirio di san Bonifacio, l’apostolo della Germania. Nell’VIII secolo san Bonifacio evangelizzò una Germania pre-cristiana; oggi la Germania — anzi, l’Europa intera — è desolatamente secolarizzata, e non può essere definita che “post-cristiana”. È pertanto sempre più necessaria la Nuova Evangelizzazione, anche nel campo di competenza di noi laici: la diffusione e, dove e quando sia possibile, l’attuazione della Dottrina Sociale della Chiesa.   Giovanni Paolo II, Cristianità n. 323 (2004)   Il messaggio di san Bonifacio   Lettera al Vescovo di Fulda (Germania) in occasione del 1250° anniversario del martirio di san Bonifacio Apostolo della Germania, nella Solennità della Pentecoste 2004, nn. 1-5, trad. it. in <www.vatican.va>. Titolo redazionale.   1. La Chiesa, e in particolare la Chiesa in Germania, il 5 giugno 2004 ricorda il martirio di san Bonifacio [religioso anglosassone (673-754)], avvenuto 1250 anni fa. […] questa data storica ci invita a ricordare l’opera di questo santo che è durata nei secoli e a comprendere qual è il messaggio che la sua vita e la sua morte lasciano ai cristiani di oggi. 2. In questo anno, la Chiesa celebra anche il 1400º anniversario della morte di san Gregorio Magno [Papa (590-604)]. Inviando l’Abate romano Agostino in Inghilterra preparò il terreno per un mirabile sviluppo culturale e religioso nella madrepatria del missionario dei germani. Profondamente radicato nel cristianesimo della sua terra natale, san Bonifacio improntò la sua vita alla forza e alla gioia spirituali. Con ardore trasmise questa eredità anche a coloro ai quali annunciò il Vangelo. Ciò che aveva ricevuto nella sua patria, doveva divenire abituale anche in Germania e recare frutti. La fondazione tanto amata da san Bonifacio, il monastero di Fulda, divenne, accanto ad altri, un centro di diffusione della vita religiosa e spirituale. Il santo promosse, di fatto, l’incontro decisivo fra cultura romano-cristiana e cultura germanica, la cui importanza per la Storia è stata manifestata dai secoli successivi: a lui si deve la fondazione cristiana dell’Europa. 3. A plasmare la vita e le opere di san Bonifacio in modo particolare fu il suo rapporto stretto con i Pontefici romani, i Successori di Pietro, per i quali nutriva una profonda venerazione. Per lui le parole del Principe degli Apostoli, erano talmente preziose che chiese ad amici in patria di trascriverne le Lettere con inchiostro dorato. Intraprese tre faticosi viaggi a Roma. Chiese ed ottenne da Papa Gregorio III [731-741] di essere inviato fra i germani e da lui fu ordinato Vescovo. […] […] san Bonifacio riuscì a rafforzare i legami fino ad allora deboli delle popolazioni germaniche con il centro romano della Chiesa e a legarle più strettamente alla Chiesa universale. Infine, volle infondere vita spirituale alle strutture ecclesiali che aveva creato. Con vigore, san Bonifacio si impegnò a rafforzare le basi della moralità cristiana e si adoperò per una celebrazione dell’Eucaristia e per

Grande Guerra e Rivoluzione

23 Maggio 2020
Nota del 24 maggio 2020. Centocinque anni fa, il 24 maggio 1915, l’Italia si buttava in un conflitto, che già si stava palesando sanguinoso e totale come nessun altro da almeno un secolo. Dal Dizionario del Pensiero Forte riproponiamo questo articolo di Oscar Sanguinetti, che inquadra la Grande Guerra all’interno del fenomeno plurisecolare ancora in corso, chiamato Rivoluzione.   di Oscar Sanguinetti   Grande Guerra e Rivoluzione   1. La Rivoluzione La storia dell’Europa in Età Moderna — quel periodo che convenzionalmente segue al cosiddetto Medioevo e che alcuni distinguono in Età Moderna e in Età Contemporanea — si può legittimamente scandire in tre o quattro grandi plessi di eventi, fra loro cronologicamente successivi ma logicamente connessi, che coincidono ciascuno con un mutamento significativo che la cultura, le idee, gli assetti sociali subiscono sotto la spinta di varie e cospiranti forze. Un particolare angolo visuale di questi mutamenti è il loro rapporto con il mondo medievale, ossia la misura del loro ininterrotto scostamento dal modello di civiltà cristiana che fra il IX secolo, dall’incoronazione di Carlo Magno (742-814), grosso modo al secolo XV, domina fra i popoli del Vecchio Continente. Questo distacco, questa traiettoria di graduale emancipazione dalla fede cristiana nella sua duplice dimensione di fede in un ordine naturale presieduto dal logos divino e di fede dal Logos di Dio rivelata, dallo storico non credente è letto con categorie «laiche». se non — a seconda delle ispirazioni — come fenomeno positivo. Mentre dallo storico credente non può non essere visto come un processo di apostasia collettivo e sanzionato attraverso l’erezione di istituzioni e ordinamenti giuridici diversi e nemici di quelli «cristiani». Tale processo è stato analizzato specialmente dopo che esso dalle idee si è trasfuso in realtà politiche tangibili con la Rivoluzione «francese» del 1789 e spesso gli autori che vi si sono dedicati gli hanno associato il nome di «Rivoluzione» tout court, con la «erre» maiuscola, per sottolinearne l’unitarietà e la dominanza. Un processo che la cui «cinetica» conosce tanto la forma ad alta velocità, «acuta», con strappi ovvero «rivoluzioni» in senso stretto, quanto la modalità lenta e «moderata», lineare, apparentemente pacifica. Le sue origini si ritroverebbero nel primo sforzo di elaborazione di una cultura e di un mondo sociale diverso da quello medievale tentato, con successo, dagli umanisti secolaristi e dal Rinascimento naturalistico; la sua prima frattura, di ordine religioso, sarebbe la Riforma evangelica, con la conseguente lacerazione della cristianità, che ha come contraccolpo il declino del Sacro Romano Impero; il suo «salto» nella politica la Rivoluzione francese; la sua radicalizzazione in campo economico e sociale la Rivoluzione comunista del 1917. Infine, il pensiero contro-rivoluzionario novecentesco ha aggiunto alle tre «classiche» una quarta fase, quella della rivoluzione non più attiva nelle macro-strutture, bensì che attacca in maniera osmotica e capillare le micro-strutture e colpisce l’interiorità dell’uomo e della donna, sovvertendo la retta gerarchia dell’intelletto e della volontà, un fenomeno che ha come evento emblematico i moti studenteschi del 1968. A tale realtà processuale, di natura eminentemente e

Il venerabile Pio Bruno Lanteri (1759-1830)

12 Maggio 2020
Nota del 12 maggio 2020. Il 12 maggio 1759 nasceva il ven. Pio Bruno Lanteri, “apostolo” della dottrina e dell’azione contro-rivoluzionarie negli anni della Rivoluzione Francese, o, per meglio dire, giacobino-napoleonica, e, successivamente, in quelli della così detta “Restaurazione”. Riproponiamo la sua biografia scritta da Marco Invernizzi per il Dizionario del Pensiero Forte, che parla anche delle diverse associazioni in cui militò il ven. Lanteri, compresa la più antica, la “Aa”, un’associazione così “segreta” che oggi non si sa più neppure con certezza di quale nome le due lettere fossero le iniziali.   di Marco Invernizzi   Il venerabile Pio Bruno Lanteri (1759-1830)   1. Dalla precoce orfanezza all’identificazione della vocazione La vita di Pio Bruno Lanteri non conosce gli avvenimenti clamorosi di cui è piena l’esistenza di molti santi e l’immaginazione di tanti fedeli, fatta eccezione per il ruolo da lui avuto nell’organizzazione che permette a Papa Pio VII (1800-1823), prigioniero di Napoleone I Bonaparte (1769-1821) a Savona dal 1809 al 1812, di continuare a svolgere la sua funzione di pastore della Chiesa, impedendo così la realizzazione dei piani dell’imperatore rivoluzionario. Nato a Cuneo il 12 maggio 1759 da una famiglia della classe media, Pio Bruno è il settimo figlio e altri tre lo seguiranno prima della morte della madre, Margherita Fenoglio (1733-1763), spentasi dopo aver dato alla luce il decimo. È il 19 luglio 1763 e Pio Bruno ha solo quattro anni. Di salute cagionevole fin dall’infanzia — soffrirà per tutta la vita soprattutto agli occhi e sarà soggetto a frequenti attacchi asmatici —, patirà moltissimo la mancanza della madre, ma saprà reagire grazie anche alla straordinaria vicinanza del padre Pietro (1718-1784), medico, che assumerà direttamente l’onere di educare il figlio accompagnandolo nel primo corso di studi, quelli oggi corrispondenti alla scuola elementare, e, soprattutto, consacrandolo alla Madonna già all’età di quattro anni, dopo la morte della madre. E la devozione mariana segnerà profondamente l’esistenza di Lanteri portandolo, il 15 agosto 1781, a impegnarsi in un atto di schiavitù a Maria, dodici anni prima del rinvenimento del Trattato della vera devozione a Maria di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), opera nella quale è appunto racchiusa la formula, divenuta celebre e ampiamente praticata, della “schiavitù mariana”. Accompagnato dalla presenza di questa Madre celeste, Pio Bruno affronta le difficoltà dell’infanzia e dell’adolescenza, durante la quale, nel 1776, a diciassette anni, entra nella certosa di Pesio, presso Cuneo, dove rimane solo un anno, costretto dalla salute precaria a far ritorno in famiglia. Qui, accanto al padre, riprende gli studi e rimane un anno. Nel tempo trascorso in famiglia matura la decisione di dedicarsi alla vita ecclesiastica in accordo con il vescovo, il teatino milanese mons. Michele Carlo Giacinto Casati (1699-1782), alla guida della diocesi di Mondovì.   2. La preparazione al sacerdozio Nel 1777 Lanteri veste l’abito clericale e s’iscrive alla facoltà teologica dell’università di Torino: infatti, secondo gli usi del tempo, in certi casi i candidati al sacerdozio potevano non entrare in seminario e studiare presso gli atenei

Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della «Laborem exercens»

1 Maggio 2020
Nota del primo maggio 2020. L’emergenza coronavirus ha messo un po’ “in sordina” la “Festa dei lavoratori”: sono spariti i cortei dei “nostalgici della lotta di classe”, e le grandi schitarrate di piazza S. Giovanni a Roma sono state relegate in TV e sui social. Per festeggiare degnamente S. Giuseppe artigiano, riproponiamo un commento del Fondatore di Alleanza Cattolica all’enciclica Laborem exercens di S. Giovanni Paolo II. Nello stesso numero di Cristianità sono commentati, sempre da Giovanni Cantoni, altri aspetti del documento. Giovanni Cantoni, Cristianità n. 78-79 (1981) Dopo la terza enciclica di Giovanni Paolo II Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della «Laborem exercens» III. L’ordine socio-etico del lavoro umano e la gerarchia dei valori Il quadro di riferimento per la valutazione del lavoro umano tracciato sulla base della Genesi. Le relazioni con l’uomo stesso e con la famiglia, con la nazione e con tutta l’umanità, dei beni offerti dalla creazione e di quelli da essa ricavati, i mezzi di produzione e, quindi, il problema della loro proprietà. Venendo all’esame degli elementi di contenuto del testo pontificio, si deve preventivamente sottolineare che, come è per altro ripetuto varie volte nell’enciclica stessa, il suo tema di fondo consiste in una riflessione e in un approfondimento della realtà e del concetto di lavoro umano. Questa riflessione e questo approfondimento si sviluppano da più fonti e cioè, anzitutto, «alla luce dell’esperienza storica» (n. 4); poi, attraverso «una convinzione dell’intelletto» (n. 4); quindi, «con l’aiuto dei molteplici metodi della conoscenza scientifica» (n. 4), cioè, ancora, di «tutto il patrimonio delle scienze, dedicate all’uomo» (n. 4); infine, ma «in primo luogo alla luce della parola rivelata del Dio vivente» (n. 4). Essi, dunque, si svolgono principalmente all’interno di una prospettiva scritturale, con particolare attenzione al libro della Genesi, dal momento che «quelle parole poste all’inizio della Bibbia, non cessano mai di essere attuali. Esse abbracciano ugualmente tutte le epoche passate della civiltà e dell’economia, come tutta la realtà contemporanea e le fasi future dello sviluppo» (n. 2). 1. Il significato della parola «lavoro» Alla trattazione il Pontefice premette che «con la parola “lavoro” viene indicata ogni opera compiuta dall’uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l’uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso (cfr. Gen. 1, 26) nell’universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra (cfr. Gen. 1. 28), l’uomo è perciò sin dall’inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro: solo l’uomo ne è capace e solo l’uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno

Democrazia Cristiana e mondo cattolico nell’epoca del centrismo (1947-1953)

18 Aprile 2020
Nota del 18 aprile 2020 Oggi ricorre il settantaduesimo anniversario del 18 aprile 1948, in cui il popolo italiano compì, col voto elettorale, un’autentica scelta di civiltà, grazie alla sconfitta elettorale del Fronte Popolare social-comunista, merito soprattutto dei Comitati Civici di Luigi Gedda (1902-2000). Riproponiamo qui l’articolo, scritto nel cinquantenario dell’evento da Marco Invernizzi, rimandando, per un maggiore approfondimento, al libro da lui curato 18 aprile 1948. L’”anomalia” italiana, acquistabile presso la Libreria S. Giorgio.   Marco Invernizzi, Cristianità n. 277 (1998)   Democrazia Cristiana e mondo cattolico nell’epoca del centrismo (1947-1953)   Il 18 aprile 1948 è una data fondamentale nella storia italiana. Attraverso una curiosa periodizzazione di mezzo secolo in mezzo secolo, nei cento anni precedenti il 18 aprile l’Italia ha definito la sua configurazione storico-politica. Il 1848 ha segnato la fine del progetto cosiddetto neo-guelfo, che prevedeva il raggiungimento dell’unità e dell’indipendenza in un modo — per quanto discutibile — rispettoso delle radici cattoliche-universali e contemporaneamente municipalistiche dell’Italia e, al contrario, il sopravvento di forze politiche lontane e avverse alla Chiesa, come la Società Nazionale e il Partito d’Azione, la prima dominata dalla volontà di espansionismo del Regno di Sardegna e il secondo nazional-rivoluzionario. Cinquant’anni dopo, i “fatti di Milano” del 1898 hanno prodotto una profonda frattura fra queste stesse forze liberali che, distinte in Destra storica e in Sinistra, avevano fino ad allora governato la nazione. Come ha scritto Giovanni Spadolini (1925-1994), i cannoni del generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831-1924) avevano spento definitivamente il “sogno” di uno Stato giacobino opposto sia ai “neri” clericali che ai “rossi” socialisti (1). Il movimento liberale prende atto dell’ascesa del Partito Socialista Italiano, fondato a Genova nel 1892, e si divide fra conservatori o “ministeriali”, disposti ad alleanze elettorali con i cattolici, e progressisti — come il direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini (1871-1941), lo “Scalfari” dell’epoca —, indisponibili a rinunciare alla pregiudiziale anticattolica. Una situazione analoga si verifica nel movimento cattolico: infatti, anch’esso si divide. Da una parte si situano quanti non riescono a cogliere i mutamenti avvenuti nel paese soprattutto in seguito all’ascesa del PSI, e che pur “di farla ai liberali” sarebbero disposti anche ad allearsi con i socialisti: figura tipica di questo episodio è il sacerdote milanese don Davide Albertario (1846-1902), già “campione” dell’intransigentismo, che proprio nel maggio del 1898 viene arrestato a Milano con il segretario socialista Filippo Turati (1857-1932) per aver partecipato ai moti contro il governo. Dall’altra parte stanno quei cattolici che sapranno adattarsi alla nuova situazione accantonando le gloriose insegne della battaglia intransigente — anche se formalmente l’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici verrà soppressa dall’autorità pontificia nel 1903 — per dar vita a quegli accordi con i moderati liberali culminati nel 1913 nel Patto Gentiloni, che permetterà di fermare a livello parlamentare l’avanzata socialista (2). Come avrebbe scritto Papa san Pio X (1903-1914) nell’enciclica Il fermo proposito del 1903, l’accordo non significa che i cattolici devono diventare liberali, ma semplicemente comprendere come il bene comune della nazione impone in

La beatificazione di Rolando Rivi

13 Aprile 2020
Nota del 13 aprile 2020 Nel settantacinquesimo anniversario della morte del beato Rolando Rivi, ucciso da un gruppo di partigiani comunisti, riproponiamo il racconto della sua breve vita, del suo martirio e della sua beatificazione.   Marco Calzolari, Cristianità n. 371 (2014)   La beatificazione di Rolando Rivi   Il 29 settembre 2002 Alleanza Cattolica e i Gruppi Studenteschi Tertio Millennio — nell’ambito del progetto denominato Pellegrinaggio per l’Italia, inteso a visitare luoghi significativi della storia religiosa e civile per ricuperarne la memoria e riscoprire l’identità nazionale italiana, premessa alla nuova evangelizzazione (1) — organizzano, nella chiesa parrocchiale di San Valentino di Castellarano, in provincia di Reggio Emilia, un pellegrinaggio sulla tomba di Rolando Rivi (1931-1945), giovane seminarista di quattordici anni catturato e ucciso nel 1945 da un gruppo di partigiani comunisti. I soci di Alleanza Cattolica avevano conosciuto la figura e la storia di Rolando Rivi in modo apparentemente casuale; ma la casualità, come spiegherà nella sua introduzione al pellegrinaggio l’avvocato Paride Casini, dell’associazione promotrice, è spesso la modalità sotto cui la Provvidenza nasconde i propri interventi nella nostra vita, così da rispettare e, insieme, sollecitare la nostra libertà. Avevano sentito quindi un forte richiamo a visitare i luoghi dove Rolando era nato, era cresciuto ed era stato educato, e dove sotto la cura e la direzione del proprio parroco, don Olinto Marzocchini (1888-1972), aveva maturato la sua vocazione sacerdotale. Al pellegrinaggio, che vede un’ampia partecipazione anche di gente del posto e dei paesi vicini, porta la sua toccante testimonianza don Alberto Camellini (1919-2009) (2), della diocesi di Reggio Emilia, ordinato sacerdote nel luglio 1944, che al momento dell’uccisione di Rolando era da otto mesi curato vicario di San Valentino (3). Era stato proprio lui, con notevole coraggio e a rischio della propria vita, a ritrovare il corpo di Rolando dopo due giorni di ricerche e a disseppellirlo sotto gli occhi del padre, Roberto (1903-1992). L’anno prima del pellegrinaggio di Alleanza Cattolica, nel maggio 2001, l’allora parroco di San Valentino, padre Giovanni Battista Colusso (1915-2007), dell’Istituto Missioni della Consolata, aveva dato notizia di una guarigione miracolosa avvenuta a Londra grazie a una reliquia di Rolando Rivi: un bambino inglese di due anni, gravemente ammalato di leucemia, era inspiegabilmente guarito, al termine di una novena di preghiere e dopo che i genitori gli avevano posto sotto il cuscino una ciocca di capelli del martire intrisa del suo sangue. La reliquia era stata spedita dallo stesso padre Colusso a un amico della coppia, che provvidenzialmente era venuto a conoscenza della vicenda di Rolando Rivi leggendo L’Osservatore Romano, mentre frequentava la Pontificia Università Antoniana a Roma (4). La notizia, diffusa anche sulla stampa nazionale (5), suscita un aumento della devozione popolare e dei pellegrinaggi sulla tomba di Rolando, con successive richieste di reliquie del giovane martire e di sue intercessioni. Nel 2005 si forma il Comitato Amici di Rolando Rivi, promosso dallo scrittore e giornalista Emilio Bonicelli, autore di una biografia di Rivi (6), con la finalità di far conoscere la vita del